di Angelo Jonas Imperiale
Durante lo studio che ho condotto sui neuroni specchio ed in particolare su alcune riflessioni che tale scoperta può suscitare in campo epistemologico e sociale, sono rimasto molto colpito da come sia divenuta in quest’ultimo anno oggetto di straordinario interesse per numerose discipline umanistiche e non solo. Antropologia, Educazione artistica, Sociologia, Psicologia, Scienze cognitive, sono infatti solo alcune delle materie che si sono viste nei rispettivi ambiti di ricerca arricchite dai numerosi articoli, che riprendono la rivoluzionaria scoperta dei cosiddetti “mirror neurons”. Quella dei neuroni specchio può essere considerata una scoperta scientifica rivoluzionaria, che non solo ha sradicato i vecchi paradigmi della neurofisiologia classica, ma ha permesso il consolidarsi nel campo della ricerca di una pratica che considero molto importante al giorno d’oggi, ovvero il crearsi di sempre più numerosi gruppi di ricerca interdisciplinari.
Neurofisiologi, psicologi, filosofi, artisti, critici, sociologi, antropologi, esperti della comunicazione e così via, si ritrovano di fatto a collaborare verso campi di ricerca nuovi che vedono nell’interazione di queste differenti discipline la fonte e la ricchezza dei propri sviluppi di ricerca. Un tale percorso permette il recupero del tanto auspicato dialogo tra i diversi settori disciplinari e ricompone le diverse sfumature della conoscenza umana senza alcuna intenzione di sintesi riduzionista. Così inteso, il gruppo di ricerca interdisciplinare si viene a configurare come un metodo ancor più importante se consideriamo come oggi la cultura si ritrovi troppo disgregata e ridotta a scaffali per usi meramente specialistici o concorrenziali, modo questo di vedere oggi la formazione dentro l’università e non solo, che ha di fatto impedito un reale sviluppo del dibattito culturale.
Data la complessità dell’argomento relativo al sistema motorio e ai neuroni specchio, preferisco, anche in relazione ad esigenze redazionali, suddividere il presente lavoro in due parti. In questa prima parte proverò ad illustrare la tesi per cui, grazie alle innovazioni introdotte dal gruppo di ricerca guidato da Rizzolatti, la rivalutazione del sistema motorio ci può portare a riconoscere il conoscere e ad aprire nuovi spazi di indagine epistemologica; nella seconda parte saremo pronti ad affrontare più da vicino i neuroni specchio e il luogo condiviso dell’intersoggettività. La necessità di sintesi mi indurrà ad evitare un’analisi approfondita dei processi neurofisiologici che sottendono le tesi qui riportate.
La scoperta dei neuroni specchio, avviene agli inizi degli anni Novanta in seguito alle ricerche portate avanti dal gruppo dei neuroscienziati di Parma sul funzionamento del sistema motorio. Per capire del resto cosa sono i neuroni specchio occorre vedere più da vicino la natura ed il funzionamento del sistema motorio, che riprenderemo in seguito alla luce dei rivoluzionari studi condotti dai nostri neuroscienziati. In particolare gli studi dei ricercatori di Parma si sono concentrati a scoprire i numerosi circuiti neuronali che sembrano collegare le aree parietale ed intraparietale ventrale ed anteriore all’area premotoria della nostra corteccia cerebrale, dimostrando come questa, di solito intesa come secondaria o semplice estensione dell’ area motoria primaria, sia di fatto coinvolta in trasformazioni multimodali.
Grazie a questi circuiti, sinora mai indagati, le proprietà geometriche dell’oggetto, dette affordances, inviate dal lobo parietale al sistema motorio, ci appaiono immediatamente come proprietà pratiche ed opportunità fattuali incarnate, attraverso il “sostegno pragmatico” che questi neuroni promotori danno alle informazioni sensoriali. La scoperta di questi circuiti neurali ha di fatto contribuito a sradicare la convinzione, in neurofisiologia assai diffusa, che al sistema motorio spettasse un ruolo periferico di attivazione ed eminentemente esecutivo degli input ad esso inviati dalle aree associative, uniche destinate ad elaborazioni cognitive di ordine più elevato. In sostanza si è dimostrato come tali trasformazioni multimodali contribuiscano a tradurre le informazioni sensoriali, direttamente in configurazioni motorie.
Questi neuroni motori per di più non scaricano solo al momento del singolo atto, ma sino al raggiungimento di uno scopo specifico. Si presenta così già a livello del sistema motorio grazie a questi particolari neuroni una comprensione pre-linguistica e pragmatica delle affordances prodotte dal sistema somato-sensoriale. Come gli oggetti così anche lo spazio intorno a noi si configura come localizzazione degli oggetti in relazione al nostro corpo e ad atti motori potenziali che ci prefiguriamo in relazione a questi. Immersi nel mondo così troviamo il nostro orientamento nello spazio attraverso coordinate non unicamente retiniche ma anche somatiche. Sarebbe il corpo ad orientare i nostri movimenti. Non vi sarebbe a nostra disposizione un unico sistema di riferimento, bensì lo spazio visivo intorno a noi verrebbe codificato in una molteplicità di sistemi di riferimento a seconda del campo recettivo somato-sensoriale corrispondente, ed i neuroni motori ad esso collegati. La rivalutazione dei processi cognitivi che sottendono il sistema motorio e l’attribuire loro la fondamentale capacità di tradurre le informazioni sensoriali in atti intenzionali carichi di comprensione semantica e pragmatica, porta grandi novità nello studio della conoscenza umana, nell’epistemologia e nella filosofia della mente. Scopriamo insieme, infatti, come il pensiero non può prescindere dall’azione, anzi è l’azione e i modi che abbiamo di fare, che costruiscono nell’esperienza e nella percezione il nostro pensiero, la nostra conoscenza. L’azione si fa relazione e pensiero della relazione con gli oggetti nello spazio, si fa conoscenza. Il comportamento riscoperto dei neuroni motori sembra suggerirci un contatto più diretto ed intimo con la realtà, laddove questa è così offerta nella sua originalità: “nel gesto della mano che si dirige verso un oggetto è racchiuso un riferimento all’oggetto (…) come quella cosa molto determinata verso la quale ci proiettiamo, presso la quale anticipatamente siamo”.
Vediamo, dunque, come la riscoperta del sistema motorio e in particolare dell’esistenza di integrazioni multimodali di trasformazioni visuo-motorie cariche a livello anche semanticopragmatico, ci conduce ad una nuova riformulazione del rapporto percezione-comprensione-azione. Si vede nell’azione già la sua sintesi, scalzando l’ipotesi di moduli cognitivi differenziati e gerarchicamente strutturati in mere computazioni, che da piani superiori e centrali di comprensione invierebbero pattern alla periferia relegando il sistema motorio a mero esecutore.
La centralità evidenziata di questo tipo di comprensione pre-linguistica, ci induce a ripensare la rappresentazione che poi viene prodotta su un piano cognitivo più elevato. Se elaboriamo la rappresentazione su un livello linguistico o simbolico-formale più astratto, rischiamo di produrre semplificazioni nocive per le relazioni e le cose stesse che ci vogliamo rappresentare. Nocive o non corrispondenti ai fatti e alla natura delle relazioni materiali. Se diamo ad essa un valore ontologico poi, cadiamo semplicemente nell’assurdo.
Qui non si tratta di complicare la realtà e renderla incomprensibile. Premesso il fatto che una sana dose di scetticismo e di dubbio sulle nostre facoltà occorre mantenerla sempre in ogni nostro approccio conoscitivo rigoroso, affermo che è necessaria un’attenzione maggiore perché coincidano le rappresentazioni cognitive più elevate, con le percezioni e le azioni che ci guidano nel nostro vivere la vita in relazione agli altri e al mondo. E le scienze positive hanno spesso frainteso la loro rappresentazione con l’effettiva natura delle cose, semplificando la natura dell’oggetto e le sue relazioni.
Lo sviluppo industriale ha portato alla produzione di una realtà artificiale attraverso la quale si credeva di controllare la realtà concreta. La tecnologia a mio avviso si configura come il riflesso della semplificazione che il nostro processo rappresentazionale compie sulla realtà.
Tali semplificazioni possono sì essere di grande aiuto per noi, ma è come se attraverso di queste ci estraniassimo dalla realtà e dal nostro vivere in relazione agli altri e alle cose. Ma la realtà è variabile e non si presta a semplificazioni di questo genere. Oggi del resto, si è arrivati ad un processo di semplificazione globale ove vi sono pochi modelli in mano a poche società di produzione che dettano le economie delle differenti popolazioni esistenti sulla Terra. Il denaro e le sue valutazioni in borsa, sono un chiaro esempio di come una rappresentazione simbolica si rifletta con conseguenze decisive e anche dannose sulla realtà e le persone. E ancora, nella società attuale i nuovi sviluppi cibernetici portano ad una progressiva de-naturalizzazione delle relazioni interpersonali e dello spazio inteso oramai come ciberspazio.
“Oggi la gente occupa sempre più un nuovo spazio cibernetico senza dimensioni. Uno spazio definito in modo cinico e freddo da quei brillanti individui che affermano l’impossibilità di concettualizzare ormai ciò che si intende per umano. Possiamo solo creare delle icone, delle icone fantascientifiche. Il modo migliore di parlare di una persona moderna è quello di parlare di un organismo biologico cibernetico: il cyborg.” Donna Haraway, una brillantissima storica della scienza, chiarisce questo punto in un articolo in cui presenta la donna moderna come cyborg. Riavvicinare le nostre rappresentazioni a qualcosa di più naturale significa innanzitutto tener conto della nostra persona come del nostro corpo.
L’attenzione che ritorna su di noi non può che diffondersi da questa particolare angolatura, anche alle cose con cui entriamo in contatto e alle altre persone con cui condividiamo lo spazio. La nostra azione, infatti, proprio perché di principio è relazionale, non solo ci porta in immediato contatto conoscitivo con gli oggetti e lo spazio, ma attraverso i neuroni specchio anche con i significati delle azioni altrui, in una dimensione che non può prescindere dall’intersoggettività e dalle altre esistenze. Nel prossimo articolo vedremo come alla luce della scoperta dei neuroni specchio si possa riconsiderare l’essere umano all’interno di quell’orizzonte unico che definiamo come il luogo condiviso della socialità.