Appunti di viaggio. Il Gran Sasso violato.

11 07 2007

Gran Sasso 1

di Marco D’Antonio – Testi e foto dell’autore

“Quando l’ultimo albero sarà tagliato, l’ultimo fiume avvelenato, l’ultimo animale ucciso, vi accorgerete che non si può mangiare il denaro”. Così parlava un vecchio capo indiano quando vide venir meno le sue praterie per dar spazio agli immensi grattacieli che oggi riempiono i cieli degli Stati Uniti.
Anche qualcuno dei nostri nonni deve aver pensato la stessa cosa quando una mattina ha visto una serie di blocchi di cemento passare sulla propria testa.
Questo successe nel 1968 quando il Ministero delle Infrastrutture decise di realizzare un’autostrada in grado di unire la Capitale alla costa est della penisola. In quell’anno iniziarono i lavori per l’apertura di quella che oggi è più nota come autostrada A24. Sotto pressione dell’ Isituto di Fisica Nucleare il Ministero legifera anche la creazione – all’interno della montagna che si incontra lungo la via per arrivare al mare, il Gran Sasso – di un laboratorio per la ricerca scientifica al riparo, grazie ai suoi 2912 metri d’altezza, da fonti di “inquinamento” luminoso per lo studio del neutrino. Questi lavori furono determinanti per l’abbassamento di 600 metri della falda acquifera dando così un triste primato alla regione: aver compiuto il più grande disastro idrogeologico commesso dall’uomo in Europa occidentale.
Ma i danni all’ambiente non si sono fermati a questo e se ne vedono gli effetti ancora oggi. La Cogefar, ditta appaltatrice dei lavori, costruisce sulle pendici della montagna un villaggio volto ad ospitare le case per gli operai, gli uffici della ditta stessa, una mensa ed un campo di calcio. Le costruzioni, realizzate per lo più in legno, avevano un unico difetto: quello di avere i tetti ricoperti di eternit, materiale di cemento e amianto molto in voga in quel periodo per le costruzioni, ma che, con il passare del tempo, si è rivelato altamente tossico per l’uomo.
Nel 1991 la Regione Abruzzo realizza un progetto per la tutela della flora e della fauna su un territorio di 150.000 ettari quadrati, realizzando il Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga, terzo parco più grande d’Italia e che, insieme ad altri Parchi del centro della penisola, costituisce il sistema “Appennino Parco d’Europa”.
Nonostante l’istituzione di questo Ente, che avrebbe, appunto, dovuto tutelare la zona, le casette restano al loro posto e l’eternit, che con il passare degli anni si è ormai disintegrato, ha sviluppato le polveri nocive dell’amianto contaminando la zona. La soluzione al problema salta, ormai da più di 20 anni, dalle scrivanie dell’Ente Parco a quelle dei politici e dei funzionari preposti delle istituzioni che dovrebbero provvedere alla bonifica della zona ed alla rivalutazione della montagna e del Parco stesso. A tutt’oggi non è stato realizzato nessuno studio per accertare il rischio di inquinamento da eternit. Inoltre, i soldi stanziati per la bonifica delle casette sono stati utilizzati solo per bonificare il lato tramano della montagna, mentre gli stessi, stanziati per la bonifica del lato aquilano, non si sa dove siano andati a finire. Con il progetto per la realizzazione del terzo traforo il Ministro delle infrastrutture del governo Berlusconi, Pietro Lunardi – il quale sarebbe stato anche l’appaltatore dell’opera in quanto proprietario dalla Rocksoil, ditta costruttrice di grandi opere – stanziò 10 milioni di euro per la bonifica dell’area dall’amianto, per la costruzione della nuova galleria e per l’ampliamento dei laboratori.
Ovviamente nulla di ciò è stato fatto. Il TAR, in seguito alle iniziative di protesta da parte della popolazione e dei gruppi ambientalisti, non ha dato il suo benestare all’opera, mentre la Regione non ha mai concesso, come chiesto dalle comunità locali, il referendum che avrebbe definitivamente espresso il volere popolare. Attualmente l’Abruzzo si trova sommerso da problemi di inquinamento, triste risultato per una regione conosciuta come “verde d’Europa”.

Le foto dell’articolo

Gran Sasso 2 Gran Sasso 3 Gran Sasso 4 Gran Sasso 5 Gran Sasso 6 Gran Sasso 7





Archeologia. Una questione di soldi.

11 07 2007

Letto in osso da una tomba della necropoli di Fossa (Aq)

di Pierluigi Biondi

C’è, nella ricerca archeologica aquilana, una sorta di sindrome di Stoccolma, quel fenomeno psicologico che lega in maniera perversa una vittima al suo aguzzino. Il perché di questa affermazione giunge da alcune riflessioni: la necropoli di Fossa è spuntata fuori durante i lavori per la realizzazione di un capannone (lo scheletro è ancora ben visibile); la maschera del Principe di Bazzano è stata trovata durante la campagna di scavi preventiva per consentire un insediamento industriale; le scoperte dell’area S.Pio-Caporciano-Navelli sono una conseguenza del raddoppio della SS 17.
Accade, quindi, che – nel momento stesso in cui il passato si manifesta in tutta la sua bellezza – esso deve lasciare il passo alla fabbrica o alla via di turno. Ma se non fosse stato per la fabbrica o la via di turno quel passato non l’avremmo mai conosciuto. Sembra paradossale ma è così: le ruspe stanno riscrivendo la nostra storia cancellandola.
La colpa certo non è né degli imprenditori, né degli industriali, né dell’ANAS che, anzi, e loro malgrado, si ritrovano nell’insolita veste di moderni mecenati, quasi costretti a finanziare lavori di cui – probabilmente – poco gli importa. Piuttosto il corto circuito cui stiamo andando incontro è una conseguenza della mancanza di investimenti pubblici in un settore strategico per il turismo culturale.
A tal proposito, e solo per inciso, vale la pena ricordare cosa accadde in occasione della Borsa internazionale del turismo del 2005. Nello stand allestito dall’Abruzzo venne mostrato il letto d’osso di Fossa – un’opera meravigliosa del I secolo a.C. che non sfigurerebbe in un qualsiasi museo del mondo, dall’Hermitage agli Uffizi, dal Louvre al Metropolitan – accolto, ricorda chi c’era, da una folla «quasi fosse arrivata una star». Ebbene, se solo uno degli ospiti della fiera milanese avesse voluto visitare senza preavviso la Necropoli da cui proviene quel letto, avrebbe fatto fatica a riconoscere in quel sito una delle maggiori attrazioni archeologiche d’Europa.
Si dice: non ci sono soldi, tanto che anche le soprintendenze annaspano tra mezzi esigui e risorse ridotte all’osso, così come Regione ed enti locali. Vero, ma fino a un certo punto. La realtà è che – ancora oggi e nonostante i proclami – la ricerca archeologica è considerata una non priorità: sarà perché gli scavi costano molto e non danno sempre la certezza del ritrovamento di valore, sarà perché la politica ha altri obiettivi da inseguire che diano la garanzia di visibilità e risultati immediati, sarà perché la ricerca storica è considerata un bene voluttuario e “in-tempi-di-crisi-non-possiamo-permettercela”. Sarà uno di questi motivi o tutti e tre insieme, ma se è così meglio sarebbe dirlo e stabilire che, per un po’ di anni, su questa voce del bilancio uscite non si spende una lira.
Se così non è, invece, è giunta l’ora – una volta per tutte – di fare una seria programmazione degli interventi da compiere sui siti archeologici, siano essi già esistenti o ancora da indagare: è sufficiente un semplice elenco che parta dal più importante fino a giungere a quello che lo è meno. Una banale graduatoria a scalare sul modello di quelle che si predispongo per i concorsi pubblici, fatto il primo si passa al secondo, quindi al terzo e così via. Così, almeno, avremo la certezza di quando sarà il turno di ognuno.
La domanda centrale, però, rimane: con quali soldi? Una modesta proposta sarebbe quella di ricominciare ad usare una quota dei fondi CIPE per le aree sottoutilizzate (FAS) gestiti dalla Regione Abruzzo che, negli anni scorsi, avevano dato luogo ad importanti accordi di programma quadro sui beni culturali. Nel 2002, a livello regionale, queste risorse furono circa 10 milioni di euro; nel 2003 16 e mezzo; nel 2004 oltre 36 milioni; nel 2005 29,5 milioni (queste ultime due annualità comprensive del cofinanziamento di Regione ed enti locali); fino a giungere al 2006 dove la voce beni culturali è stata cancellata. Questa anomalia è stata giustificata con il fatto che – fino ad allora – si era andati avanti con interventi cosiddetti “a pioggia”, di dubbia necessità ed efficacia. A parte tale convinzione, legittima ma opinabile, viene da chiedersi se – tra fondi dati “a pioggia” e l’assoluta aridità – non fosse possibile trovare una via di mezzo che ne consentisse un utilizzo più oculato e mirato. Se la risposta fosse no apparirebbe, più che una precisa scelta politica, un’insopportabile scusa per non far nulla.





C’era una volta la globalizzazione.

11 07 2007

di Maria Cattini

“C’era una volta la globalizzazione…”.
Cominceranno così i nostri figli a narrare la propria epoca ai loro figli? Non sappiamo la risposta, ma la domanda è inquietante. Se si tratti di un fenomeno nuovo e quali siano le sue precise caratteristiche, restano questioni aperte: la stiamo vivendo, ma non comprendendo appieno.
Il termine globalizzazione, che si sta diffondendo sempre di più e che è entrato a far parte del linguaggio quotidiano, viene utilizzato per definire il nuovo assetto dell’economia mondiale. L’Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo (OCSE) definisce la globalizzazione come “un processo attraverso cui mercati e produzione, nei diversi paesi, diventano sempre più dipendenti tra di loro, a causa della dinamica dello scambio di beni e servizi, e attraverso i movimenti di capitale e tecnologia”.
Ma la globalizzazione è un bene o un male? Rappresenta la promessa di maggiore libertà e benessere per i cittadini di tutto il mondo, o costituisce un pericolo, perché favorisce l’omogeneizzazione culturale, l’omologazione consumista, la fine delle particolarità culturali, dell’identità dei popoli e della ricchezza delle tradizioni locali? La globalizzazione è un meccanismo in atto con velocità vertiginosa, di cui noi non ci rendiamo conto nella nostra vita quotidiana ed è un meccanismo che rende globali gli spazi economici, culturali e informativi, che prima erano a livello nazionale.
C’è una differenza di fondo tra la globalizzazione e l’internazionalizzazione: l’internazionalizzazione riguardava i rapporti internazionali, cioè inter nationes, per cui tutta la storia dei rapporti internazionali è stata il risultato di negoziati fra Paesi diversi. La globalizzazione invece ha una forza propria che passa al di sopra dei paesi e al di sopra dei meccanismi nazionali, ed è resa possibile dalle nuove tecnologie che permettono oggi di avere comunicazioni in tempi immediati, globalizzando i mercati, le economie, le culture e l’informazione.
Si tratta di un processo di cambiamento che si può accelerare o ritardare, ma non accettare o respingere. La globalizzazione non è sospinta solo da incentivi economici, ma anche e soprattutto da una forza storica irresistibile, più forte della volontà di qualsiasi governo e di qualsiasi partito: la forza che si sprigiona dall’evoluzione del modo di produrre. A contribuire al processo di integrazione dei mercati è stata in primo luogo la riduzione delle “barriere naturali” al commercio internazionale e, in seguito, a partire dalla seconda metà degli anni ‘70, lo sviluppo delle nuove tecnologie informatiche che hanno rivoluzionato profondamente le modalità di svolgimento dell’attività produttiva. Si può sopravvivere nel mercato mondiale solo se si è abbastanza forti e consolidati da reggere il confronto con gli altri soggetti economici. Per aumentare la competitività si assiste, oggi più che mai, ad una fitta rete di alleanze, fusioni che generano colossi europei e mondiali con inimmaginabili quote di mercato, capaci di stravolgere ogni possibile concorrente.
Chi non si integra e non si globalizza è spacciato. Ma il tipo di globalizzazione cui noi stiamo andando incontro è un tipo di globalizzazione che tende a ignorare temi come quelli della solidarietà, della partecipazione, dell’equità, della trasparenza e del buongoverno. Anche i problemi dai quali dipende il destino dei popoli, come il controllo della sicurezza e dell’economia o la protezione dell’ambiente, hanno assunto dimensioni internazionali. Così, il controllo delle questioni determinanti per l’avvenire dei popoli sta saldamente nelle mani delle grandi potenze e delle concentrazioni capitalistiche multinazionali.
Ma non dobbiamo limitarci a denunciare o a demonizzare un fenomeno che è ormai in atto, bisogna agire perché esso non rovini la nostra vita e quella delle generazioni future. Si tratta innanzitutto di rivendicare un nuovo controllo politico e sociale sulle attività economiche e commerciali, che oggi non rispondono più a nessuno. Si tratta di riappropriarsi della capacità di decidere quale deve essere il modello di sviluppo che vogliamo, senza che esso sia imposto, nei fatti, da una élite non controllata democraticamente che decide la nostra vita. Bisogna, comunque, riflettere intensamente anche sul fatto che una società che può produrre beni sempre più sofisticati ma che non è in grado di offrire ai propri membri un lavoro, alimenta profonde tensioni sociali che possono sfociare in conflitti violenti.
La sfida, cui le forze del progresso non possono sfuggire, consiste nel saper dimostrare di essere capaci di governare il processo di globalizzazione. E ciò esige che si risolva innanzitutto un problema di natura istituzionale, l’organizzazione di istituzioni democratiche sul piano mondiale.
Ma dialogo, comprensione e cooperazione sono i necessari presupposti di una prospera e sicura convivenza pacifica, a sua volta imprescindibile quadro per sviluppare qualsiasi tipo di positivo rapporto.
Questo processo di globalizzazione è dunque importante per due ragioni: perché sta andando avanti con una rapidità impressionante e perché è un processo che non ha regole.
Nessuno è contro la globalizzazione, come nessuno può essere stato a suo tempo contrario alla rivoluzione industriale, ma tutti dobbiamo chiederci: che tipo di globalizzazione vogliamo?
Questa è la domanda che ci si deve porre.





Appunti di filosofia/1. Riconoscere il conoscere.

11 07 2007

Neurone

di Angelo Jonas Imperiale

Durante lo studio che ho condotto sui neuroni specchio ed in particolare su alcune riflessioni che tale scoperta può suscitare in campo epistemologico e sociale, sono rimasto molto colpito da come sia divenuta in quest’ultimo anno oggetto di straordinario interesse per numerose discipline umanistiche e non solo. Antropologia, Educazione artistica, Sociologia, Psicologia, Scienze cognitive, sono infatti solo alcune delle materie che si sono viste nei rispettivi ambiti di ricerca arricchite dai numerosi articoli, che riprendono la rivoluzionaria scoperta dei cosiddetti “mirror neurons”. Quella dei neuroni specchio può essere considerata una scoperta scientifica rivoluzionaria, che non solo ha sradicato i vecchi paradigmi della neurofisiologia classica, ma ha permesso il consolidarsi nel campo della ricerca di una pratica che considero molto importante al giorno d’oggi, ovvero il crearsi di sempre più numerosi gruppi di ricerca interdisciplinari.
Neurofisiologi, psicologi, filosofi, artisti, critici, sociologi, antropologi, esperti della comunicazione e così via, si ritrovano di fatto a collaborare verso campi di ricerca nuovi che vedono nell’interazione di queste differenti discipline la fonte e la ricchezza dei propri sviluppi di ricerca. Un tale percorso permette il recupero del tanto auspicato dialogo tra i diversi settori disciplinari e ricompone le diverse sfumature della conoscenza umana senza alcuna intenzione di sintesi riduzionista. Così inteso, il gruppo di ricerca interdisciplinare si viene a configurare come un metodo ancor più importante se consideriamo come oggi la cultura si ritrovi troppo disgregata e ridotta a scaffali per usi meramente specialistici o concorrenziali, modo questo di vedere oggi la formazione dentro l’università e non solo, che ha di fatto impedito un reale sviluppo del dibattito culturale.
Data la complessità dell’argomento relativo al sistema motorio e ai neuroni specchio, preferisco, anche in relazione ad esigenze redazionali, suddividere il presente lavoro in due parti. In questa prima parte proverò ad illustrare la tesi per cui, grazie alle innovazioni introdotte dal gruppo di ricerca guidato da Rizzolatti, la rivalutazione del sistema motorio ci può portare a riconoscere il conoscere e ad aprire nuovi spazi di indagine epistemologica; nella seconda parte saremo pronti ad affrontare più da vicino i neuroni specchio e il luogo condiviso dell’intersoggettività. La necessità di sintesi mi indurrà ad evitare un’analisi approfondita dei processi neurofisiologici che sottendono le tesi qui riportate.
La scoperta dei neuroni specchio, avviene agli inizi degli anni Novanta in seguito alle ricerche portate avanti dal gruppo dei neuroscienziati di Parma sul funzionamento del sistema motorio. Per capire del resto cosa sono i neuroni specchio occorre vedere più da vicino la natura ed il funzionamento del sistema motorio, che riprenderemo in seguito alla luce dei rivoluzionari studi condotti dai nostri neuroscienziati. In particolare gli studi dei ricercatori di Parma si sono concentrati a scoprire i numerosi circuiti neuronali che sembrano collegare le aree parietale ed intraparietale ventrale ed anteriore all’area premotoria della nostra corteccia cerebrale, dimostrando come questa, di solito intesa come secondaria o semplice estensione dell’ area motoria primaria, sia di fatto coinvolta in trasformazioni multimodali.
Grazie a questi circuiti, sinora mai indagati, le proprietà geometriche dell’oggetto, dette affordances, inviate dal lobo parietale al sistema motorio, ci appaiono immediatamente come proprietà pratiche ed opportunità fattuali incarnate, attraverso il “sostegno pragmatico” che questi neuroni promotori danno alle informazioni sensoriali. La scoperta di questi circuiti neurali ha di fatto contribuito a sradicare la convinzione, in neurofisiologia assai diffusa, che al sistema motorio spettasse un ruolo periferico di attivazione ed eminentemente esecutivo degli input ad esso inviati dalle aree associative, uniche destinate ad elaborazioni cognitive di ordine più elevato. In sostanza si è dimostrato come tali trasformazioni multimodali contribuiscano a tradurre le informazioni sensoriali, direttamente in configurazioni motorie.
Questi neuroni motori per di più non scaricano solo al momento del singolo atto, ma sino al raggiungimento di uno scopo specifico. Si presenta così già a livello del sistema motorio grazie a questi particolari neuroni una comprensione pre-linguistica e pragmatica delle affordances prodotte dal sistema somato-sensoriale. Come gli oggetti così anche lo spazio intorno a noi si configura come localizzazione degli oggetti in relazione al nostro corpo e ad atti motori potenziali che ci prefiguriamo in relazione a questi. Immersi nel mondo così troviamo il nostro orientamento nello spazio attraverso coordinate non unicamente retiniche ma anche somatiche. Sarebbe il corpo ad orientare i nostri movimenti. Non vi sarebbe a nostra disposizione un unico sistema di riferimento, bensì lo spazio visivo intorno a noi verrebbe codificato in una molteplicità di sistemi di riferimento a seconda del campo recettivo somato-sensoriale corrispondente, ed i neuroni motori ad esso collegati. La rivalutazione dei processi cognitivi che sottendono il sistema motorio e l’attribuire loro la fondamentale capacità di tradurre le informazioni sensoriali in atti intenzionali carichi di comprensione semantica e pragmatica, porta grandi novità nello studio della conoscenza umana, nell’epistemologia e nella filosofia della mente. Scopriamo insieme, infatti, come il pensiero non può prescindere dall’azione, anzi è l’azione e i modi che abbiamo di fare, che costruiscono nell’esperienza e nella percezione il nostro pensiero, la nostra conoscenza. L’azione si fa relazione e pensiero della relazione con gli oggetti nello spazio, si fa conoscenza. Il comportamento riscoperto dei neuroni motori sembra suggerirci un contatto più diretto ed intimo con la realtà, laddove questa è così offerta nella sua originalità: “nel gesto della mano che si dirige verso un oggetto è racchiuso un riferimento all’oggetto (…) come quella cosa molto determinata verso la quale ci proiettiamo, presso la quale anticipatamente siamo”.
Vediamo, dunque, come la riscoperta del sistema motorio e in particolare dell’esistenza di integrazioni multimodali di trasformazioni visuo-motorie cariche a livello anche semanticopragmatico, ci conduce ad una nuova riformulazione del rapporto percezione-comprensione-azione. Si vede nell’azione già la sua sintesi, scalzando l’ipotesi di moduli cognitivi differenziati e gerarchicamente strutturati in mere computazioni, che da piani superiori e centrali di comprensione invierebbero pattern alla periferia relegando il sistema motorio a mero esecutore.
La centralità evidenziata di questo tipo di comprensione pre-linguistica, ci induce a ripensare la rappresentazione che poi viene prodotta su un piano cognitivo più elevato. Se elaboriamo la rappresentazione su un livello linguistico o simbolico-formale più astratto, rischiamo di produrre semplificazioni nocive per le relazioni e le cose stesse che ci vogliamo rappresentare. Nocive o non corrispondenti ai fatti e alla natura delle relazioni materiali. Se diamo ad essa un valore ontologico poi, cadiamo semplicemente nell’assurdo.
Qui non si tratta di complicare la realtà e renderla incomprensibile. Premesso il fatto che una sana dose di scetticismo e di dubbio sulle nostre facoltà occorre mantenerla sempre in ogni nostro approccio conoscitivo rigoroso, affermo che è necessaria un’attenzione maggiore perché coincidano le rappresentazioni cognitive più elevate, con le percezioni e le azioni che ci guidano nel nostro vivere la vita in relazione agli altri e al mondo. E le scienze positive hanno spesso frainteso la loro rappresentazione con l’effettiva natura delle cose, semplificando la natura dell’oggetto e le sue relazioni.
Lo sviluppo industriale ha portato alla produzione di una realtà artificiale attraverso la quale si credeva di controllare la realtà concreta. La tecnologia a mio avviso si configura come il riflesso della semplificazione che il nostro processo rappresentazionale compie sulla realtà.
Tali semplificazioni possono sì essere di grande aiuto per noi, ma è come se attraverso di queste ci estraniassimo dalla realtà e dal nostro vivere in relazione agli altri e alle cose. Ma la realtà è variabile e non si presta a semplificazioni di questo genere. Oggi del resto, si è arrivati ad un processo di semplificazione globale ove vi sono pochi modelli in mano a poche società di produzione che dettano le economie delle differenti popolazioni esistenti sulla Terra. Il denaro e le sue valutazioni in borsa, sono un chiaro esempio di come una rappresentazione simbolica si rifletta con conseguenze decisive e anche dannose sulla realtà e le persone. E ancora, nella società attuale i nuovi sviluppi cibernetici portano ad una progressiva de-naturalizzazione delle relazioni interpersonali e dello spazio inteso oramai come ciberspazio.
“Oggi la gente occupa sempre più un nuovo spazio cibernetico senza dimensioni. Uno spazio definito in modo cinico e freddo da quei brillanti individui che affermano l’impossibilità di concettualizzare ormai ciò che si intende per umano. Possiamo solo creare delle icone, delle icone fantascientifiche. Il modo migliore di parlare di una persona moderna è quello di parlare di un organismo biologico cibernetico: il cyborg.” Donna Haraway, una brillantissima storica della scienza, chiarisce questo punto in un articolo in cui presenta la donna moderna come cyborg. Riavvicinare le nostre rappresentazioni a qualcosa di più naturale significa innanzitutto tener conto della nostra persona come del nostro corpo.
L’attenzione che ritorna su di noi non può che diffondersi da questa particolare angolatura, anche alle cose con cui entriamo in contatto e alle altre persone con cui condividiamo lo spazio. La nostra azione, infatti, proprio perché di principio è relazionale, non solo ci porta in immediato contatto conoscitivo con gli oggetti e lo spazio, ma attraverso i neuroni specchio anche con i significati delle azioni altrui, in una dimensione che non può prescindere dall’intersoggettività e dalle altre esistenze. Nel prossimo articolo vedremo come alla luce della scoperta dei neuroni specchio si possa riconsiderare l’essere umano all’interno di quell’orizzonte unico che definiamo come il luogo condiviso della socialità.





Un festival per appassionati. 35 anni di Jazz.

11 07 2007

di Patrizia Pennella

Trentacinque anni portati con grinta e stile, con quella capacità, quasi carismatica, di mantenersi costantemente un gradino più su dell’ordinario. Torna, Pescara jazz.
Torna con quello sfavillio di stelle concentrato in sei serate di metà luglio, ma anche con piccoli approdi collaterali in piazza Salotto e al Marni di Pescaravecchia.
Gli appassionati lo sanno, le serate al Teatro d’Annunzio, con il mare appostato appena di là dai cancelli, non hanno nulla da invidiare a quelle più celebrate di Umbria jazz in quanto a qualità e spessore degli artisti presenti.
Una sola, grande differenza c’è, commenta ironico Lucio Fumo, “papà” della grande rassegna musicale abruzzese ed è nel prezzo dei biglietti, che costano la metà. Un segno di rispetto per il pubblico e, in più, la possibilità anche per i giovani che non hanno le tasche piene, di avvicinarsi ad un genere musicale più raffinato ed elegante.
Sospeso tra il sobrio e il capriccioso, come le star che lo rappresentano. Natalie Cole, per cominciare, la grande voce figlia di una grande voce, che a Pescara torna dopo sette anni: musicista e diva con la fama di incontentabile. Ha scelto il festival abruzzese come unica data italiana del suo tour, come già in passato, grazie anche ad un’ospitalità che ha anticipato ogni suo vezzo. Perché si sa, lo spettacolo è anche questo.
Sarà lei, il 10 luglio ad inaugurare la rassegna 2007 al Teatro d’Annunzio, seguita il 13 da un doppio appuntamento quello con l’Sf Jazz collective con le musiche preziose di un mito come Thelonious Monk, e dall’Ornette Coleman Quartet. Coleman ha quasi ottant’anni, ma naviga attraverso le note come un vecchio lupo di mare, portando con sé artisti di qualità attrezzati ad affrontare le tempeste e le bonacce della musica.
Il giorno successivo è la volta di un altro illustre habituée di Pescara jazz, Pat Metheny che al suo pubblico in riva all’Adriatico si propone nella collaborazione con il pianista Brad Mehldau. Poi la chiusura alla grande, domenica 15. E’ per palati raffinati il Lars Sjosten Octet che, con la specialissima presenza di Gianni Basso (alla sua prima esibizione pescarese) suona le musiche di Lars Gullin; fuochi finali, quindi, con la Charles Tolliver Big Band, il meglio, nel suo genere.
Accanto al programma principale due pomeriggi di musica (11 e 12 luglio) nel cuore di Pescara, piazza della Rinascita con Speakin’ Four e Panjeazz Quartet, A24, Giuseppe Continenza Quartet e Trio Mogli; e allo Sporting hotel Villa Maria con Marco Di Battista e Marcello Sebastiani. E ancora tre serate (13,14 e 15 luglio) di Jam sessions al Marni Jazz Club di via delle Caserme, con il trio di Toni Pancella.
Si può chiedere di più? Secondo Lucio Fumo sì: gli resta il rimpianto di non aver potuto portare in riva all’Adriatico Keith Jarret, perché a Pescara non esiste una struttura adatta ai suoi concerti. Ma di fronte a tanto ben di Dio sonoro anche questo è un peccato veniale. “Il programma che presentiamo – chiosa Lucio Fumo – è di altissimo livello, e adatto ad accontentare gli appassionati.
Un cartellone ampliato, qualitativamente ineccepibile. E io credo che ci sarà veramente da divertirsi”. E non potrebbe essere diversamente.





Notizie dal Gran Teatro del Mondo/1. Il Teatro dei Senza-niente di Ponta de Pedras in Brasile.

11 07 2007

di Errico Centofanti

Chico Buarque, Gilberto Gil e Caetano Veloso, le tre stelle più luminose della grande musica brasiliana, per la prima volta insieme sul palcoscenico. Accadde nel 1990, all’Aquila, davanti a più di cinquemila persone, che gremivano la gradinata di San Bernardino.
La notizia echeggiò sulle pagine dei giornali di mezzo mondo. Fu uno dei grandi eventi che costellarono le dieci edizioni del festival con cui avevo reinventato la componente civile della Perdonanza. Il concerto era parte di un progetto artistico per la cui messa a punto fu necessario andare a Rio de Janeiro. L’esito del viaggio fu dunque un grande successo, sul piano professionale. Per altri versi, invece, fu un’esperienza dolorosa e opprimente.
Non m’accontento di guardare le facciate. Degli edifici, delle città e delle persone, a me serve di conoscere e capire quel che c’è dentro. Cosí, la sensuale bellezza delle spiagge di Copacabana e Ipanema, i fastosi alberghi di Avenida Atlântica e Avenida Vieira Souto, i superconfortevoli grattacieli e tutto il resto della Rio colta e cosmopolita mi si rivelarono come niente più d’una sottile cortina d’opulenza, innalzata davanti gli spaventosi gironi infernali che, strada dopo strada, avanzando verso l’orrifico e smisurato cocktail di favelas e discariche, precipitavano sempre più nello sfasciume, nella puzza, nell’aria fatta di insetti e polvere densa e acre.
Non dirò d’altro, se non delle folle di bambini abbandonati a se stessi, alla competizione con cani gatti e topi, al capriccio di pedofili e sadici d’ogni risma, ai procacciatori di pezzi di ricambio per ammalati ricchi. Però, i bianchi e quelli che hanno potere e conti in banca adatti a farli considerare più bianchi dei bianchi, beh, tutti costoro quei bambini li guardano e non li vedono. Oggi come allora. Il Brasile non è uno, ma due: c’è il Brasile dei ricchi e quello dei senzaniente, l’uno separato dall’altro da distanze siderali. Come ovunque? No, come ovunque il mercato e il capitalismo sono forza bruta, senza ammortizzatori sociali, senza etica, senza misericordia per i più deboli. Dopo quasi vent’anni, non ho visto mutamenti sostanziali. Certo, cambiare dall’oggi al domani non è cosa facile, né di breve corso. Tanto più per un Paese che in meno di quarant’anni ha più che raddoppiato la popolazione. Nel 1970, quando vinsero la finale del Mondiale di Calcio, contro l’Italia reduce dal mitico Italia-Germania 4-3, i brasiliani andarono cantando per mesi l’inno della vittoria, che diceva “siamo 90 milioni”. Adesso, sono 190 milioni, con la potentissima Chiesa Cattolica che seguita imperterrita a urlare contro l’uso dei preservativi e la mortalità infantile che supera il 25%, mentre da noi sta al 4%. Se la buona giornata si vede dal mattino, qui è notte fonda, nonostante il sole tropicale e con buona pace del progressista Presidente Lula e di quanti credono che il Brasile sia stato associato al club delle grandi democrazie.
In Brasile, dopo quasi vent’anni. Questa volta sono stato nel profondo Nord, nel delta del Rio delle Amazzoni, il fiume sul quale nessuno ha mai potuto costruire ponti, data l’enorme distanza che separa le sue due sponde, e nel quale i pesci d’acqua dolce arrivano a esser grossi come squali. Il delta copre un’area che, grosso modo, ha la forma di un quadrato. Ogni lato del quadrato s’estende per 400 chilometri. Dentro il quadrato, il Rio delle Amazzoni, giunto in prossimità dell’Oceano Atlantico, dopo aver percorso quasi 7.000 chilometri, cioè la stessa distanza che c’è tra Roma e New York, si dirama in decine e decine di corsi d’acqua, formando un’infinità di isole, che compongono l’arcipelago di Marajó e sono un tutt’uno con la sterminata foresta pluviale. Inutile parlare dell’ovvio: è evidente che la natura, qui, sia sbalorditiva, quanto a inimmaginabile grandiosità e bellezza.
Come d’abitudine, per prima cosa sono andato in cerca di teatri. Quale teatrante non sogna d’andare a vedere con i propri occhi quella strepitosa sala costruita nel cuore della foresta, l’Amazonas di Manaus, che Werner Herzog ci ha raccontato col suo sfolgorante “Fitzcarraldo”? A Belém ne ho trovato uno ancora più bello: quando fu inaugurato, il 15 Febbraio del 1878, si chiamava Theatro de Nossa Senhora da Paz, in memoria della pace che aveva chiuso la Guerra del Paraguay del 1865-70, ma, appena due giorni dopo, la denominazione venne ridimensionata in Theatro da Paz. La città, quasi un milione e mezzo d’abitanti, 150 chilometri a Sud dell’Equatore e 3.300 a Nord di Rio, è la capitale del Pará, sta sul bordo Sud-orientale del delta e fa da cerniera tra l’Atlantico e l’Amazzonia. Non c’è giorno che non piova, qui, ma quando fa freddo è come un’estate a Roma.
Il Theatro da Paz è stato oggetto di un ampio rimaneggiamento migliorativo nei primi anni del Novecento e di un recentissimo intervento di accurato restauro e ristrutturazione tecnologica. Le quattro facciate sono tutte vestite d’una fiammeggiante lacca rossa. Sia all’esterno che dentro, appare in forma smagliante. Propone un fitto cartellone concertistico e operistico. Mentre sono qui, hanno appena dato 4 rappresentazioni del Macbeth di Verdi, stanno preparandone 3 della Lustige Witwe di Lehár e l’Orquestra Sinfônica del teatro ha in prova i concerti della prossima settimana. La sala principale, modellata sullo schema della Scala, ha una capienza di 950 spettatori. L’elegante apparato decorativo, marmi, bronzi, cristalli, legni pregiati e dorature, risale sopra tutto agli anni e, ovviamente, al gusto della Belle Époque francese. La maggior parte degli apporti pittorici è invece opera, del 1887 e anni seguenti, di Domenico De Angelis e Giovanni Capranesi, che furono tra gli artisti più fecondi della Roma umbertina e ai quali si devono anche le pitture dell’Amazonas di Manaus.
Tutto questo, però, sebbene di gran fascino e intellettualmente euforizzante, fa parte della cortina di opulenza che, anche nel profondo Nord, marca la separazione tra i due volti del Brasile. Tra il Theatro da Paz e l’Hilton c’è la Praça da Repùblica, dove ogni notte i ragazzi senza famiglia s’imbambolano sniffando colla e sfidano la sorte tra la paranoia motorizzata e le insidie dei cacciatori d’emozioni perverse. Allora, mi domando se c’è un luogo dove la magia del teatro riesca a dar voce a questo Brasile ignorato e fintamente nascosto, il Brasile dei Senza-niente. È tempo di Pasqua. Forse, l’impronta cattolica avrà seminato tra le comunità della foresta quei tratti di religiosità popolare che, teatralizzando la Passione di Cristo, seguitano a raccontare, come da secoli nei più sperduti borghi d’Europa, la quotidiana passione degli umiliati e offesi. Pare che qualcosa del genere la si possa trovare a Ponta de Pedras, una cittadina separata da Belém da quella ramificazione del Rio delle Amazzoni che è il Tocantins. Ci imbarchiamo su una motonave che è una bara di ghiaccio: si sta pigiati in un paio di centinaia dentro una carlinga dove l’aria condizionata fa battere i denti, i vetri oscurati non lasciano vedere niente di ciò che sta all’esterno, le poltrone sono cosí striminzite e compresse tra di loro da non consentire altro se non un’immobilità quasi assoluta.
Si tratta di scavalcare un paio di isole non troppo vaste e poi di attraversare il Tocantins, che qui è largo una trentina di chilometri. La motonave è di quelle veloci, ma il viaggio costa comunque due ore e venti minuti. Lo spettacolo comincia subito, appena usciti dalla bara di ghiaccio. Saliamo sul pontile di Ponta de Pedras, mettiamo piede nella Praça da Matriz e, sotto l’ardente sole di mezza mattina, ci troviamo davanti una messinscena da Italia paesana d’altri tempi: qualche ciclista, carretti a mano, un’automobile ogni tanto, abiti poveri, minuscoli cani macilenti, pavimentazione approssimativa, fabbricati modesti di al massimo due piani. Sui tetti del mercato, nugoli di urubù, grossi uccelli neri, a mezza via tra il condor e l’avvoltoio, che avevamo già visto volteggiare intorno al Ver-o-Peso, l’antico e entusiasmante mercato del porto di Belém, aspettano di poter ripulire l’ambiente da frutta avariata e cascami di pesce e carne. La scena ha il suo fulcro in un robusto arco trionfale di legno senza fronzoli, di quelli che da queste parti usano per esporre festoni e immagini di santi e madonne in occasione delle processioni cattoliche. In cima all’arco trionfale, una fetta di lenzuolo bianco, appuntata con i chiodi, annuncia, in stampatello con pennarello nero, il grande evento del Venerdí Santo, che è domani: “O Massacre de Cristo” nel Gymnasio de la Paróquia. Biglietto d’ingresso: 3 reaís, l’equivalente di un po’ più di 1 euro. Sventola, la parte inferiore libera dello spartano manifesto, al fioco vento che spira dal grande fiume.
A sera, che al poco vento s’assomma la minor calura, per via del sole andato a spegnersi nel folto della foresta, si ciondola piacevolmente tra le bancarelle della Praça. Il suono poderoso d’una colonna sonora presa in prestito da un filmone biblico attira verso la Igreja Matriz, la chiesa parrocchiale dedicata a Nossa Senhora da Conceicão. Le due dozzine di porte, finestre e finestrelle del piccolo ma ben proporzionato edificio bianco sono tutte sbarrate. Al centro della facciata scorrono due righe maiuscole d’accurato rosso: raccontano l’ideologia della Igreja Matriz e dei suoi padri fondatori, che di sicuro devono essere stati i Gesuiti. Da queste parti hanno fatto tutto loro, nel bene e nel male, da quando gli europei sono venuti a sconvolgere l’equilibrio di serenità e bellezza che per millenni ha regolato la vita del fiume, della foresta e degli indios. Del resto, un Gesuita veneto, Alessio Saccardo, sobrio nel corpo e negli atti e scevro da ogni pompa, come il luogo richiede, è l’attuale Bispo, cioè Vescovo, di Ponta de Pedras. A parte noi, è l’unico con la pelle bianca che circola tra le venticinquemila anime di qui. Gli abbiamo fatto visita nel pomeriggio, nella sua Cattedrale, che è abbastanza ampia, a pianta ovale, con le pareti di mattoni traforati, inglobata in un vasto giardino, un fazzolettone di foresta sopravvissuta all’urbanizzazione, a un paio di centinaia di metri dalla Igreja Matriz. «BEM VINDOS E VEJAM QUE AS PEDRAS QUE SOMOS / NÃO ESTÃO DE PONTA, MAS LIGADA ENTRE SI». Cosí, mettendo in giocosa metafora le parole che formano il nome della città, le due righe sulla facciata raccontano della Igreja Matriz, di quel che vorrebbero essere i Gesuiti e l’intera Chiesa Cattolica, di quel che l’umano consorzio dovrebbe essere: “Le pietre che siamo non stanno l’una contro l’altra, ma legate tra di loro”.
La colonna sonora si dirama da una grossa cassa nera, la cui vecchiezza spiega lo sconquasso di bassi e acuti che di quella musica reboante fa sopra tutto un frastuono infruttuosamente voglioso d’indurre pathos. Tuttavia, i residenti e noi perturbanti intrusi, tutti cediamo volentieri alla voglia di sentirci emozionati. La folla s’addensa sui tre lati aperti del sagrato. Le panchine della Praça e le sedie delle macilente caffetterie circostanti restano semivuote. Tutti si sistemano con l’autogestita disciplina che evidentemente viene da una consolidata consapevolezza di quanto dovrà accadere. Quasi tutti giovani, molti rimasti in sella alle biciclette e motociclette con cui si sono infiltrati nell’assembramento. I più anziani, a quest’ora, staranno già a dormire. Qui, ci si alza presto, col sorgere del sole, alle 6 di mattina, feriale o festiva che sia la giornata.
L’attesa è tranquilla. Noi evitiamo di chiedere informazioni. Ci piace lasciarci sorprendere dagli eventi. Scalpitare di cavalli e grida ritmate s’intrufolano nel frastuono della colonna sonora. Ci pervade qualche attimo d’incertezza. E anche un filo d’apprensione: in fondo, ci troviamo pur sempre nel continente dalle repentine ebollizioni rivoluzionarie e golpiste. Ma, ecco, al di là del muro di gente, avanzano ondeggiando elmi da legionari dell’impero romano, il che rimette tutto in sesto: siamo semplicemente e pacificamente circondati dallo spettacolo che va a cominciare, anzi, dallo spettacolo che prosegue, come adesso andiamo realizzando: quei 6 o 7 accattoni che poco prima avevano attraversato la folla e, dopo aver detto tra di loro qualcosa di assolutamente incomprensibile, s’erano buttati giù a dormire ai piedi della facciata della chiesa, quelli lì erano attori. Attori nei panni di Gesù e d’una manciata di Apostoli. Gli urlanti che adesso vengono a invadere il sagrato sono la fanteria e la cavalleria di un commando romano molto incazzato, con lance, scudi, elmi, corazze e quant’altro, d’una inesattezza ascrivibile alla comicità se non sopravvenisse l’ammirazione per l’eroica ingegnosità di questi ragazzi, sperduti nell’immensità del delta del più imponente corso d’acqua del pianeta, ai quali nessuno assicura sovvenzioni, contributi, sponsorizzazioni, rientri erariali e niente di niente. Piccoli e bellissimi i cavallini, dai mantelli pezzati di beige verde e marrone come mimetiche militari.
Gli incazzatissimi catapultano dalla loro cerchia uno spauratissimo Giuda, il quale s’avventura in un focoso bacio sul Gesù che ha appena fatto gestacci a Simon Pietro, reo d’aver alleggerito d’un orecchio, come da copione evangelico, Malco il malcapitato. Gli incazzatissimi s’avventano su Gesù, mentre lo sventuratissimo Giuda se la dà a gambe levate, tanto levate che capitombola tra le sconnessure della pavimentazione segnata da un quarto di secolo di latitanza manutentiva. Lo ritroveremo più tardi nei “camerini”, intento a disinfettarsi le ginocchia sanguinanti. Trattano quel Gesù con una ruvidezza che ha ben poco di tecnica attoriale e tanto di iperrealismo. Fanti e cavalieri lo spintonano e se lo trascinano via, seguitando a vomitare urlacci. Si perdono al di là della folla. Lo spettacolo è finito. No, in verità si trattava solo di un antefatto, di un prologo non annunciato, magari pensato a mo’ di trailer, per invogliare distratti e eventuali disinformati a comprarsi il posto per lo spettacolo di domani sera, quello vero: “O Massacre de Cristo”.
Seguiamo la scia degli attori e approdiamo nella loro sala prove, che funziona pure da attrezzeria e laboratorio scenotecnico, sartoria e camerini. Il nostro aspetto di alieni piovuti da un altro pianeta ci procura l’ammissione in uno spazio attualmente inibito ai comuni terrestri amazzonici. In realtà, si tratta della platea e del palcoscenico del teatro parrocchiale, il quale fa parte del vasto complesso polifunzionale, tutto facente capo alla Parrocchia, che è la principale struttura cittadina per le attività sportive e culturali e comprende anche la Quadra de Esportes o Gymnasio o, detto a modo nostro, la grande palestra dove si farà il “Massacre”. Vediamo, guardiamo, osserviamo.
Ci lasciamo raccontare qualcosa della vita di qui, dell’impegno con cui le attività musicali, teatrali e sportive s’industriano di tenere lontana da stupefacenti e delinquenza la gioventù priva di prospettive d’accesso alla società affluente. Ci stupiamo per l’alacre entusiasmo di questi Senza-niente che fanno miracoli di creatività ingenua e appassionata. Compriamo subito i biglietti per domani sera.
Ci guardiamo intorno. Donne giovani, e maschi, e bambini: tutti bellissimi. Ma, invecchiano presto e i loro corpi si sformano e i loro sguardi diventano d’una tristezza smisurata. Smisurata quanto le dimensioni dell’acqua e della foresta. Smisurata come il cielo, che qui non ha le nostre confinazioni fatte di montagne. Qui è tutto piatto, per migliaia di chilometri. Per gli indios, non esiste assistenza sanitaria, né privata né pubblica: se t’ammali, o guarisci per conto tuo o muori. Ogni tanto, in mezzo alla foresta s’incontrano volenterose maestre che tengono scuola per i bambini in qualche baracca. Che se ne fanno, gli indios, di questo paradisiaco ambiente naturale, obbligati come sono a infagottarsi nei vestiti della “civiltà”, confinati in baracche e palafitte marcescenti (nelle quali, tuttavia, essi mantengono una pulizia abbagliante), drogati dalla peggior tv che ho visto sulla faccia della terra, tagliati fuori da ogni sbocco verso le “pari opportunità”, illusi dagli onnipresenti preti, quelli cattolici e quelli d’ogni possibile setta, col mirabolante premio del Paraíso nell’alto dei cieli?
Certo, è probabile che l’illusione di un risarcimento ultramondano possa aiutare le anime semplici a sopravvivere, ma di sicuro essa funziona come antidoto all’addensarsi di aspirazioni riformiste o addirittura rivoluzionarie. Per gli antichi e spossessati padroni di questo paradiso terrestre non sussiste nemmeno la speranza di guadagnarsi una panca nel “paraíso” con la “p” minuscola, cioè in quello che nei teatri della cortina d’opulenza chiamano cosí e che altro non è se non il nostro “loggione”.
Venerdí Santo. Alle 3 del pomeriggio c’è la funzione in Cattedrale, presieduta dal Vescovo. Poi, la Processione col Cristo Morto, che, pur essendo un anonimo lavoro di maniera, emana un ineludibile richiamo al dramma esistenziale in cui siamo tutti coinvolti. Il Vescovo ci ha detto che il Cristo Morto di miglior fattura della sua Diocesi sta in un’altra città. Ce ne ha fatto il nome, ma non lo trascrivo qui, perché non è il caso di fargli troppa pubblicità: il Vescovo teme che il propagarsi dell’informazione possa indurre in tentazione qualche professionista dei furti d’arte. “O Massacre de Cristo” è annunciato per le 19.00. Nella speranza di assicurarci dei buoni posti, ci presentiamo all’ingresso con mezz’ora d’anticipo. Non c’è nessuno: avvisaglia di un insuccesso oppure conferma che per i sudamericani gli orari costituiscono solo una vaga indicazione di tendenza? Buona la seconda! Lo spettacolo comincerà alle 20.30 e vedrà spalti e parterre della Quadra de Esportes gremiti come una scatola di sardine. Comunque, il privilegio da extraterrestre, che fa schiudere il cancello anticipatamente, me lo godo fino in fondo: unico astante non addetto ai lavori, mi sistemo nella posizione che giudico migliore e mi lascio scorrere negli occhi le ultime due ore di quella che è la fase più intrigante di qualsiasi messinscena: la preparazione. La Quadra de Esportes è un grosso capannone con volta a botte di traliccio e amianto, piuttosto arrangiato e disadorno, incassato tra un capannone un po’ più piccolo, che è la sala da ballo e per banchetti della Parrocchia, e un insieme di abitazioni. Appartengono a queste ultime un po’ di finestre che affacciano dentro la Quadra e concedono agli inquilini qualche posto gratuito.
“O Massacre” mette in azione una quarantina di attori e comparse, più i tecnici e il folto apparato organizzativo. L’impianto scenico è quello policentrico e frammentato, a “luoghi deputati”, che fu tipico del nostro teatro sacro medioevale. Qui, hanno costruito 5 “stazioni”: la grotta sepolcrale offerta da Giuseppe d’Arimatea e la reggia di Erode Antipa, a sinistra, la casa di Caifa e la residenza di Pilato, a destra, e, al centro, il Golgota. L’apparato scenografico, i costumi e le luci sono quello che sono: un disperato sforzo inventivo, basato su mezzi poverissimi, che approda a esiti inevitabilmente approssimativi e, proprio per questo, struggenti, testimoni come sono d’una volontà di fare e comunicare meritevole d’ogni lode. Per quello che possono, questi ragazzi (gli artefici di tutto, qui sono tutti giovani), non si negano nemmeno l’apporto di un po’ di tecnologia del mondo globalizzato. Gli strumenti sono obsoleti, residuali, ovviamente, e tuttavia assicurano il governo computerizzato delle luci e del suono e, incredibile-ma-vero, perfino la proiezione in diretta su grande schermo dei dettagli della rappresentazione. C’è un cameraman che s’intrufola nell’azione, spalleggiato da un datore-luci che con un faro rafforza la luminosità del campo di ripresa e da un assistente che in mezzo all’andirivieni degli attori si destreggia a tener botta con i fluttuanti cavi d’alimentazione della telecamera a spalla e del faro a mano. Cavi d’alimentazione? Se li sono fabbricati qui, aggiuntando col nastro isolante metri e metri del doppino a treccia che una volta convogliava l’energia elettrica tra punti-luce, prese e interruttori delle nostre case!
Quanto al copione, grosso modo è lo stesso che ovunque va in scena da sempre. Eppure, qui e là fa capolino qualche ammirevole escogitazione registica, qualche originale particolarità. Si recita col cuore. La tecnica? Stanislavskij? Brecht? Qui, non è arrivato niente del genere. Naturalismo? Realismo? No, qui, il teatro è pura e semplice realtà. Ognuno è totalmente il se stesso che s’è introiettato il personaggio assegnatogli. Cosí, accade che sui volti di Giuda, Caifa, Erode Antipa e Pilato affiori la vergogna d’essere quello che in scena gli tocca d’essere. E accade che la Madonna pianga copiosamente lacrime vere. E accade che chi flagella Gesù non finga, nemmeno un po’. La schiena del bravo e bell’attore che è Gesù, alla fine, appare tumefatta come quella d’uno scampato alla Gestapo o alla Santa Inquisizione. Il tutto dura un’ora e un quarto. Questo è il Teatro degli Spossessati, degli Umiliati e Offesi, dei Senza-niente, di quelli che, nonostante tutto, preservano la loro atavica gentilezza e che, forse, potranno concorrere a salvarci dall’egoismo suicida in cui abbiamo incagliato il mondo. Applausi: tanti, giustamente. Non posso citare nomi, in quanto, per ritrosia o perché non è cosa che gli interessi, hanno evitato di farmeli avere. Ma, almeno, onore al merito, posso scrivere che “O Massacre de Cristo” è una produzione dell’Associação Cultural Dalcídio Jurandir di Ponta de Pedras, Paróquia de Nossa Senhora da Conceicão, Estado do Pará, Repùblica Federativa do Brasil.





Il sistema della crudeltà.

11 07 2007

Antonin Artaud

di Valentina D’Andrea

Una delle ragioni dell’asfissiante atmosfera in cui viviamo senza possibilità di scampo o di difesa – e di cui tutti siamo corresponsabili, persino i più rivoluzionari fra noi – è il rispetto per ciò che è scritto, formulato o dipinto, per ciò che ha assunto una forma, quasi che ogni forma espressiva non fosse ormai esaurita, e non fosse arrivata ad un punto in cui è indispensabile che le cose saltino in aria per poter ricominciare da capo […] la nostra venerazione per ciò che è stato fatto, per quanto bello e valido sia, ci pietrifica, ci immobilizza e ci impedisce di stabilire un contatto con l’energia sotterranea, la si chiami energia pensante, forza vitale, determinismo dei mutamenti, mestrui della luna o come altro si voglia [1].
«Quando pronunciamo la parola “vita”, dobbiamo renderci conto che non si tratta della vita quale la conosciamo attraverso l’aspetto esteriore dei fatti, ma del suo nucleo fragile e irrequieto, inafferrabile dalle forme» [2]. La vita così intesa da Artaud come nucleo fragile e irrequieto che non si rappresenta costantemente uguale a se stessa, ma che diventa un luogo di frontiera, una soglia esposta al rischio ed alla trasformazione, equivale all’embrione, alla larva, alla “materia matrice”, suscettibile di trasformazione; invece le forme pietrificate e ammuffite, nelle quali la vita viene incastrata, sono ciò che la vita umana è diventata, la continua e stanca rappresentazione di se stessa.
La cultura fossilizzata, l’inaridimento del linguaggio, la pietrificazione del corpo comportano la perdita del rapporto con la “vita viva”, in cui non ci si accomoda mai sulla poltrona del “sempre uguale” e della staticità; e tale perdita conduce gli esseri umani a diventare automi, “morti viventi”. Bisogna mettersi davanti allo specchio e sprofondarci dentro senza paura di andare oltre la “superfluità dell’essere”, combattendo una “battaglia del profondo” che arrivi a sovvertire l’ordine delle cose riguardo al proprio Io e alla realtà circostante; bisogna smetterla di essere «figure di carta prive di spessore» [3].
Un esempio di questo approccio a se stessi e al mondo è in Alice nel paese delle meraviglie, libro che, a proposito di battaglia del profondo, inizialmente s’intitolava Le avventure sotterranee di Alice. Scrive al riguardo la Villani: «Alice è alle prese con le metamorfosi, con le trasformazioni dei significati delle cose. I gesti, i luoghi comuni si trasformano sotto la pressione delle sue domande. Non esistono significati unitari, definiti una volta per tutte, perché l’identità è infinita, ossia comprende in se stessa il principio del capovolgimento di senso. La scoperta di Alice è che tutto accade in una sorta di frontiera. La frontiera, la soglia si costituiscono così come dei personaggi ricchi di significato. Alice stessa è un personaggio di frontiera, ad ogni soglia c’è un mutamento accolto più con umorismo che con spavento […] » [4].
E se l’uomo avesse l’ardire di andare oltre la superficialità dell’essere e di ascoltare se stesso e le proprie percezioni, assisterebbe con meraviglia, come Alice, ad una ricostituzione del mondo, un mondo variegato, irrequieto nelle sue assidue trasformazioni, completamente diverso da quello grigio e immobile scolpito dalla società; le culture, gli usi e le abitudini diverse dalle nostre sono dimostrazione del fatto che non esiste un solo modo di affacciarsi sul mondo, ma infiniti. Non più rappresentazione della realtà ma produzione della realtà attraverso il contatto diretto con essa e attraverso l’immaginazione e la fantasia del bambino che, ignorando visioni stereotipate, opera su un piano di totale libertà; questo lo porta a comprendere ciò che lo circonda in maniera autonoma, assumendo egli stesso il ruolo di “configuratore” del Nuovo ed essendo quindi l’artefice, la causa prima di un accadimento, di un concetto e della realtà [5]. Ciò equivale a risvegliare la propria soggettività che vive, sente e pensa in modo autonomo e che muta di continuo, diventando sempre più se stessa come «un’identità dinamica capace di svilupparsi da sola restando se stessa e diventandolo sempre di più» [6].
Il Teatro della Crudeltà è stato concepito da Artaud per restituire al teatro un’intensa e appassionata concezione di vita, irrequieta e costantemente mutevole; questa crudeltà si identifica perciò con una sorta di durezza morale che non ha paura di sentir sussultare la vita nelle sue smisurate tonalità e che «non teme di pagare la vita al prezzo cui deve essere pagata» [7]. Artaud chiude fuori da un teatro così concepito lo spettatore passivo, lo “spettatore voyeur”; al contrario, il teatro diviene una festa in cui sono coinvolti con la stessa intensità gli attori e gli spettatori, “circondati” dallo spettacolo, bombardati e bersagliati epidermicamente: «Ma che oggetto avranno insomma questi spettacoli? Niente, se si vuole […] Piantate in mezzo a una piazza un pennone inghirlandato di fiori, chiamate a raccolta il popolo, e avrete una festa. Fate di meglio ancora: date gli spettatori in spettacolo; trasformateli in attori» [8].
Il Teatro della Crudeltà non mira a raggiungere la mente dello spettatore con messaggi etici, politici o psicologici, che permettano una loro analisi razionale; ma mira a stimolarne i sensi, la carne, colpendone le sensazioni nell’hic et nunc della pièce: «L’attore deve “ferire” e “ferirsi”, piuttosto che riferire qualcosa»[9], poiché solo in tal modo: « […] lo spettatore vede affinarsi il suo sistema nervoso generale, diviene più atto a ricevere le onde delle emozioni più rare […] che attraverso questo spettacolo cercheranno di colpirlo con la loro forza fisica di deflagrazione […] si tratta di giungere a una specie di grandiosa orchestrazione a cui partecipi tutta la sensibilità nervosa e disponibile di cui il pubblico in generale non si serve che nelle occasioni extrateatrali, movimenti sociali, catastrofi intime, incidenti ed esaltazioni di ogni specie che fanno della vita la più gigantesca delle tragedie» [10].
Il Teatro della Crudeltà non intende riprodurre la volgarità dell’atto quotidiano, ma intende riscoprire la realtà attraverso un vero e proprio atto di creazione e la crudeltà che accompagna tale atto e che proclama guerra alla rappresentazione, equivale alla «necessità di un’esistenza esplicitata attraverso la famelica e quotidiana pratica dell’appetito vitale […] » [11]. La scena del Teatro della Crudeltà sarà il luogo del plasmare, del dar vita nell’hic et nunc a forme in continuo divenire: «In questo teatro ogni creazione viene dalla scena, trova la sua traduzione e le sue origini in un impulso psichico segreto che è la Parola prima delle parole […]» [12].
Il Teatro della Crudeltà pone la parola fuori da qualsiasi costruzione sintattica e da funzioni logico discorsive; essa viene svincolata dal significato convenzionale, acquista un proprio peso e viene mossa e gestita come se si trattasse di un corpo solido; così la parola riscopre il suo carattere di unicità non riconducibile agli elementi costanti della lingua ufficiale » [13]. Ciò, però, non deve far pensare al Teatro della Crudeltà come al teatro del caos, dove tutto è improvvisazione senza ordine né metodo; al contrario, «crudele significa assolutamente necessario e determinato, calcolato, controllato […]; significa lucido, cosciente» [14]. La crudeltà diventa espressione estrema di lucidità e coscienza, di un calcolo ed un rigore inauditi nell’agire sulla scena: «E’ la coscienza a conferire a qualsiasi atto della vita un colore di sangue, una nota crudele, perché è chiaro che la vita è sempre la morte di qualcuno» [15].
La crudeltà parla il linguaggio delle sensazioni, in continuo mutamento e si scaglia con ferocia verso ogni tipo di formalizzazione della realtà: nel Teatro della Crudeltà ogni gesto, ogni parola ed ogni spostamento di aria nascono da una passione dell’anima, da uno stato affettivo e rappresentano la “scrittura” di essi stessi, scrittura labile dato che muta nell’esatto momento in cui viene impressa nel tempo e nello spazio; per cui «Credere a una fluida materialità dell’anima è indispensabile nel mestiere dell’attore. Sapere che una passione è materia, che è soggetta alle fluttuazioni plastiche della materia garantisce un dominio sulle passioni che allarga la nostra sovranità» [16]; proprio per questo secondo Artaud: « […] il teatro consiste in un certo modo di occupare e di animare l’aria della scena, mediante una conflagrazione in un punto determinato di sentimenti e di sensazioni umane, capaci di creare situazioni sospese ma espresse in gesti concreti» [17].
Uno spettacolo così concepito dal Teatro della Crudeltà, è simile alla peste; libera l’inconscio represso, scuote il riposo dei sensi e spinge ad una sorta di rivolta dell’individuo contro i dogmi e le leggi soffocanti della religione e delle altre sovrastrutture sociali. Ed è proprio questo grido di libertà a fuoriuscire dagli scritti di Artaud, libertà di vivere la propria umanità in tutti i suoi lati più oscuri e reconditi, quelli che la società ignora per mantenere un ordine precostituito tra gli individui; ecco perché la prima cosa che Artaud chiede ai suoi attori, prima della tecnica e del metodo, è il vivere liberamente la loro umanità : «Mi occorrono degli attori che siano prima di tutto degli esseri umani, che cioè sulla scena non abbiano paura della sensazione vera di una coltellata, e delle angosce, per loro assolutamente reali, di un ipotetico parto […]» [18]. Il teatro va ad incrociare la vita dandole la possibilità di riscattarsi dal suo essere costantemente la continua ri-presentazione di se stessa: una pièce teatrale, secondo Artaud, non può che realizzarsi come slancio, un’acrobazia della soggettività che ri-crea la realtà. Il teatro così crea una storia e dei valori e li fa vivere all’interno di questo spazio magico che coinvolge e congiunge attore e spettatori, e che diviene punto di incrocio di molteplici individualità. Tale spazio equivale alla chora, al luogo della mobilità e trasformazione, luogo aperto, esposto al rischio. Il teatro non ammette identificazione, esso realizza la separazione e la differenza.
La concezione di Artaud sulla vita e sul teatro si applica perfettamente alla nostra attuale epoca della comunicazione di massa nella quale, di fronte all’omogeneizzazione dei linguaggi, all’appiattimento dei messaggi, alla museificazione della comunicazione, lo spazio scenico diviene luogo della differenza, luogo della trasformazione, nel cui centro si incontrano attore e spettatore: il primo non è più marionetta nelle mani dell’autore, essendo egli autore delle proprie partiture fisiche e delle intuizioni frutto dell’istinto e delle improvvisazioni; l’altro, perché non è considerato come suddito, come costruzione unitaria sottomessa ad un sovrano o all’attore, ma è concepito da Artaud, come moltitudine di singolarità che non necessita del sovrano per esistere. Il teatro diviene lo spazio che ammette la differenza e la plurivocità. Lo spettatore e l’attore entrano in contatto in una comunità di differenze, che si presenta come potenza in azione. In Artaud, Crudeltà equivale ad Urgenza di Vivere.


[1] Artaud, Basta con i capolavori, in: Artaud, Il teatro e il suo doppio, op. cit., pp. 191-192.
[2] Artaud, Il teatro e il suo doppio, op. cit., p.133.
[3] Deleuze, Critica e clinica, op. cit., pp. 37-38.
[4] Villani, Una scrittura di carne e sangue, in: Artaud, Aita, Di Giacomo et al., Il sistema della crudeltà, op.cit., pp. 70-73.
[5] Scrive A. Negri: «In questo senso le illusioni […] sono qualcosa di sostanziale. […] Pare un assurdo, e pure è esattamente vero, che, tutto il reale essendo un nulla, non v’è altro di reale né altro di sostanza al mondo che le illusioni». Negri, Lenta Ginestra. Saggio sull’ontologia di Giacomo Leopardi, Sugarco, Milano 1987, p. 68.
[6] J. Fallot, Il piacere e la morte nella filosofia di Epicureo, trad. it. di A. Marietti Solmi, Einaudi, Torino 1977, p. 14.
[7] Artaud, Il teatro della crudeltà, Secondo manifesto in: Il teatro e il suo doppio, op. cit., p.236.
[8] La riflessione di Artaud è citata da Derrida nella Prefazione a Artaud, Il teatro e il suo doppio, op. cit., p. XXVII.
[9] C. Bene, citato in: Di Giacomo, Antonin Artaud, il segno di un Maudit, in: Artaud, Aita, Di Giacomo et al., Il sistema della crudeltà, op. cit., p. 102.
[10] Artaud, A proposito di un testo perduto, in: Artaud, Il teatro e il suo doppio, op. cit, pp. 120-121.
[11] Sono parole di M. Grande, citato in: A. Di Giacomo, Antonin Artaud, Il segno di un Maudit, in: Artaud, Aita, Di Giacomo et al., Il sistema della crudeltà, op.cit., p. 96.
[12] Artaud, Sul teatro balinese, in: Artaud, Il teatro e il suo doppio, op., cit., p. 176.
[13] Artaud, Il teatro e il suo doppio, op. cit., p. 192.
[14] Ponzio, Follia, scrittura e crudeltà, in: Artaud, Aita, Di Giacomo et al., Il sistema della crudeltà, op.cit., pp. 31-32.
[15] Artaud, Lettere sul linguaggio, in: Artaud, Il teatro e il suo doppio, op. cit., p.217.
[16] Artaud, Un’atletica affettiva, in: Artaud, Il teatro e il suo doppio, op. cit., p.244.
[17] Artaud, Lettere sul linguaggio, in: Artaud, Il teatro e il suo doppio, op. cit., p.217., p.223.
[18] Artaud, Lettera a Roger Blin, citata da Derrida nella Prefazione a Artaud, Il teatro e il suo doppio, op. cit., p. XXVI.





Scenario. Un’opportunità per i giovani.

11 07 2007

di Giada Centofanti

All’edizione 2007 del Premio Scenario sono stati presentati ben 290 progetti, cinquantaquattro dei quali sono stati scelti per partecipare alle tappe di selezione di Milano e L’Aquila tenutesi nel maggio scorso. La rosa dei dodici finalisti ne annovera ben otto tra quelli visionati proprio all’Aquila e proposti da soggetti teatrali dell’Italia centromeridionale.
Alla finale, che è in programma il 9 e il 10 luglio, con premiazione il giorno 11, a Sant’Arcangelo di Romagna nel contesto del Festival Sant’Arcangelo dei Teatri, risulta così ben rappresentato l’emergente dinamismo creativo dei giovani artisti e dei gruppi di ricerca di aree del nostro paese interessate da problematiche sociali complesse e diversificate. Un dinamismo caratterizzato da valenze interessanti e significative che sottendono efficaci processi di elaborazione creativa ed espressiva di materiali attuali e sentiti, frutto di vissuti reali, che sicuramente riporteranno lo
spettatore a ritrovarsi nel “rito” teatrale. Grande qualità, quindi, nonostante la giovane età dei partecipanti. O forse soprattutto grazie alla giovane età di artisti emergenti che, nel proprio entusiasmo e nella propria consapevolezza, sanno trovare lo spirito più giusto del fare teatro e la prospettiva più idonea per salvaguardarlo e rinnovarlo in un momento di nebbia e incertezze come quello che oggi la scena italiana tenta di superare.
SCENARIO è tutto questo: portare alla luce le risorse di questi giovani, il loro impegno nel trattare le tematiche quotidiane, la qualità di un’azione culturale diffusa nel territorio e di un’arte drammatica attenta e partecipe della contemporaneità.
SCENARIO, quindi, va ben al di là di un effimero quanto importante premio e rivela una sensibilità e un impegno verso quanti operano nel campo della ricerca dei nuovi linguaggi espressivi e del rinnovamento della scena in ragione delle istanze delle giovani generazioni.
Felice, e forse non casuale, la circostanza di tante segnalazioni per la validità nel campo della ricerca fra quanti degli emergenti del centro/sud hanno avuto l’opportunità di farsi notare nella tappa di selezione tenutasi all’Aquila, dove la tumultuosa “carovana” di Scenario ha trovato un terreno sicuramente fertile per sviluppare – nell’arco di appena tre giorni – un intenso e complesso programma di verifiche sceniche.
L’Uovo Teatro Stabile di Innovazione, con l’apporto come sempre professionale di tutto il suo staff, ha avuto l’onere e l’onore dell’organizzazione della tappa aquilana, portando così al capoluogo un’occasione di grande visibilità, che ha richiamato passate ed entusiasmanti esperienze attraverso le quali nacquero dinamiche artistico/culturali, che ancora oggi animano gli intenti di chi le ha vissute.

I finalisti al Premio Scenario 2007


ASSUNTA PERTUSO
e le splendide illusioni dell’amore

AbeleCaino, Roma


MADE IN ITALY
Babilonia Teatri, Verona


SATYRICON
la rivolta della Generazione X

Antonio Calone, Napoli


RITA
Raffaella Giancipoli,Ruvo – Bari


CRISIKO!
Gli Omini, Stia – Arezzo


LA STRADA FERRATA
Isola Teatro, Roma


C.P.T. – 70% di acqua
Mattatoioscenico, Gorizia


LA TIMIDEZZA DELLE OSSA
Pathosformel, Venezia


MAMUR
Isabella Ragonese, Palermo


VERRANNO A PRENDERTI
TeatrAria, Roma


DESIDERANZA
Teatrialchemici, Palermo


ILIR
gli albanesi si occupano di pomodori

Gjergji Tushaj e Fabio Piliego, Parma





Coordinamento teatrale trentino. Un circuito teatrale in terra di confine.

11 07 2007

Locandina

di Maurizio Zeni

Il contesto in cui si trova ad operare il Coordinamento Teatrale Trentino è fortemente caratterizzato da due aspetti. In primis la Provincia di Trento si trova in un territorio montano, con forti difficoltà di collegamento tra l’asse di fondovalle e le valli periferiche. In secondo luogo, per lungo tempo, il Trentino è stata terra di confine e, lungo la direttrice nord-sud, asse di comunicazione e scambio tra Italia e centro Europa. Queste due caratteristiche hanno segnato e contraddistinto la politica culturale del Coordinamento Teatrale Trentino.
Il fatto che il territorio provinciale, fatta eccezione per la città capoluogo e la cittadina di Rovereto, non abbia agglomerati urbani significativi, ha suggerito di ricercare, negli ambiti delle comunità montane, dei centri di riferimento per la programmazione teatrale. La scelta è caduta, logicamente, sulle realtà già dotate di strutture teatrali.
E’ importante però rilevare come, a seguito della capillare distribuzione delle strutture teatrali gestite dalle parrocchie e di un forte e costante intervento della Provincia di Trento nel recupero di cinema e teatri, di fatto sul territorio provinciale siano presenti in ogni comunità montana diverse strutture per lo spettacolo. Con l’obiettivo di mantenere attivi il maggior numero possibile di teatri si è quindi optato per programmare delle stagioni di teatro professionistico nei centri maggiori e rassegne teatrali di produzioni proposte da gruppi semi-professionistici o amatoriali nelle altre strutture. Contestualmente forte è stato l’investimento nella formazione del pubblico, puntando in particolare sulla scuola dell’obbligo e sugli Istituti superiori.
Nel primo caso si è cercato di distribuire la programmazione nel maggior numero di centri, nel secondo necessariamente l’investimento culturale è stato concentrato sui poli scolastici che spesso coincidono con le sedi che ospitano le stagioni teatrali primarie.
Gli interventi così strutturati sono stati realizzati con regolarità negli ultimi 20 anni, garantendo una continuità della proposta. La significativa partecipazione economica delle Amministrazioni comunali ha salvaguardato la qualità dell’offerta. I dati di affluenza di pubblico sembrano confermare la validità dei progetti messi in campo. Nella stagione 2005-2006 il pubblico pagante nelle sedici sedi di stagioni teatrali professionistiche ha sfiorato le 45.000 unità, a fronte di una popolazione servita di circa 300.000 abitanti.
Le stagioni teatrali dei due Comuni maggiori hanno visto aumentare le presenze anche in ragione dell’aumento di affluenza dalla periferia, creando in questo modo un circuito virtuoso. Si diceva del Trentino terra di confine e nel contempo di comunicazione. Fino al 1918 il territorio faceva parte dell’Impero austro-ungarico ed ancor oggi la vicina Provincia di Bolzano ha una popolazione equamente divisa tra italofoni e germanofoni.
Questo fatto ha suggerito di interrogarsi, anche con gli strumenti del teatro, sulle problematiche della convivenza fra culture e sulla ricerca dell’identità. Sfida non facile, anche perché in Trentino, dal dopoguerra alla metà degli anni Novanta, la produzione di testi per il teatro, anche se ricca per la quantità di lavori, non è stata certo significativa ed innovativa nel settore della ricerca e riflessione storica. A farsi promotore di iniziative volte a stimolare la riflessione degli autori di teatro sulle tematiche legate alle aree di confine è stato per primo il Teatro Stabile di Bolzano, che già agli inizi degli anni Ottanta ha proposto spettacoli nei quali si affrontavano, da diversi punti di vista, le problematiche relative alla convivenza tra popolazione tedesca ed italiana in Alto-Adige.
Stimolati da queste iniziative a metà degli anni Novanta il Coordinamento Teatrale Trentino ed il Centro Servizi Santa Chiara di Trento hanno iniziato a produrre e proporre spettacoli nei quali sono state presentate vicende significative legate alla storia della terra trentina che potessero permettere di affrontare questioni di medio e lungo periodo, per dirla con Braudel. Sono stati identificati alcuni momenti chiave di trasformazione della società e sono stati commissionati lavori teatrali che sono poi stati circuitati. Il mondo della scuola ha dimostrato una forte attenzione verso queste produzioni.
Attenzione non casuale, visto che i progetti sono stati condivisi ancora in fase di progettazione, con gruppi di insegnanti e dirigenti sensibili all’utilizzo del linguaggio teatrale come strumento di formazione culturale. Sempre il mondo della scuola ha dimostrato di gradire le nostre proposte di teatro in lingua tedesca anche come mezzo per l’educazione linguistica. Particolarmente significativa è stata in questi ultimi anni la collaborazione fra Coordinamento Teatrale Trentino, due realtà produttive provinciali – il Club Armonia e la Deda spettacoli – e L’Uovo dell’Aquila. Sono stati prodotti e circuitati in poco più di un lustro sei lavori, che hanno ottenuto largo consenso di pubblico e di critica. Grazie alla collaborazione con il Teatro Stabile di Innovazione L’Uovo alcune di queste produzioni hanno avuto una connotazione professionistica, hanno goduto del riconoscimento della Direzione Generale dello Spettacolo e sono state finanziate sul Fondo Unico per lo Spettacolo.
Un tema piuttosto delicato rimane quello legato alla difficoltà nel far circuitare queste produzioni fuori Provincia ed in particolare nell’area transfrontaliera Trentino-Alto Adige-Tirolo. Sono da costruire rapporti forti tra le realtà produttive in lingua italiana ed in lingua tedesca. In questo senso si sta costruendo il progetto culturale “I teatri delle Alpi” che vedrà coinvolte realtà produttive italiane ed austriache con il comune obiettivo di strutturare una rete teatrale particolarmente ricettiva rispetto alle produzioni che abbiano come temi quelli della convivenza e dell’integrazione. L’aver delimitato il progetto all’area di confine italo-austriaca è un dato puramente organizzativo e non certo definitivo.
L’ambizione sarebbe quella di poter strutturare sul medio-lungo periodo una rete di produzione teatrale internazionale sui temi sopra citati. Il programma Cultura 2007-2013 della Comunità Europea sembra essere allo stato lo strumento attraverso il quale poter finanziare un progetto di questo tipo. Non è infatti pensabile che nel F.U.S. possano essere reperite le risorse per una co-partecipazione finanziaria al progetto, nel mentre la Provincia di Trento, che pure ha attivato un “Progetto memoria” pare più interessata alla produzione di spettacoli centrati sulla storia trentina del Novecento che a una più ambiziosa ed impegnativa scommessa su un’area geografica più estesa. Il problema del finanziamento pare però di secondaria importanza rispetto a quello di costruire le relazioni e sciogliere le reciproche diffidenze che decenni di convivenza non particolarmente interessata ai “mondi dell’altro” anche in questo estremo lembo d’Italia hanno alimentato.

L’ATTIVITA’ DEL COORDINAMENTO TEATRALE TRENTINO
L’Associazione per il Coordinamento Teatrale Trentino nasce nel 1982, per volontà di cinque Amministrazioni comunali trentine (Cavalese, Cles, Mezzolombardo, Pergine Valsugana e Tione) per strutturare una rete territoriale per lo spettacolo di prosa. Nei venticinque anni di attività la compagine sociale si è costantemente allargata. Oggi sono sedici i Comuni soci, ovvero la maggiore parte di quelli che dispongono di effettive strutture teatrali e di idonei spazi culturali (oltre a quelli fondatori si sono associati in diversi momenti i Comuni di Ala, Aldeno, Borgo Valsugana, Brentonico, Grigno, Nago-Torbole, Riva del Garda, Rovereto, Sarnonico, Tesero e Trento). Nel tempo si è anche differenziata l’attività che il Coordinamento svolge a favore dei Comuni associati e delle altre ventitre Amministrazioni comunali che usufruiscono dei servizi della nostra associazione, pur senza far parte della compagine sociale. L’Assemblea dell’Associazione, composta da 32 membri, e il Consiglio Direttivo svolgono, oltre che le funzioni loro attribuite dallo Statuto anche il ruolo di forum permanente degli Assessori alla Cultura dei Comuni soci, ove vengono analizzate e discusse proposte di intervento, progetti, linee guida comuni nell’azione di politica culturale. Superfluo pare il sottolineare le interessanti economie di scala che un’azione concertata di programmazione comporta e che ha ricadute positive sull’impiego delle risorse pubbliche.
Queste le attività culturali di cui il Coordinamento Teatrale Trentino si fa carico:

• Stagioni di prosa primarie dei Comuni trentini e Stagioni di teatro per ragazzi
• Progetto “Il piacere dell’opera” per la diffusione della conoscenza dell’opera lirica
• Progetto “Il piacere dello spettacolo” per la formazione allo spettacolo dal vivo degli studenti delle scuole dell’obbligo e degli Istituti superiori
• Decentramento territoriale di iniziative di gemellaggio attivate dalla Provincia di Trento
• Progetto “Il piacere del cinema” e formazione del pubblico nel settore cinematografico
• Progetto “Cinema sotto le stelle” (attivazione di arene cinematografiche estive)
• Banca dati teatrale e cinematografica
• Sito Internet informativo www.trentinospettacoli.it
• Attivazione di un servizio territoriale di biglietteria automatizzata e di prenotazione posti esteso all’intera Provincia di Trento





Economia della cultura e distretti culturali. Breve vagabondaggio tra leggenda e opportunità

11 07 2007

di Alberto Bazzucchi

Alimentata dalle difficoltà di molti dei comparti produttivi del nostro sistema industriale, negli ultimi anni anche in Abruzzo si è fatta strada una concezione vagamente miracolistica dello sviluppo culturale. Di notevole favore sembra aver goduto, in particolare, l’immagine del “distretto culturale”. La carica seduttiva di quest’ultimo, e cioè la possibilità di fare della cultura un fattore rilevante di sviluppo economico, deriva dal suo cugino più stretto, il distretto industriale, e dall’alone di successo che ha avvolto nell’immaginario collettivo le fortune dell’economia distrettuale industriale della cosiddetta “terza Italia” negli anni ottanta-novanta e che oggi sembra aver perso brillantezza.
Tutti conoscono i marchi Tod’s, Hogan, i terzisti marchigiani che realizzano l’intera gamma calzaturiera di Magli, Ferragamo, Prada, le calzature sportive di Montebelluna, i tessuti pratesi e, per venire a noi, le confezioni che le micro aziende della Val Vibrata realizzano per le grandi firme dell’alta moda, insomma, alcune perle del più celebrato made in Italy, e tutti sanno che sono prodotti entro le mura di piccole e a volte piccolissime imprese che operano all’interno, appunto, di distretti industriali. Alcuni sostengono che questo modello sia in crisi, altri che i distretti si stanno riattrezzando per tornare più forti di prima sui mercati internazionali e che alcuni segnali in questo senso già siano ravvisabili. Fatto è che molti sono d’accordo nel ritenere che, se di declino produttivo siamo vittima e se siamo come siamo maestri indiscussi di economie distrettuali, una possibile via d’uscita la si potrebbe trovare in una riedizione di questo modello applicata questa volta alla ricchezza “sotterranea” dell’Italia: il suo patrimonio culturale.
Al posto dei tessuti mettiamo chiese e piazze e il gioco è fatto. Il sillogismo, purtroppo, non è così automatico e alcuni più assennati conoscitori della materia lo hanno per tempo fatto notare. Il professor Pierluigi Sacco per esempio – che insegna all’Istituto universitario di Architettura di Venezia, sebbene sia dal punto di vista accademico una specie di “ultrà” dei distretti industriali, e abbia riunito nello studio Goodwill di Bologna le migliori competenze in azioni di valorizzazione delle risorse culturali e al suo nome siano legati probabilmente gli unici studi di fattibilità per la creazione di distretti culturali in senso stretto – non assegna alcuna virtù salvifica alla cultura. Sostiene invece che uno dei principali colpevoli di questo errato convincimento sarebbero alcune presunte statistiche ufficiali dell’Unesco – secondo le quali l’Italia possederebbe quote esorbitanti del patrimonio artistico mondiale, pari al 50-70 per cento del totale – brandite come scimitarre da invasati paladini delle nostre sorti.
La prima obiezione è che questi dati non tengono conto di che cosa debba intendersi per “patrimonio culturale mondiale” il quale, al di là dei monumenti, dei dipinti o delle sculture, è fatto di elementi molto eterogenei come le testimonianze della cultura materiale, riti, tradizioni orali, oggetti d’arte decorativa e manufatti della più varia natura, forme musicali e così via, che non si possono mescolare insieme in un unico guazzabuglio. La seconda è che tutti pensano a modelli come Firenze e Venezia e le altre città d’arte italiane. Ma la vera novità del recente discorso sui beni culturali è che la cultura “paga” in termini di sviluppo e può creare economie rilevanti anche in contesti locali modesti dal punto di vista della dotazione culturale iniziale.
Il fascino dei distretti culturali ha sedotto anche gli abruzzesi. La legge regionale 22 del 2005 li ha infatti istituiti stabilendo un termine di novanta giorni dall’entrata in vigore della stessa per predisporre linee d’indirizzo e procedure per il loro riconoscimento. Oggi i distretti culturali non hanno ancora una carta d’identità, ma tornano nuovamente alla ribalta tra i soggetti destinatari di contributi regionali all’interno di una proposta di riforma globale del “sistema spettacolo” formulata dall’Assessorato alla cultura, che vede oggi avviata una fase di concertazione che dovrebbe preludere alla sua approvazione finale.
In sé, tale previsione normativa potrebbe essere sacrosanta e mostra con evidenza che una certa consapevolezza ha fatto breccia anche tra i nostri rappresentanti.
Se poi a questa aspirazione collettiva non ha fatto ancora seguito altrettanta chiarezza di intenti forse ciò non è del tutto svantaggioso. Forse in questa fase si ha più bisogno di maglie larghe per costruire ipotesi di sviluppo adeguate ai singoli territori e alle collettività che li abitano piuttosto che rigidi vincoli normativi. Così, le uniche due ipotesi di distretto culturale oggi in corso di elaborazione in Abruzzo – Cantiere Cultura all’Aquila e il distretto culturale della provincia di Pescara, promosse entrambe da due fondazioni bancarie – e quelle future avrebbero respiro e tempo per plasmarsi intorno a vocazioni locali reali e non presunte.
È assurdo pretendere che esista una sola definizione di patrimonio culturale, figuriamoci quanto lo sarebbe irreggimentare negli spazi stretti di un comma di legge un tema come quello dei legami tra cultura e sviluppo economico. Si aprirebbero le porte alla mitologia della cultura, ma si dimenticherebbe la realtà. Inoltre, se una pedissequa applicazione delle forme distrettuali tradizionali non è applicabile al settore culturale è altrettanto vero che una logica limitata alla “messa a reddito” del patrimonio monumentale e artistico sarebbe riduttiva e difficilmente accettabile. Questa logica poggia su una visione dello sviluppo economico locale tutta basata sulla valorizzazione di un patrimonio a fini turistico-ricreativi, una sorta di economia della rendita che si è già affermata in molte città d’arte italiane distogliendole sempre più dal modello di città della cultura, attente alla produzione culturale, alla circolazione delle idee ed alla qualità della vita dei suoi abitanti prima che dei turisti.
Perché dunque si continua ad impugnare la cultura come una bacchetta magica e pretendere che da essa scaturiscano incantesimi e parabole a lieto fine? La cultura può davvero trasformarsi in una fattore di sviluppo? É certamente difficile valutare le reali economie connesse alla cultura a causa della loro natura eminentemente immateriale. Questo però non significa che essa sia immaginaria.
Se ne trovano degli esempi senza andare molto lontano. Pensiamo al grande sviluppo recente dei prodotti tipici e in generale della ristorazione di qualità. Gli esperti lo chiamano “processo autocatalitico”, cioè un processo graduale, ma inesorabile di miglioramento della qualità dell’offerta accompagnato da una altrettanto graduale, ma inesorabile crescita della qualità e della competenza della domanda. Inutile chiedersi cosa sia nato prima: sono stati i gusti più ricercati e maturi dei consumatori abruzzesi (e non) ad indurre un’offerta migliore di prodotti per una clientela disposta a riconoscere la qualità e a rimunerarla? O, al contrario, sono stati i tentativi audaci e pionieristici di qualche produttore ad educare alla qualità un pubblico via via più ampio? È probabile che i due processi siano accaduti contemporaneamente influenzandosi a vicenda. Ma dove sta l’immaterialità di processi di sviluppo come quelli dell’industria del vino, o dell’olio, o di alcuni altri prodotti della terra, che sembrano essere invece molto materiali? Il vino si beveva anche molto prima dei marchi di qualità, dei doc, dei docg o degli igt. La differenza tra ieri e oggi sta in qualcosa che non si vede e non è immediatamente riconducibile alla natura merceologica del prodotto: alla base dei prodotti tipici c’è la terra ma la differenza fondamentale sta nel capitale di conoscenze, di competenze e di esperienza che sono confluite in un prodotto finale migliore. Ne consegue che il valore finale del bene non è fisso ma è soggetto ad un processo moltiplicativo: la parte di valore aggiunto generata dal capitale umano e dalla competenza del produttore si riflette in quella del consumatore il quale, diventando sempre più esperto, alimenta e dà valore al lavoro del primo, che a sua volta torna ad agire sui gusti del secondo e così via. È stata dunque la contemporanea crescita della qualità della domanda e dell’offerta che ha portato alla formazione di un mercato prima inesistente di cui tutti, in diversa misura, ci siamo resi conto negli ultimi anni.
Il punto è che, se di fronte ad un contesto familiare e conosciuto, per esempio quello del vino e di altri prodotti della terra, risulta abbastanza agevole riuscire a capire che cosa è gradito e cosa no e dunque a ricostruire con una certa precisione la mappa delle preferenze del pubblico, di fronte a contesti come quello delle esperienze culturali, che per definizione richiedono di confrontarsi con l’ignoto, i risultati non sono così scontati. Infatti, la peculiarità dell’esperienza culturale sta proprio nella sua capacità di non rispettare i nostri modelli di valutazione precostituiti ma di dargli direzioni impreviste e stimolanti.
Gli abruzzesi sono pronti a reggere questa provocazione? Dalla più recente indagine Istat dedicata agli “Aspetti della vita quotidiana”, relativa al 2003, risulta che il 53% della popolazione abruzzese con più di sei anni ha letto quotidiani almeno una volta alla settimana a fronte del 64% del Centro Nord; di questi il 35% ne ha letti quasi tutti i giorni a fronte del 43% delle regioni centro settentrionali. In Trentino Alto Adige questi valori toccano il 76%, in Friuli Venezia Giulia il 73%, in Valle d’Aosta il 70%; ultime Basilicata e Calabria con, rispettivamente, il 39% ed il 42%. Sempre dalla stessa indagine risulta che il 38,6% della popolazione abruzzese con più di sei anni ha letto almeno un libro all’anno per motivi non scolastici o professionali a fronte del 47% delle regioni del centro nord; l’8% ha letto più di dodici libri a fronte del 14% delle altre regioni. A teatro si reca il 18% degli abruzzesi (media centro nord 20%), il 26% visita mostre e musei (media centro nord 34%), il 20% visita siti archeologici e monumentali (media centro nord 27%). I dati di contabilità territoriale dell’Istat, basati su informazioni della Siae, indicano per il 2005 una spesa media del pubblico abruzzese di 3,8 euro per spettacoli teatrali e musicali (prosa, teatro dialettale, lirica e balletti, concerti di musica classica ed altro) praticamente la stessa di dieci anni prima, a fronte di una media di 11,2 euro per il pubblico del centro nord (che nel 1995 ne spendeva circa 10). Sempre nel 2005 risultano venduti in Abruzzo per le stesse attività 31,5 biglietti ogni cento abitanti (erano 44 nel 1995) a fronte dei 65 del centro nord, praticamente costanti nell’ultimo decennio.
I dati disponibili sembrerebbero offrire una indicazione univoca e cioè che alla maggior parte degli abruzzesi la cultura interessa poco o, comunque, meno che ad altri e che quindi essa debba essere a ragione limitata a luoghi e modalità di fruizione riservati ad un ristretto numero di adepti ed appassionati. Se questo è vero, è impossibile non cogliere l’intrinseca contraddizione tra questo dato e la pretesa di trasformare all’improvviso la nostra regione nella terra promessa dell’industria culturale. È improbabile che possano nascere delle economie significative intorno alla cultura in una comunità che, tutto sommato, colloca quest’ultima agli ultimi posti nella sua scala dei consumi.
Questo radicato luogo comune è meno vero di quello che sembra. Il fatto che leggere libri o assistere a spettacoli teatrali o musicali siano oggettivamente attività marginali nella vita quotidiana degli abruzzesi non dimostra che siano ritenute cose disdicevoli. Dimostra semplicemente che l’ambito di esperienza accessibile agli abruzzesi è crudelmente limitato e che se si fosse messi in condizione di inserire un libro o uno spettacolo in un contesto che gli conferisce valore e significato è possibile che i termini di partenza si ribaltino. Viene da pensare a manifestazioni come il Festival della letteratura di Mantova che è riuscita a totalizzare oltre 100 mila presenze nell’edizione del 2006, 260 incontri, staccando 60 mila biglietti, forte di un budget di 1 milione 500 mila euro. Ma anche al Festival dell’economia di Trento che, contro ogni più benevolo pronostico sugli esiti di una tal iniziativa sulla “scienza triste”, ha fatto registrare alla sua prima edizione del 2006 oltre 50 mila presenze.
Ciò che non viene scelto o preferito dalla maggior parte dei consumatori appare come qualcosa di sconosciuto piuttosto che di sgradito. Il problema dunque è riuscire a creare le condizioni che permettano agli individui di conoscere e apprezzare esperienze da cui altrimenti resterebbero esclusi. Si è visto come questo salto di qualità, insieme nell’offerta e nella domanda, si sia verificato in alcuni settori produttivi e come il grande patrimonio di conoscenze e di esperienze ad essi connesso si vada diffondendo in strati sempre più ampi di popolazione. Con la cultura è più difficile ma i segnali interessanti di Cantiere Cultura (già adeguatamente trattati in un numero precedente di questa rivista) e del progetto Caripe su Pescara lasciano ben sperare. Ora, non siamo certo in vista di un novello Greater London Council, di un Bloomington cultural district, o dell’Ars electronica dell’austriaca Linz, ma anche se si riuscisse a realizzare qualcosa di simile occorre ribadire che questo qualcosa non ha poteri magici. Secondo lo studio The economy of culture in Europe, preparato dalla Direzione generale per l’istruzione e la cultura della Commissione Europea e diffuso alla fine dell’anno scorso, il fatturato del settore creativo e culturale ha inciso per il 2,6% sul prodotto interno lordo realizzato dall’intera Comunità Europea nel 2003 (2,3% in Italia, 3,4% in Francia che è il paese con il valore più alto). Nel 2004, 5,8 milioni di persone risultavano operanti nel settore, cioè il 3,1% dell’occupazione totale dell’Europa a 25 (in Italia il 2,8%).
Può essere tanto oppure troppo poco, a seconda di come la si pensa. Diciamo che lo sviluppo economico che i mercati culturali possono contribuire a far nascere è di tutto rispetto, ma limitato in termini assoluti, soprattutto se confrontato con quello generato dai settori trainanti dell’economia. I più ritengono che quelle culturali sono economie che, al massimo, potranno autosostenersi e che certo non potranno mai raggiungere dimensioni tali da sostenere un intero sistema economico. Ma questo non è molto importante. La lezione che ci arriva da città come Linz, St. Louis, la piccola Bloomington, è che non è necessario essere Venezia o Firenze: la cultura può premiare anche contesti locali inizialmente non ricchi di risorse culturali.