di Antonio Massena
E alla fine la montagna partorì un topolino…dopo oltre 60 anni, qualche giorno fa, il governo ha presentato agli operatori del settore la bozza della legge quadro per lo spettacolo dal vivo. Dopo tanto aspettare, dopo estenuanti e infiniti incontri in varie sedi (istituzionali e non) con governi di diverso colore, che si sono succeduti in questi anni, dopo alternanti momenti di entusiasmi e depressioni, dopo roboanti dichiarazioni che promettevano, finalmente, di garantire un sistema che, nella maggior parte dei casi, aveva cercato di camminare con le proprie gambe, dopo promesse di chiarezza sui ruoli di Stato e Regioni…ecco che ci troviamo fra le mani otto paginette che, spesso confondendo ruoli e funzioni, affermano tutto e il contrario di tutto.
Al di là dei principi generali, già riguardo ai compiti dello Stato salta agli occhi come il legislatore abbia (volutamente?) dimenticato di citare i soggetti ovvero coloro che in forma associata sono in grado di produrre gli “eventi” e sono così in grado di garantire l’espressione artistica degli autori, degli attori, dei musicisti e di tutti gli operatori dello spettacolo dal vivo. Come si può usare in modo indiscriminato, in uno strumento così importante, la parola spettacolo senza mai menzionare i progetti culturali dello spettacolo dal vivo e i soggetti che li realizzano? Lo spettacolo è il momento finale di una complessa progettualità che mette in campo idee e uomini, risorse economiche e modelli gestionali, fantasia e creatività, invenzione e innovazione. Ma ancor più sono oscure le competenze e i ruoli dello Stato e delle Regioni. E qui sicuramente non si è voluto far chiarezza in attesa, forse, di valutare la reazione degli operatori.
Ma gli operatori dello spettacolo dal vivo, dopo tutto questo tempo, hanno bisogno giustappunto di chiarezza e ancor più di certezze. Come si può determinare l’abrogazione del Fondo Unico dello Spettacolo (unico strumento che dal 1985 ad oggi, seppure continuamente falcidiato nell’ammontare delle risorse destinate alle attività di spettacolo, ha garantito quelle economie che hanno determinato il consolidamento di un sistema) e invece non pensare alla sua riforma? Con l’ipotesi della abrogazione del FUS il sistema dello spettacolo dal vivo vede ignorato l’impegno profuso nelle situazioni più drammatiche legate alle continue riduzioni che in questi anni hanno caratterizzato l’andamento di questo strumento economico.
Ma le altre nazioni europee come sostengono la cultura e quanto investono per questo settore? Una rapida occhiata alle cifre e immediatamente si comprende il valore che lo Stato italiano dà a questo comparto: la Francia investe 8,4 miliardi di euro, 8,0 miliardi la Germania, 5,1 miliardi la Gran Bretagna, 5,1 miliardi la Spagna e solo 1,8 miliardi di euro l’Italia (pari allo 0,29% del bilancio statale) (dati 2006). E questo nonostante i luoghi di spettacolo non soffrano della disaffezione del pubblico. Per la prima volta lo scorso anno il pubblico dei teatri ha superato quello degli eventi sportivi: 13 milioni e mezzo di spettatori contro 12 milioni e 700 mila e quindi con un aumento di ben 900 mila unità. Per quanto riguarda, nello specifico, il settore delle attività teatrali si registra una crescita (rispetto al 2005) di + 29,14 % della spesa del pubblico per assistere alle rappresentazioni (si è infatti passati da un valore di circa 135 milioni di € a oltre 174 milioni di €) pari a oltre 1,7 milioni di spettatori. Tale incremento rappresenta il valore più alto rispetto a tutti gli altri settori dello spettacolo, cinema compreso. Anche l’Abruzzo ha seguito questo trend, seppur senza raggiungere la media nazionale, tanto che la spesa del pubblico è passata da 1 milione 230.000 € a 1 milione 471.000 € con un incremento pari al 20%. Eppure nonostante questi dati positivi, nonostante gli sforzi fatti per rinnovare i linguaggi della scena, nonostante la ricerca di sempre nuovi ambiti di lavoro e di intervento – spaziando dalla ricerca al sociale, dallo studio di nuove sinergie produttive allo screening di nuovi mercati – lo Stato ancor oggi dimostra di conoscere poco una realtà più che mai viva e propositiva. Una realtà che, da troppo tempo sballottata fra Stato e Regioni, non è in grado di progettare il proprio futuro, che manca degli strumenti per poter continuare a investire sui giovani, che non riesce a prevedere quale sarà il suo destino. Uno Stato che quest’anno, ad esempio, ha destinato 40 milioni di euro equamente divisi su due progetti (il Festival del Teatro e il Patto per le attività culturali di spettacolo) da gestire con le Regioni. Sorvolando sul Festival, intorno al quale probabilmente è presto per esprimere un giudizio ma forse si potrebbe contestarne il metodo (impostazione, scelte, ecc.), quanto al Patto, il cui termine di presentazione dei progetti era lo scorso 31 maggio, ne vedremo davvero delle belle.
Basti pensare che solo poche realtà regionali hanno cercato di produrre progetti che coinvolgessero coloro che professionalmente agiscono sui territori – incrementandone l’offerta culturale, allargandone i bacini di intervento e garantendo economie che comunque sono state distolte ai settori finanziati – le restanti hanno inventato l’inverosimile secondo logiche, ahimè, di spartizione politica e che nulla hanno a che fare con l’investimento e la produttività legata ai territori e in una logica di ulteriore futuro sviluppo.
Che senso ha togliere risorse al FUS (e 40 milioni di euro non sono davvero pochi) per procedere in questo modo? Non sarebbe più utile rinnovare davvero il sistema attraverso norme che sappiano valutare appieno e con sicurezza le capacità e le vocazioni dei “soggetti”? Perché i primi coraggiosi esperimenti di rinnovamento (vedi il D.M. 4.11.1999, n. 470) sono stati così rapidamente cancellati e modificati? Perché la contrapposizione Stato-Regioni in materia di spettacolo non riesce a trovare una giusta via di uscita? Sanno quei signori che qualcuno ne uscirà sconfitto? E non sarà nessuno dei due. L’unico vero sconfitto sarà l’intero settore dello spettacolo, cultura e arte, che dopo una attesa così lunga vedrà vanificati e mortificati tutti gli sforzi fatti per garantire l’autonomia del progetto artistico.
…Si attendono risposte.