Economia della cultura e distretti culturali. Breve vagabondaggio tra leggenda e opportunità

11 07 2007

di Alberto Bazzucchi

Alimentata dalle difficoltà di molti dei comparti produttivi del nostro sistema industriale, negli ultimi anni anche in Abruzzo si è fatta strada una concezione vagamente miracolistica dello sviluppo culturale. Di notevole favore sembra aver goduto, in particolare, l’immagine del “distretto culturale”. La carica seduttiva di quest’ultimo, e cioè la possibilità di fare della cultura un fattore rilevante di sviluppo economico, deriva dal suo cugino più stretto, il distretto industriale, e dall’alone di successo che ha avvolto nell’immaginario collettivo le fortune dell’economia distrettuale industriale della cosiddetta “terza Italia” negli anni ottanta-novanta e che oggi sembra aver perso brillantezza.
Tutti conoscono i marchi Tod’s, Hogan, i terzisti marchigiani che realizzano l’intera gamma calzaturiera di Magli, Ferragamo, Prada, le calzature sportive di Montebelluna, i tessuti pratesi e, per venire a noi, le confezioni che le micro aziende della Val Vibrata realizzano per le grandi firme dell’alta moda, insomma, alcune perle del più celebrato made in Italy, e tutti sanno che sono prodotti entro le mura di piccole e a volte piccolissime imprese che operano all’interno, appunto, di distretti industriali. Alcuni sostengono che questo modello sia in crisi, altri che i distretti si stanno riattrezzando per tornare più forti di prima sui mercati internazionali e che alcuni segnali in questo senso già siano ravvisabili. Fatto è che molti sono d’accordo nel ritenere che, se di declino produttivo siamo vittima e se siamo come siamo maestri indiscussi di economie distrettuali, una possibile via d’uscita la si potrebbe trovare in una riedizione di questo modello applicata questa volta alla ricchezza “sotterranea” dell’Italia: il suo patrimonio culturale.
Al posto dei tessuti mettiamo chiese e piazze e il gioco è fatto. Il sillogismo, purtroppo, non è così automatico e alcuni più assennati conoscitori della materia lo hanno per tempo fatto notare. Il professor Pierluigi Sacco per esempio – che insegna all’Istituto universitario di Architettura di Venezia, sebbene sia dal punto di vista accademico una specie di “ultrà” dei distretti industriali, e abbia riunito nello studio Goodwill di Bologna le migliori competenze in azioni di valorizzazione delle risorse culturali e al suo nome siano legati probabilmente gli unici studi di fattibilità per la creazione di distretti culturali in senso stretto – non assegna alcuna virtù salvifica alla cultura. Sostiene invece che uno dei principali colpevoli di questo errato convincimento sarebbero alcune presunte statistiche ufficiali dell’Unesco – secondo le quali l’Italia possederebbe quote esorbitanti del patrimonio artistico mondiale, pari al 50-70 per cento del totale – brandite come scimitarre da invasati paladini delle nostre sorti.
La prima obiezione è che questi dati non tengono conto di che cosa debba intendersi per “patrimonio culturale mondiale” il quale, al di là dei monumenti, dei dipinti o delle sculture, è fatto di elementi molto eterogenei come le testimonianze della cultura materiale, riti, tradizioni orali, oggetti d’arte decorativa e manufatti della più varia natura, forme musicali e così via, che non si possono mescolare insieme in un unico guazzabuglio. La seconda è che tutti pensano a modelli come Firenze e Venezia e le altre città d’arte italiane. Ma la vera novità del recente discorso sui beni culturali è che la cultura “paga” in termini di sviluppo e può creare economie rilevanti anche in contesti locali modesti dal punto di vista della dotazione culturale iniziale.
Il fascino dei distretti culturali ha sedotto anche gli abruzzesi. La legge regionale 22 del 2005 li ha infatti istituiti stabilendo un termine di novanta giorni dall’entrata in vigore della stessa per predisporre linee d’indirizzo e procedure per il loro riconoscimento. Oggi i distretti culturali non hanno ancora una carta d’identità, ma tornano nuovamente alla ribalta tra i soggetti destinatari di contributi regionali all’interno di una proposta di riforma globale del “sistema spettacolo” formulata dall’Assessorato alla cultura, che vede oggi avviata una fase di concertazione che dovrebbe preludere alla sua approvazione finale.
In sé, tale previsione normativa potrebbe essere sacrosanta e mostra con evidenza che una certa consapevolezza ha fatto breccia anche tra i nostri rappresentanti.
Se poi a questa aspirazione collettiva non ha fatto ancora seguito altrettanta chiarezza di intenti forse ciò non è del tutto svantaggioso. Forse in questa fase si ha più bisogno di maglie larghe per costruire ipotesi di sviluppo adeguate ai singoli territori e alle collettività che li abitano piuttosto che rigidi vincoli normativi. Così, le uniche due ipotesi di distretto culturale oggi in corso di elaborazione in Abruzzo – Cantiere Cultura all’Aquila e il distretto culturale della provincia di Pescara, promosse entrambe da due fondazioni bancarie – e quelle future avrebbero respiro e tempo per plasmarsi intorno a vocazioni locali reali e non presunte.
È assurdo pretendere che esista una sola definizione di patrimonio culturale, figuriamoci quanto lo sarebbe irreggimentare negli spazi stretti di un comma di legge un tema come quello dei legami tra cultura e sviluppo economico. Si aprirebbero le porte alla mitologia della cultura, ma si dimenticherebbe la realtà. Inoltre, se una pedissequa applicazione delle forme distrettuali tradizionali non è applicabile al settore culturale è altrettanto vero che una logica limitata alla “messa a reddito” del patrimonio monumentale e artistico sarebbe riduttiva e difficilmente accettabile. Questa logica poggia su una visione dello sviluppo economico locale tutta basata sulla valorizzazione di un patrimonio a fini turistico-ricreativi, una sorta di economia della rendita che si è già affermata in molte città d’arte italiane distogliendole sempre più dal modello di città della cultura, attente alla produzione culturale, alla circolazione delle idee ed alla qualità della vita dei suoi abitanti prima che dei turisti.
Perché dunque si continua ad impugnare la cultura come una bacchetta magica e pretendere che da essa scaturiscano incantesimi e parabole a lieto fine? La cultura può davvero trasformarsi in una fattore di sviluppo? É certamente difficile valutare le reali economie connesse alla cultura a causa della loro natura eminentemente immateriale. Questo però non significa che essa sia immaginaria.
Se ne trovano degli esempi senza andare molto lontano. Pensiamo al grande sviluppo recente dei prodotti tipici e in generale della ristorazione di qualità. Gli esperti lo chiamano “processo autocatalitico”, cioè un processo graduale, ma inesorabile di miglioramento della qualità dell’offerta accompagnato da una altrettanto graduale, ma inesorabile crescita della qualità e della competenza della domanda. Inutile chiedersi cosa sia nato prima: sono stati i gusti più ricercati e maturi dei consumatori abruzzesi (e non) ad indurre un’offerta migliore di prodotti per una clientela disposta a riconoscere la qualità e a rimunerarla? O, al contrario, sono stati i tentativi audaci e pionieristici di qualche produttore ad educare alla qualità un pubblico via via più ampio? È probabile che i due processi siano accaduti contemporaneamente influenzandosi a vicenda. Ma dove sta l’immaterialità di processi di sviluppo come quelli dell’industria del vino, o dell’olio, o di alcuni altri prodotti della terra, che sembrano essere invece molto materiali? Il vino si beveva anche molto prima dei marchi di qualità, dei doc, dei docg o degli igt. La differenza tra ieri e oggi sta in qualcosa che non si vede e non è immediatamente riconducibile alla natura merceologica del prodotto: alla base dei prodotti tipici c’è la terra ma la differenza fondamentale sta nel capitale di conoscenze, di competenze e di esperienza che sono confluite in un prodotto finale migliore. Ne consegue che il valore finale del bene non è fisso ma è soggetto ad un processo moltiplicativo: la parte di valore aggiunto generata dal capitale umano e dalla competenza del produttore si riflette in quella del consumatore il quale, diventando sempre più esperto, alimenta e dà valore al lavoro del primo, che a sua volta torna ad agire sui gusti del secondo e così via. È stata dunque la contemporanea crescita della qualità della domanda e dell’offerta che ha portato alla formazione di un mercato prima inesistente di cui tutti, in diversa misura, ci siamo resi conto negli ultimi anni.
Il punto è che, se di fronte ad un contesto familiare e conosciuto, per esempio quello del vino e di altri prodotti della terra, risulta abbastanza agevole riuscire a capire che cosa è gradito e cosa no e dunque a ricostruire con una certa precisione la mappa delle preferenze del pubblico, di fronte a contesti come quello delle esperienze culturali, che per definizione richiedono di confrontarsi con l’ignoto, i risultati non sono così scontati. Infatti, la peculiarità dell’esperienza culturale sta proprio nella sua capacità di non rispettare i nostri modelli di valutazione precostituiti ma di dargli direzioni impreviste e stimolanti.
Gli abruzzesi sono pronti a reggere questa provocazione? Dalla più recente indagine Istat dedicata agli “Aspetti della vita quotidiana”, relativa al 2003, risulta che il 53% della popolazione abruzzese con più di sei anni ha letto quotidiani almeno una volta alla settimana a fronte del 64% del Centro Nord; di questi il 35% ne ha letti quasi tutti i giorni a fronte del 43% delle regioni centro settentrionali. In Trentino Alto Adige questi valori toccano il 76%, in Friuli Venezia Giulia il 73%, in Valle d’Aosta il 70%; ultime Basilicata e Calabria con, rispettivamente, il 39% ed il 42%. Sempre dalla stessa indagine risulta che il 38,6% della popolazione abruzzese con più di sei anni ha letto almeno un libro all’anno per motivi non scolastici o professionali a fronte del 47% delle regioni del centro nord; l’8% ha letto più di dodici libri a fronte del 14% delle altre regioni. A teatro si reca il 18% degli abruzzesi (media centro nord 20%), il 26% visita mostre e musei (media centro nord 34%), il 20% visita siti archeologici e monumentali (media centro nord 27%). I dati di contabilità territoriale dell’Istat, basati su informazioni della Siae, indicano per il 2005 una spesa media del pubblico abruzzese di 3,8 euro per spettacoli teatrali e musicali (prosa, teatro dialettale, lirica e balletti, concerti di musica classica ed altro) praticamente la stessa di dieci anni prima, a fronte di una media di 11,2 euro per il pubblico del centro nord (che nel 1995 ne spendeva circa 10). Sempre nel 2005 risultano venduti in Abruzzo per le stesse attività 31,5 biglietti ogni cento abitanti (erano 44 nel 1995) a fronte dei 65 del centro nord, praticamente costanti nell’ultimo decennio.
I dati disponibili sembrerebbero offrire una indicazione univoca e cioè che alla maggior parte degli abruzzesi la cultura interessa poco o, comunque, meno che ad altri e che quindi essa debba essere a ragione limitata a luoghi e modalità di fruizione riservati ad un ristretto numero di adepti ed appassionati. Se questo è vero, è impossibile non cogliere l’intrinseca contraddizione tra questo dato e la pretesa di trasformare all’improvviso la nostra regione nella terra promessa dell’industria culturale. È improbabile che possano nascere delle economie significative intorno alla cultura in una comunità che, tutto sommato, colloca quest’ultima agli ultimi posti nella sua scala dei consumi.
Questo radicato luogo comune è meno vero di quello che sembra. Il fatto che leggere libri o assistere a spettacoli teatrali o musicali siano oggettivamente attività marginali nella vita quotidiana degli abruzzesi non dimostra che siano ritenute cose disdicevoli. Dimostra semplicemente che l’ambito di esperienza accessibile agli abruzzesi è crudelmente limitato e che se si fosse messi in condizione di inserire un libro o uno spettacolo in un contesto che gli conferisce valore e significato è possibile che i termini di partenza si ribaltino. Viene da pensare a manifestazioni come il Festival della letteratura di Mantova che è riuscita a totalizzare oltre 100 mila presenze nell’edizione del 2006, 260 incontri, staccando 60 mila biglietti, forte di un budget di 1 milione 500 mila euro. Ma anche al Festival dell’economia di Trento che, contro ogni più benevolo pronostico sugli esiti di una tal iniziativa sulla “scienza triste”, ha fatto registrare alla sua prima edizione del 2006 oltre 50 mila presenze.
Ciò che non viene scelto o preferito dalla maggior parte dei consumatori appare come qualcosa di sconosciuto piuttosto che di sgradito. Il problema dunque è riuscire a creare le condizioni che permettano agli individui di conoscere e apprezzare esperienze da cui altrimenti resterebbero esclusi. Si è visto come questo salto di qualità, insieme nell’offerta e nella domanda, si sia verificato in alcuni settori produttivi e come il grande patrimonio di conoscenze e di esperienze ad essi connesso si vada diffondendo in strati sempre più ampi di popolazione. Con la cultura è più difficile ma i segnali interessanti di Cantiere Cultura (già adeguatamente trattati in un numero precedente di questa rivista) e del progetto Caripe su Pescara lasciano ben sperare. Ora, non siamo certo in vista di un novello Greater London Council, di un Bloomington cultural district, o dell’Ars electronica dell’austriaca Linz, ma anche se si riuscisse a realizzare qualcosa di simile occorre ribadire che questo qualcosa non ha poteri magici. Secondo lo studio The economy of culture in Europe, preparato dalla Direzione generale per l’istruzione e la cultura della Commissione Europea e diffuso alla fine dell’anno scorso, il fatturato del settore creativo e culturale ha inciso per il 2,6% sul prodotto interno lordo realizzato dall’intera Comunità Europea nel 2003 (2,3% in Italia, 3,4% in Francia che è il paese con il valore più alto). Nel 2004, 5,8 milioni di persone risultavano operanti nel settore, cioè il 3,1% dell’occupazione totale dell’Europa a 25 (in Italia il 2,8%).
Può essere tanto oppure troppo poco, a seconda di come la si pensa. Diciamo che lo sviluppo economico che i mercati culturali possono contribuire a far nascere è di tutto rispetto, ma limitato in termini assoluti, soprattutto se confrontato con quello generato dai settori trainanti dell’economia. I più ritengono che quelle culturali sono economie che, al massimo, potranno autosostenersi e che certo non potranno mai raggiungere dimensioni tali da sostenere un intero sistema economico. Ma questo non è molto importante. La lezione che ci arriva da città come Linz, St. Louis, la piccola Bloomington, è che non è necessario essere Venezia o Firenze: la cultura può premiare anche contesti locali inizialmente non ricchi di risorse culturali.


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