di Marco D’Antonio – Testi e foto dell’autore
“Quando l’ultimo albero sarà tagliato, l’ultimo fiume avvelenato, l’ultimo animale ucciso, vi accorgerete che non si può mangiare il denaro”. Così parlava un vecchio capo indiano quando vide venir meno le sue praterie per dar spazio agli immensi grattacieli che oggi riempiono i cieli degli Stati Uniti.
Anche qualcuno dei nostri nonni deve aver pensato la stessa cosa quando una mattina ha visto una serie di blocchi di cemento passare sulla propria testa.
Questo successe nel 1968 quando il Ministero delle Infrastrutture decise di realizzare un’autostrada in grado di unire la Capitale alla costa est della penisola. In quell’anno iniziarono i lavori per l’apertura di quella che oggi è più nota come autostrada A24. Sotto pressione dell’ Isituto di Fisica Nucleare il Ministero legifera anche la creazione – all’interno della montagna che si incontra lungo la via per arrivare al mare, il Gran Sasso – di un laboratorio per la ricerca scientifica al riparo, grazie ai suoi 2912 metri d’altezza, da fonti di “inquinamento” luminoso per lo studio del neutrino. Questi lavori furono determinanti per l’abbassamento di 600 metri della falda acquifera dando così un triste primato alla regione: aver compiuto il più grande disastro idrogeologico commesso dall’uomo in Europa occidentale.
Ma i danni all’ambiente non si sono fermati a questo e se ne vedono gli effetti ancora oggi. La Cogefar, ditta appaltatrice dei lavori, costruisce sulle pendici della montagna un villaggio volto ad ospitare le case per gli operai, gli uffici della ditta stessa, una mensa ed un campo di calcio. Le costruzioni, realizzate per lo più in legno, avevano un unico difetto: quello di avere i tetti ricoperti di eternit, materiale di cemento e amianto molto in voga in quel periodo per le costruzioni, ma che, con il passare del tempo, si è rivelato altamente tossico per l’uomo.
Nel 1991 la Regione Abruzzo realizza un progetto per la tutela della flora e della fauna su un territorio di 150.000 ettari quadrati, realizzando il Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga, terzo parco più grande d’Italia e che, insieme ad altri Parchi del centro della penisola, costituisce il sistema “Appennino Parco d’Europa”.
Nonostante l’istituzione di questo Ente, che avrebbe, appunto, dovuto tutelare la zona, le casette restano al loro posto e l’eternit, che con il passare degli anni si è ormai disintegrato, ha sviluppato le polveri nocive dell’amianto contaminando la zona. La soluzione al problema salta, ormai da più di 20 anni, dalle scrivanie dell’Ente Parco a quelle dei politici e dei funzionari preposti delle istituzioni che dovrebbero provvedere alla bonifica della zona ed alla rivalutazione della montagna e del Parco stesso. A tutt’oggi non è stato realizzato nessuno studio per accertare il rischio di inquinamento da eternit. Inoltre, i soldi stanziati per la bonifica delle casette sono stati utilizzati solo per bonificare il lato tramano della montagna, mentre gli stessi, stanziati per la bonifica del lato aquilano, non si sa dove siano andati a finire. Con il progetto per la realizzazione del terzo traforo il Ministro delle infrastrutture del governo Berlusconi, Pietro Lunardi – il quale sarebbe stato anche l’appaltatore dell’opera in quanto proprietario dalla Rocksoil, ditta costruttrice di grandi opere – stanziò 10 milioni di euro per la bonifica dell’area dall’amianto, per la costruzione della nuova galleria e per l’ampliamento dei laboratori.
Ovviamente nulla di ciò è stato fatto. Il TAR, in seguito alle iniziative di protesta da parte della popolazione e dei gruppi ambientalisti, non ha dato il suo benestare all’opera, mentre la Regione non ha mai concesso, come chiesto dalle comunità locali, il referendum che avrebbe definitivamente espresso il volere popolare. Attualmente l’Abruzzo si trova sommerso da problemi di inquinamento, triste risultato per una regione conosciuta come “verde d’Europa”.
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