C’era una volta la globalizzazione.

11 07 2007

di Maria Cattini

“C’era una volta la globalizzazione…”.
Cominceranno così i nostri figli a narrare la propria epoca ai loro figli? Non sappiamo la risposta, ma la domanda è inquietante. Se si tratti di un fenomeno nuovo e quali siano le sue precise caratteristiche, restano questioni aperte: la stiamo vivendo, ma non comprendendo appieno.
Il termine globalizzazione, che si sta diffondendo sempre di più e che è entrato a far parte del linguaggio quotidiano, viene utilizzato per definire il nuovo assetto dell’economia mondiale. L’Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo (OCSE) definisce la globalizzazione come “un processo attraverso cui mercati e produzione, nei diversi paesi, diventano sempre più dipendenti tra di loro, a causa della dinamica dello scambio di beni e servizi, e attraverso i movimenti di capitale e tecnologia”.
Ma la globalizzazione è un bene o un male? Rappresenta la promessa di maggiore libertà e benessere per i cittadini di tutto il mondo, o costituisce un pericolo, perché favorisce l’omogeneizzazione culturale, l’omologazione consumista, la fine delle particolarità culturali, dell’identità dei popoli e della ricchezza delle tradizioni locali? La globalizzazione è un meccanismo in atto con velocità vertiginosa, di cui noi non ci rendiamo conto nella nostra vita quotidiana ed è un meccanismo che rende globali gli spazi economici, culturali e informativi, che prima erano a livello nazionale.
C’è una differenza di fondo tra la globalizzazione e l’internazionalizzazione: l’internazionalizzazione riguardava i rapporti internazionali, cioè inter nationes, per cui tutta la storia dei rapporti internazionali è stata il risultato di negoziati fra Paesi diversi. La globalizzazione invece ha una forza propria che passa al di sopra dei paesi e al di sopra dei meccanismi nazionali, ed è resa possibile dalle nuove tecnologie che permettono oggi di avere comunicazioni in tempi immediati, globalizzando i mercati, le economie, le culture e l’informazione.
Si tratta di un processo di cambiamento che si può accelerare o ritardare, ma non accettare o respingere. La globalizzazione non è sospinta solo da incentivi economici, ma anche e soprattutto da una forza storica irresistibile, più forte della volontà di qualsiasi governo e di qualsiasi partito: la forza che si sprigiona dall’evoluzione del modo di produrre. A contribuire al processo di integrazione dei mercati è stata in primo luogo la riduzione delle “barriere naturali” al commercio internazionale e, in seguito, a partire dalla seconda metà degli anni ‘70, lo sviluppo delle nuove tecnologie informatiche che hanno rivoluzionato profondamente le modalità di svolgimento dell’attività produttiva. Si può sopravvivere nel mercato mondiale solo se si è abbastanza forti e consolidati da reggere il confronto con gli altri soggetti economici. Per aumentare la competitività si assiste, oggi più che mai, ad una fitta rete di alleanze, fusioni che generano colossi europei e mondiali con inimmaginabili quote di mercato, capaci di stravolgere ogni possibile concorrente.
Chi non si integra e non si globalizza è spacciato. Ma il tipo di globalizzazione cui noi stiamo andando incontro è un tipo di globalizzazione che tende a ignorare temi come quelli della solidarietà, della partecipazione, dell’equità, della trasparenza e del buongoverno. Anche i problemi dai quali dipende il destino dei popoli, come il controllo della sicurezza e dell’economia o la protezione dell’ambiente, hanno assunto dimensioni internazionali. Così, il controllo delle questioni determinanti per l’avvenire dei popoli sta saldamente nelle mani delle grandi potenze e delle concentrazioni capitalistiche multinazionali.
Ma non dobbiamo limitarci a denunciare o a demonizzare un fenomeno che è ormai in atto, bisogna agire perché esso non rovini la nostra vita e quella delle generazioni future. Si tratta innanzitutto di rivendicare un nuovo controllo politico e sociale sulle attività economiche e commerciali, che oggi non rispondono più a nessuno. Si tratta di riappropriarsi della capacità di decidere quale deve essere il modello di sviluppo che vogliamo, senza che esso sia imposto, nei fatti, da una élite non controllata democraticamente che decide la nostra vita. Bisogna, comunque, riflettere intensamente anche sul fatto che una società che può produrre beni sempre più sofisticati ma che non è in grado di offrire ai propri membri un lavoro, alimenta profonde tensioni sociali che possono sfociare in conflitti violenti.
La sfida, cui le forze del progresso non possono sfuggire, consiste nel saper dimostrare di essere capaci di governare il processo di globalizzazione. E ciò esige che si risolva innanzitutto un problema di natura istituzionale, l’organizzazione di istituzioni democratiche sul piano mondiale.
Ma dialogo, comprensione e cooperazione sono i necessari presupposti di una prospera e sicura convivenza pacifica, a sua volta imprescindibile quadro per sviluppare qualsiasi tipo di positivo rapporto.
Questo processo di globalizzazione è dunque importante per due ragioni: perché sta andando avanti con una rapidità impressionante e perché è un processo che non ha regole.
Nessuno è contro la globalizzazione, come nessuno può essere stato a suo tempo contrario alla rivoluzione industriale, ma tutti dobbiamo chiederci: che tipo di globalizzazione vogliamo?
Questa è la domanda che ci si deve porre.


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