di Pierluigi Biondi
C’è, nella ricerca archeologica aquilana, una sorta di sindrome di Stoccolma, quel fenomeno psicologico che lega in maniera perversa una vittima al suo aguzzino. Il perché di questa affermazione giunge da alcune riflessioni: la necropoli di Fossa è spuntata fuori durante i lavori per la realizzazione di un capannone (lo scheletro è ancora ben visibile); la maschera del Principe di Bazzano è stata trovata durante la campagna di scavi preventiva per consentire un insediamento industriale; le scoperte dell’area S.Pio-Caporciano-Navelli sono una conseguenza del raddoppio della SS 17.
Accade, quindi, che – nel momento stesso in cui il passato si manifesta in tutta la sua bellezza – esso deve lasciare il passo alla fabbrica o alla via di turno. Ma se non fosse stato per la fabbrica o la via di turno quel passato non l’avremmo mai conosciuto. Sembra paradossale ma è così: le ruspe stanno riscrivendo la nostra storia cancellandola.
La colpa certo non è né degli imprenditori, né degli industriali, né dell’ANAS che, anzi, e loro malgrado, si ritrovano nell’insolita veste di moderni mecenati, quasi costretti a finanziare lavori di cui – probabilmente – poco gli importa. Piuttosto il corto circuito cui stiamo andando incontro è una conseguenza della mancanza di investimenti pubblici in un settore strategico per il turismo culturale.
A tal proposito, e solo per inciso, vale la pena ricordare cosa accadde in occasione della Borsa internazionale del turismo del 2005. Nello stand allestito dall’Abruzzo venne mostrato il letto d’osso di Fossa – un’opera meravigliosa del I secolo a.C. che non sfigurerebbe in un qualsiasi museo del mondo, dall’Hermitage agli Uffizi, dal Louvre al Metropolitan – accolto, ricorda chi c’era, da una folla «quasi fosse arrivata una star». Ebbene, se solo uno degli ospiti della fiera milanese avesse voluto visitare senza preavviso la Necropoli da cui proviene quel letto, avrebbe fatto fatica a riconoscere in quel sito una delle maggiori attrazioni archeologiche d’Europa.
Si dice: non ci sono soldi, tanto che anche le soprintendenze annaspano tra mezzi esigui e risorse ridotte all’osso, così come Regione ed enti locali. Vero, ma fino a un certo punto. La realtà è che – ancora oggi e nonostante i proclami – la ricerca archeologica è considerata una non priorità: sarà perché gli scavi costano molto e non danno sempre la certezza del ritrovamento di valore, sarà perché la politica ha altri obiettivi da inseguire che diano la garanzia di visibilità e risultati immediati, sarà perché la ricerca storica è considerata un bene voluttuario e “in-tempi-di-crisi-non-possiamo-permettercela”. Sarà uno di questi motivi o tutti e tre insieme, ma se è così meglio sarebbe dirlo e stabilire che, per un po’ di anni, su questa voce del bilancio uscite non si spende una lira.
Se così non è, invece, è giunta l’ora – una volta per tutte – di fare una seria programmazione degli interventi da compiere sui siti archeologici, siano essi già esistenti o ancora da indagare: è sufficiente un semplice elenco che parta dal più importante fino a giungere a quello che lo è meno. Una banale graduatoria a scalare sul modello di quelle che si predispongo per i concorsi pubblici, fatto il primo si passa al secondo, quindi al terzo e così via. Così, almeno, avremo la certezza di quando sarà il turno di ognuno.
La domanda centrale, però, rimane: con quali soldi? Una modesta proposta sarebbe quella di ricominciare ad usare una quota dei fondi CIPE per le aree sottoutilizzate (FAS) gestiti dalla Regione Abruzzo che, negli anni scorsi, avevano dato luogo ad importanti accordi di programma quadro sui beni culturali. Nel 2002, a livello regionale, queste risorse furono circa 10 milioni di euro; nel 2003 16 e mezzo; nel 2004 oltre 36 milioni; nel 2005 29,5 milioni (queste ultime due annualità comprensive del cofinanziamento di Regione ed enti locali); fino a giungere al 2006 dove la voce beni culturali è stata cancellata. Questa anomalia è stata giustificata con il fatto che – fino ad allora – si era andati avanti con interventi cosiddetti “a pioggia”, di dubbia necessità ed efficacia. A parte tale convinzione, legittima ma opinabile, viene da chiedersi se – tra fondi dati “a pioggia” e l’assoluta aridità – non fosse possibile trovare una via di mezzo che ne consentisse un utilizzo più oculato e mirato. Se la risposta fosse no apparirebbe, più che una precisa scelta politica, un’insopportabile scusa per non far nulla.