di Errico Centofanti
Chico Buarque, Gilberto Gil e Caetano Veloso, le tre stelle più luminose della grande musica brasiliana, per la prima volta insieme sul palcoscenico. Accadde nel 1990, all’Aquila, davanti a più di cinquemila persone, che gremivano la gradinata di San Bernardino.
La notizia echeggiò sulle pagine dei giornali di mezzo mondo. Fu uno dei grandi eventi che costellarono le dieci edizioni del festival con cui avevo reinventato la componente civile della Perdonanza. Il concerto era parte di un progetto artistico per la cui messa a punto fu necessario andare a Rio de Janeiro. L’esito del viaggio fu dunque un grande successo, sul piano professionale. Per altri versi, invece, fu un’esperienza dolorosa e opprimente.
Non m’accontento di guardare le facciate. Degli edifici, delle città e delle persone, a me serve di conoscere e capire quel che c’è dentro. Cosí, la sensuale bellezza delle spiagge di Copacabana e Ipanema, i fastosi alberghi di Avenida Atlântica e Avenida Vieira Souto, i superconfortevoli grattacieli e tutto il resto della Rio colta e cosmopolita mi si rivelarono come niente più d’una sottile cortina d’opulenza, innalzata davanti gli spaventosi gironi infernali che, strada dopo strada, avanzando verso l’orrifico e smisurato cocktail di favelas e discariche, precipitavano sempre più nello sfasciume, nella puzza, nell’aria fatta di insetti e polvere densa e acre.
Non dirò d’altro, se non delle folle di bambini abbandonati a se stessi, alla competizione con cani gatti e topi, al capriccio di pedofili e sadici d’ogni risma, ai procacciatori di pezzi di ricambio per ammalati ricchi. Però, i bianchi e quelli che hanno potere e conti in banca adatti a farli considerare più bianchi dei bianchi, beh, tutti costoro quei bambini li guardano e non li vedono. Oggi come allora. Il Brasile non è uno, ma due: c’è il Brasile dei ricchi e quello dei senzaniente, l’uno separato dall’altro da distanze siderali. Come ovunque? No, come ovunque il mercato e il capitalismo sono forza bruta, senza ammortizzatori sociali, senza etica, senza misericordia per i più deboli. Dopo quasi vent’anni, non ho visto mutamenti sostanziali. Certo, cambiare dall’oggi al domani non è cosa facile, né di breve corso. Tanto più per un Paese che in meno di quarant’anni ha più che raddoppiato la popolazione. Nel 1970, quando vinsero la finale del Mondiale di Calcio, contro l’Italia reduce dal mitico Italia-Germania 4-3, i brasiliani andarono cantando per mesi l’inno della vittoria, che diceva “siamo 90 milioni”. Adesso, sono 190 milioni, con la potentissima Chiesa Cattolica che seguita imperterrita a urlare contro l’uso dei preservativi e la mortalità infantile che supera il 25%, mentre da noi sta al 4%. Se la buona giornata si vede dal mattino, qui è notte fonda, nonostante il sole tropicale e con buona pace del progressista Presidente Lula e di quanti credono che il Brasile sia stato associato al club delle grandi democrazie.
In Brasile, dopo quasi vent’anni. Questa volta sono stato nel profondo Nord, nel delta del Rio delle Amazzoni, il fiume sul quale nessuno ha mai potuto costruire ponti, data l’enorme distanza che separa le sue due sponde, e nel quale i pesci d’acqua dolce arrivano a esser grossi come squali. Il delta copre un’area che, grosso modo, ha la forma di un quadrato. Ogni lato del quadrato s’estende per 400 chilometri. Dentro il quadrato, il Rio delle Amazzoni, giunto in prossimità dell’Oceano Atlantico, dopo aver percorso quasi 7.000 chilometri, cioè la stessa distanza che c’è tra Roma e New York, si dirama in decine e decine di corsi d’acqua, formando un’infinità di isole, che compongono l’arcipelago di Marajó e sono un tutt’uno con la sterminata foresta pluviale. Inutile parlare dell’ovvio: è evidente che la natura, qui, sia sbalorditiva, quanto a inimmaginabile grandiosità e bellezza.
Come d’abitudine, per prima cosa sono andato in cerca di teatri. Quale teatrante non sogna d’andare a vedere con i propri occhi quella strepitosa sala costruita nel cuore della foresta, l’Amazonas di Manaus, che Werner Herzog ci ha raccontato col suo sfolgorante “Fitzcarraldo”? A Belém ne ho trovato uno ancora più bello: quando fu inaugurato, il 15 Febbraio del 1878, si chiamava Theatro de Nossa Senhora da Paz, in memoria della pace che aveva chiuso la Guerra del Paraguay del 1865-70, ma, appena due giorni dopo, la denominazione venne ridimensionata in Theatro da Paz. La città, quasi un milione e mezzo d’abitanti, 150 chilometri a Sud dell’Equatore e 3.300 a Nord di Rio, è la capitale del Pará, sta sul bordo Sud-orientale del delta e fa da cerniera tra l’Atlantico e l’Amazzonia. Non c’è giorno che non piova, qui, ma quando fa freddo è come un’estate a Roma.
Il Theatro da Paz è stato oggetto di un ampio rimaneggiamento migliorativo nei primi anni del Novecento e di un recentissimo intervento di accurato restauro e ristrutturazione tecnologica. Le quattro facciate sono tutte vestite d’una fiammeggiante lacca rossa. Sia all’esterno che dentro, appare in forma smagliante. Propone un fitto cartellone concertistico e operistico. Mentre sono qui, hanno appena dato 4 rappresentazioni del Macbeth di Verdi, stanno preparandone 3 della Lustige Witwe di Lehár e l’Orquestra Sinfônica del teatro ha in prova i concerti della prossima settimana. La sala principale, modellata sullo schema della Scala, ha una capienza di 950 spettatori. L’elegante apparato decorativo, marmi, bronzi, cristalli, legni pregiati e dorature, risale sopra tutto agli anni e, ovviamente, al gusto della Belle Époque francese. La maggior parte degli apporti pittorici è invece opera, del 1887 e anni seguenti, di Domenico De Angelis e Giovanni Capranesi, che furono tra gli artisti più fecondi della Roma umbertina e ai quali si devono anche le pitture dell’Amazonas di Manaus.
Tutto questo, però, sebbene di gran fascino e intellettualmente euforizzante, fa parte della cortina di opulenza che, anche nel profondo Nord, marca la separazione tra i due volti del Brasile. Tra il Theatro da Paz e l’Hilton c’è la Praça da Repùblica, dove ogni notte i ragazzi senza famiglia s’imbambolano sniffando colla e sfidano la sorte tra la paranoia motorizzata e le insidie dei cacciatori d’emozioni perverse. Allora, mi domando se c’è un luogo dove la magia del teatro riesca a dar voce a questo Brasile ignorato e fintamente nascosto, il Brasile dei Senza-niente. È tempo di Pasqua. Forse, l’impronta cattolica avrà seminato tra le comunità della foresta quei tratti di religiosità popolare che, teatralizzando la Passione di Cristo, seguitano a raccontare, come da secoli nei più sperduti borghi d’Europa, la quotidiana passione degli umiliati e offesi. Pare che qualcosa del genere la si possa trovare a Ponta de Pedras, una cittadina separata da Belém da quella ramificazione del Rio delle Amazzoni che è il Tocantins. Ci imbarchiamo su una motonave che è una bara di ghiaccio: si sta pigiati in un paio di centinaia dentro una carlinga dove l’aria condizionata fa battere i denti, i vetri oscurati non lasciano vedere niente di ciò che sta all’esterno, le poltrone sono cosí striminzite e compresse tra di loro da non consentire altro se non un’immobilità quasi assoluta.
Si tratta di scavalcare un paio di isole non troppo vaste e poi di attraversare il Tocantins, che qui è largo una trentina di chilometri. La motonave è di quelle veloci, ma il viaggio costa comunque due ore e venti minuti. Lo spettacolo comincia subito, appena usciti dalla bara di ghiaccio. Saliamo sul pontile di Ponta de Pedras, mettiamo piede nella Praça da Matriz e, sotto l’ardente sole di mezza mattina, ci troviamo davanti una messinscena da Italia paesana d’altri tempi: qualche ciclista, carretti a mano, un’automobile ogni tanto, abiti poveri, minuscoli cani macilenti, pavimentazione approssimativa, fabbricati modesti di al massimo due piani. Sui tetti del mercato, nugoli di urubù, grossi uccelli neri, a mezza via tra il condor e l’avvoltoio, che avevamo già visto volteggiare intorno al Ver-o-Peso, l’antico e entusiasmante mercato del porto di Belém, aspettano di poter ripulire l’ambiente da frutta avariata e cascami di pesce e carne. La scena ha il suo fulcro in un robusto arco trionfale di legno senza fronzoli, di quelli che da queste parti usano per esporre festoni e immagini di santi e madonne in occasione delle processioni cattoliche. In cima all’arco trionfale, una fetta di lenzuolo bianco, appuntata con i chiodi, annuncia, in stampatello con pennarello nero, il grande evento del Venerdí Santo, che è domani: “O Massacre de Cristo” nel Gymnasio de la Paróquia. Biglietto d’ingresso: 3 reaís, l’equivalente di un po’ più di 1 euro. Sventola, la parte inferiore libera dello spartano manifesto, al fioco vento che spira dal grande fiume.
A sera, che al poco vento s’assomma la minor calura, per via del sole andato a spegnersi nel folto della foresta, si ciondola piacevolmente tra le bancarelle della Praça. Il suono poderoso d’una colonna sonora presa in prestito da un filmone biblico attira verso la Igreja Matriz, la chiesa parrocchiale dedicata a Nossa Senhora da Conceicão. Le due dozzine di porte, finestre e finestrelle del piccolo ma ben proporzionato edificio bianco sono tutte sbarrate. Al centro della facciata scorrono due righe maiuscole d’accurato rosso: raccontano l’ideologia della Igreja Matriz e dei suoi padri fondatori, che di sicuro devono essere stati i Gesuiti. Da queste parti hanno fatto tutto loro, nel bene e nel male, da quando gli europei sono venuti a sconvolgere l’equilibrio di serenità e bellezza che per millenni ha regolato la vita del fiume, della foresta e degli indios. Del resto, un Gesuita veneto, Alessio Saccardo, sobrio nel corpo e negli atti e scevro da ogni pompa, come il luogo richiede, è l’attuale Bispo, cioè Vescovo, di Ponta de Pedras. A parte noi, è l’unico con la pelle bianca che circola tra le venticinquemila anime di qui. Gli abbiamo fatto visita nel pomeriggio, nella sua Cattedrale, che è abbastanza ampia, a pianta ovale, con le pareti di mattoni traforati, inglobata in un vasto giardino, un fazzolettone di foresta sopravvissuta all’urbanizzazione, a un paio di centinaia di metri dalla Igreja Matriz. «BEM VINDOS E VEJAM QUE AS PEDRAS QUE SOMOS / NÃO ESTÃO DE PONTA, MAS LIGADA ENTRE SI». Cosí, mettendo in giocosa metafora le parole che formano il nome della città, le due righe sulla facciata raccontano della Igreja Matriz, di quel che vorrebbero essere i Gesuiti e l’intera Chiesa Cattolica, di quel che l’umano consorzio dovrebbe essere: “Le pietre che siamo non stanno l’una contro l’altra, ma legate tra di loro”.
La colonna sonora si dirama da una grossa cassa nera, la cui vecchiezza spiega lo sconquasso di bassi e acuti che di quella musica reboante fa sopra tutto un frastuono infruttuosamente voglioso d’indurre pathos. Tuttavia, i residenti e noi perturbanti intrusi, tutti cediamo volentieri alla voglia di sentirci emozionati. La folla s’addensa sui tre lati aperti del sagrato. Le panchine della Praça e le sedie delle macilente caffetterie circostanti restano semivuote. Tutti si sistemano con l’autogestita disciplina che evidentemente viene da una consolidata consapevolezza di quanto dovrà accadere. Quasi tutti giovani, molti rimasti in sella alle biciclette e motociclette con cui si sono infiltrati nell’assembramento. I più anziani, a quest’ora, staranno già a dormire. Qui, ci si alza presto, col sorgere del sole, alle 6 di mattina, feriale o festiva che sia la giornata.
L’attesa è tranquilla. Noi evitiamo di chiedere informazioni. Ci piace lasciarci sorprendere dagli eventi. Scalpitare di cavalli e grida ritmate s’intrufolano nel frastuono della colonna sonora. Ci pervade qualche attimo d’incertezza. E anche un filo d’apprensione: in fondo, ci troviamo pur sempre nel continente dalle repentine ebollizioni rivoluzionarie e golpiste. Ma, ecco, al di là del muro di gente, avanzano ondeggiando elmi da legionari dell’impero romano, il che rimette tutto in sesto: siamo semplicemente e pacificamente circondati dallo spettacolo che va a cominciare, anzi, dallo spettacolo che prosegue, come adesso andiamo realizzando: quei 6 o 7 accattoni che poco prima avevano attraversato la folla e, dopo aver detto tra di loro qualcosa di assolutamente incomprensibile, s’erano buttati giù a dormire ai piedi della facciata della chiesa, quelli lì erano attori. Attori nei panni di Gesù e d’una manciata di Apostoli. Gli urlanti che adesso vengono a invadere il sagrato sono la fanteria e la cavalleria di un commando romano molto incazzato, con lance, scudi, elmi, corazze e quant’altro, d’una inesattezza ascrivibile alla comicità se non sopravvenisse l’ammirazione per l’eroica ingegnosità di questi ragazzi, sperduti nell’immensità del delta del più imponente corso d’acqua del pianeta, ai quali nessuno assicura sovvenzioni, contributi, sponsorizzazioni, rientri erariali e niente di niente. Piccoli e bellissimi i cavallini, dai mantelli pezzati di beige verde e marrone come mimetiche militari.
Gli incazzatissimi catapultano dalla loro cerchia uno spauratissimo Giuda, il quale s’avventura in un focoso bacio sul Gesù che ha appena fatto gestacci a Simon Pietro, reo d’aver alleggerito d’un orecchio, come da copione evangelico, Malco il malcapitato. Gli incazzatissimi s’avventano su Gesù, mentre lo sventuratissimo Giuda se la dà a gambe levate, tanto levate che capitombola tra le sconnessure della pavimentazione segnata da un quarto di secolo di latitanza manutentiva. Lo ritroveremo più tardi nei “camerini”, intento a disinfettarsi le ginocchia sanguinanti. Trattano quel Gesù con una ruvidezza che ha ben poco di tecnica attoriale e tanto di iperrealismo. Fanti e cavalieri lo spintonano e se lo trascinano via, seguitando a vomitare urlacci. Si perdono al di là della folla. Lo spettacolo è finito. No, in verità si trattava solo di un antefatto, di un prologo non annunciato, magari pensato a mo’ di trailer, per invogliare distratti e eventuali disinformati a comprarsi il posto per lo spettacolo di domani sera, quello vero: “O Massacre de Cristo”.
Seguiamo la scia degli attori e approdiamo nella loro sala prove, che funziona pure da attrezzeria e laboratorio scenotecnico, sartoria e camerini. Il nostro aspetto di alieni piovuti da un altro pianeta ci procura l’ammissione in uno spazio attualmente inibito ai comuni terrestri amazzonici. In realtà, si tratta della platea e del palcoscenico del teatro parrocchiale, il quale fa parte del vasto complesso polifunzionale, tutto facente capo alla Parrocchia, che è la principale struttura cittadina per le attività sportive e culturali e comprende anche la Quadra de Esportes o Gymnasio o, detto a modo nostro, la grande palestra dove si farà il “Massacre”. Vediamo, guardiamo, osserviamo.
Ci lasciamo raccontare qualcosa della vita di qui, dell’impegno con cui le attività musicali, teatrali e sportive s’industriano di tenere lontana da stupefacenti e delinquenza la gioventù priva di prospettive d’accesso alla società affluente. Ci stupiamo per l’alacre entusiasmo di questi Senza-niente che fanno miracoli di creatività ingenua e appassionata. Compriamo subito i biglietti per domani sera.
Ci guardiamo intorno. Donne giovani, e maschi, e bambini: tutti bellissimi. Ma, invecchiano presto e i loro corpi si sformano e i loro sguardi diventano d’una tristezza smisurata. Smisurata quanto le dimensioni dell’acqua e della foresta. Smisurata come il cielo, che qui non ha le nostre confinazioni fatte di montagne. Qui è tutto piatto, per migliaia di chilometri. Per gli indios, non esiste assistenza sanitaria, né privata né pubblica: se t’ammali, o guarisci per conto tuo o muori. Ogni tanto, in mezzo alla foresta s’incontrano volenterose maestre che tengono scuola per i bambini in qualche baracca. Che se ne fanno, gli indios, di questo paradisiaco ambiente naturale, obbligati come sono a infagottarsi nei vestiti della “civiltà”, confinati in baracche e palafitte marcescenti (nelle quali, tuttavia, essi mantengono una pulizia abbagliante), drogati dalla peggior tv che ho visto sulla faccia della terra, tagliati fuori da ogni sbocco verso le “pari opportunità”, illusi dagli onnipresenti preti, quelli cattolici e quelli d’ogni possibile setta, col mirabolante premio del Paraíso nell’alto dei cieli?
Certo, è probabile che l’illusione di un risarcimento ultramondano possa aiutare le anime semplici a sopravvivere, ma di sicuro essa funziona come antidoto all’addensarsi di aspirazioni riformiste o addirittura rivoluzionarie. Per gli antichi e spossessati padroni di questo paradiso terrestre non sussiste nemmeno la speranza di guadagnarsi una panca nel “paraíso” con la “p” minuscola, cioè in quello che nei teatri della cortina d’opulenza chiamano cosí e che altro non è se non il nostro “loggione”.
Venerdí Santo. Alle 3 del pomeriggio c’è la funzione in Cattedrale, presieduta dal Vescovo. Poi, la Processione col Cristo Morto, che, pur essendo un anonimo lavoro di maniera, emana un ineludibile richiamo al dramma esistenziale in cui siamo tutti coinvolti. Il Vescovo ci ha detto che il Cristo Morto di miglior fattura della sua Diocesi sta in un’altra città. Ce ne ha fatto il nome, ma non lo trascrivo qui, perché non è il caso di fargli troppa pubblicità: il Vescovo teme che il propagarsi dell’informazione possa indurre in tentazione qualche professionista dei furti d’arte. “O Massacre de Cristo” è annunciato per le 19.00. Nella speranza di assicurarci dei buoni posti, ci presentiamo all’ingresso con mezz’ora d’anticipo. Non c’è nessuno: avvisaglia di un insuccesso oppure conferma che per i sudamericani gli orari costituiscono solo una vaga indicazione di tendenza? Buona la seconda! Lo spettacolo comincerà alle 20.30 e vedrà spalti e parterre della Quadra de Esportes gremiti come una scatola di sardine. Comunque, il privilegio da extraterrestre, che fa schiudere il cancello anticipatamente, me lo godo fino in fondo: unico astante non addetto ai lavori, mi sistemo nella posizione che giudico migliore e mi lascio scorrere negli occhi le ultime due ore di quella che è la fase più intrigante di qualsiasi messinscena: la preparazione. La Quadra de Esportes è un grosso capannone con volta a botte di traliccio e amianto, piuttosto arrangiato e disadorno, incassato tra un capannone un po’ più piccolo, che è la sala da ballo e per banchetti della Parrocchia, e un insieme di abitazioni. Appartengono a queste ultime un po’ di finestre che affacciano dentro la Quadra e concedono agli inquilini qualche posto gratuito.
“O Massacre” mette in azione una quarantina di attori e comparse, più i tecnici e il folto apparato organizzativo. L’impianto scenico è quello policentrico e frammentato, a “luoghi deputati”, che fu tipico del nostro teatro sacro medioevale. Qui, hanno costruito 5 “stazioni”: la grotta sepolcrale offerta da Giuseppe d’Arimatea e la reggia di Erode Antipa, a sinistra, la casa di Caifa e la residenza di Pilato, a destra, e, al centro, il Golgota. L’apparato scenografico, i costumi e le luci sono quello che sono: un disperato sforzo inventivo, basato su mezzi poverissimi, che approda a esiti inevitabilmente approssimativi e, proprio per questo, struggenti, testimoni come sono d’una volontà di fare e comunicare meritevole d’ogni lode. Per quello che possono, questi ragazzi (gli artefici di tutto, qui sono tutti giovani), non si negano nemmeno l’apporto di un po’ di tecnologia del mondo globalizzato. Gli strumenti sono obsoleti, residuali, ovviamente, e tuttavia assicurano il governo computerizzato delle luci e del suono e, incredibile-ma-vero, perfino la proiezione in diretta su grande schermo dei dettagli della rappresentazione. C’è un cameraman che s’intrufola nell’azione, spalleggiato da un datore-luci che con un faro rafforza la luminosità del campo di ripresa e da un assistente che in mezzo all’andirivieni degli attori si destreggia a tener botta con i fluttuanti cavi d’alimentazione della telecamera a spalla e del faro a mano. Cavi d’alimentazione? Se li sono fabbricati qui, aggiuntando col nastro isolante metri e metri del doppino a treccia che una volta convogliava l’energia elettrica tra punti-luce, prese e interruttori delle nostre case!
Quanto al copione, grosso modo è lo stesso che ovunque va in scena da sempre. Eppure, qui e là fa capolino qualche ammirevole escogitazione registica, qualche originale particolarità. Si recita col cuore. La tecnica? Stanislavskij? Brecht? Qui, non è arrivato niente del genere. Naturalismo? Realismo? No, qui, il teatro è pura e semplice realtà. Ognuno è totalmente il se stesso che s’è introiettato il personaggio assegnatogli. Cosí, accade che sui volti di Giuda, Caifa, Erode Antipa e Pilato affiori la vergogna d’essere quello che in scena gli tocca d’essere. E accade che la Madonna pianga copiosamente lacrime vere. E accade che chi flagella Gesù non finga, nemmeno un po’. La schiena del bravo e bell’attore che è Gesù, alla fine, appare tumefatta come quella d’uno scampato alla Gestapo o alla Santa Inquisizione. Il tutto dura un’ora e un quarto. Questo è il Teatro degli Spossessati, degli Umiliati e Offesi, dei Senza-niente, di quelli che, nonostante tutto, preservano la loro atavica gentilezza e che, forse, potranno concorrere a salvarci dall’egoismo suicida in cui abbiamo incagliato il mondo. Applausi: tanti, giustamente. Non posso citare nomi, in quanto, per ritrosia o perché non è cosa che gli interessi, hanno evitato di farmeli avere. Ma, almeno, onore al merito, posso scrivere che “O Massacre de Cristo” è una produzione dell’Associação Cultural Dalcídio Jurandir di Ponta de Pedras, Paróquia de Nossa Senhora da Conceicão, Estado do Pará, Repùblica Federativa do Brasil.