Appunti di filosofia/2. I neuroni specchio.

29 11 2007

di ANGELO JONAS IMPERIALE - angama2001@alice.it


L’aver trattato il sistema motorio ed il funzionamento dei neuroni motori nel precedente articolo della nostra rubrica filosofica, se pur ci ha allontanato da una trattazione diretta del sistema dei neuroni specchio, ci ha aiutato a riconsiderare il nostro modo di conoscere e di essere in relazione alle cose, allo spazio e all’ambiente.
In particolare, riassumendo, da un punto di vista epistemologico abbiamo visto come le riscoperte funzioni dell’ area pre-motoria della nostra corteccia cerebrale ci aiutano a capire che il nostro orientamento nel mondo è dettato da un contatto diretto con l’ambiente che ci circonda definibile “embodied knowledge”.
Questo si presenta come immediata conoscenza corporea dell’esterno, che prima ancora di una nostra possibile rappresentazione linguistica, ci porta ad agire e quindi a comprendere. Il significato delle cose per noi si identifica così, ancora prima che sul piano linguistico-simbolico della conoscenza, come direttamente già presente nelle nostre azioni e nel nostro modo di essere in relazione. Da qui il suggerimento spontaneo perchè le nostre rappresentazioni simbolico-linguistiche si avvicinino il più possibile alle nostre percezioni e al divenire delle relazioni e della natura stessa delle cose, e alle esigenze e ai bisogni immediati di queste. Non ultimo per importanza in questo caso, dunque, l’accenno critico fatto alla fine del precedente articolo alle usuali rappresentazioni “modellizzate” cui la società industriale e cibernetica ci ha abituati e continua ad abituarci. Nello specifico, gli accenni fatti alle rappresentazioni del mercato finanziario e ai nuovi sviluppi cibernetici non sono stati casuali, ma erano certo volti a criticare la progressiva de-naturalizzazione delle relazioni interpersonali e dello spazio, quasi a proiettare le relazioni ed i bisogni delle persone su un piano tecnologico virtuale lontano dal nostro self, dalle nostre percezioni o addirittura in sostituzione di esse.
Prima di passare a descrivere cosa sono i neuroni specchio, ai fini di una più profonda comprensione dell’ importanza di questi, occorre sottolineare la rilevanza delle emozioni nel nostro quotidiano orientarci nel mondo.
Raramente le cose ci appaiono infatti, come questo o quell’afferrabile per questa o quella presa, come ci suggeriscono i circuiti dei moto neuroni scoperti, il più delle volte celano un pericolo o un’occasione, suscitando in noi paura, stupore, disgusto, interesse, dolore o piacere. Il nostro provare emozioni, dunque, ci consente di valutare immediatamente le variazioni più o meno improvvise dell’ambiente, e di reagire ad esse in maniera efficace e vantaggiosa. Questo in modo molto più incisivo se la nostra azione si muove in relazione con altri individui: “i loro comportamenti non incarnano solo tipologie di atto, ma spesso provocano in noi rabbia, odio, terrore, ammirazione, compassione, speranza, ecc”.
E le nostre azioni prima ancora che in relazione alle cose sono da subito inter-azioni con gli altri. Il nostro essere è soprattutto essere in relazione agli altri e con gli altri. La nostra vita si fa quotidianamente vita in contatto con gli altri.
Il nostro muoverci nel mondo dunque è per come lo avevamo descritto sinora un orientarci tra le cose e l’ambiente sì, ma soprattutto con ed insieme agli altri in quell’orizzonte unico di costruzione di senso, gioco linguistico e scambio di emozioni che a me piace descrivere come il luogo condiviso della socialità. Questo l’ecosistema particolare, se così possiamo definirlo, dell’essere umano inteso come “animale sociale”. È all’interno di esso che noi comprendiamo il mondo attraverso il nostro corpo e la nostra facoltà di condividere e scambiare emozioni con l’altro.
Facciamo un esempio per capirci meglio: un nostro amico afferra con la mano un bicchiere d’acqua, lo porta alla bocca, lo beve davanti a noi e subito ha una reazione di disgusto.
Alla sola osservazione dell’espressione di disgusto sul volto del nostro amico noi capiamo che vi è stato qualcosa che ha provocato in lui quella sensazione e certo cerchiamo istintivamente di evitare di bere quello stesso bicchiere d’acqua, quasi sentendo anche noi lo stesso disgusto.
Analizziamo ora cosa è avvenuto in realtà: appena abbiamo visto il nostro amico allungare la mano verso il bicchiere noi già sapevamo il modo in cui l’avrebbe afferrato, il fatto che lo avrebbe portato alla bocca, che avrebbe aperto la bocca in quel dato modo e che avrebbe poi bevuto l’acqua che vi era dentro. Quando poi lo osserviamo provare disgusto, capiamo che non deve essere stato simpatico bere quell’acqua.
Bene, come facciamo a prefigurarci istintivamente il comportamento possibile del nostro amico? E come poi facciamo a sentire quella sensazione di disgusto, quasi l’avessimo bevuto noi quel bicchiere d’acqua? Ci deve essere sicuramente un meccanismo straordinario all’interno del nostro cervello, che ci permette di simulare le azioni altrui ed avere con questi un contatto empatico tale da farci provare le sue stesse sensazioni.
Ecco cosa sono i neuroni specchio. Questi da un punto di vista motorio si comportano in maniera indistinguibile dagli altri neuroni motori che abbiamo descritto in precedenza, in più rispondono anche quando l’atto motorio non è compiuto dal soggetto, ma questi è semplicemente lo spettatore passivo di un’azione analoga fatta da un altro individuo.
I neuroni specchio in questo senso costituiscono un sistema neurale che mappa l’osservazione dell’azione sulla sua esecuzione, simulandola. In sostanza i neuroni mirror, si attivano non con il semplice movimento, bensì al riconoscimento di uno specifico atto motorio, non solo proprio, come nel caso dei neuroni motori, ma anche altrui.
Questi speciali neuroni possono essere così considerati il collante delle relazioni interindividuali e della nostra facilità che abbiamo, non sempre del resto, a comprenderci reciprocamente. In noi dunque esiste una forma di risonanza emotiva la quale a ben vedere risulta fondamentale per il nostro stesso essere al mondo e la nostra evoluzione. I vantaggi adattativi offerti da questa nostra facoltà sono evidenti anche perché rendono possibile l’instaurarsi e il consolidarsi dei primi legami interindividuali.
La comprensione così della natura profonda dei nostri neuroni specchio, ci conduce dunque ad una ridefinizione del nostro essere sociali, uguali agli altri e uniti da una natura che ci permette la cooperazione e ci fa desiderare la compagnia. Se infatti prima potevano essere intuizioni, oggi queste ipotesi vediamo come assumano un carattere assolutamente concreto, che inscrive la sua legittimità nella natura biologica dell’essere umano.
I neuroni specchio sembrano così fornire “il substrato neurale per una compartecipazione empatica che, sia pure in modi e a livelli diversi, sostanzia e orienta le nostre condotte e le nostre relazioni interindividuali”.
L’esistenza nell’individuo di un sistema che immagina le azioni altrui quando queste sono nel suo focus attenzionale indicano la presenza dell’alterità nell’io. Si è dimostrato come sia necessaria l’osservazione del comportamento altrui, per conoscere meglio se stessi attraverso il processo di selezione delle nostre capacità motorie messe in atto per la costruzione della simulazione.
L’io così si forma per e con l’altro in una simulazione che incarna l’azione altrui in una nostra azione comprensiva.
Il riconoscimento dell’alterità nell’io abbatte le frontiere di una vecchia concezione che relegava l’io ad unità assoluta e trascendentale, e pone le basi per una riformulazione della persona come esistente in relazione agli altri. L’unicità che è alla base del nostro essere umani è la possibilità data dalle nostre facoltà linguistiche e semantiche di costruire il nostro orizzonte di senso. Riportando il piano simbolico e rappresentazionale ad un livello più intimo e naturale scopriamo come i neuroni specchio e l’ empatia possano essere i mattoni e il cemento per la costruzione di un nuovo senso di essere in società nel riconoscimento degli altri e di noi stessi come persone .
Scoprire la pregnanza dei neuroni specchio e il ruolo fondamentale che rivestono nel nostro sopravvivere e vivere sulla terra, significa tornare a riconoscere l’importanza dell’altro come persona differente dal nostro self, nelle nostre esperienze quotidiane.
Oggi che la società globale ci pone in costante contatto con l’alterità, capire ciò significa riscoprire l’importanza di un dialogo che abbatta le barriere e ci conduca verso “discorsi viventi” che costruiscano un’ecologia della mente ove le differenze cooperino in mutuo sostegno. Le differenze culturali, le molteplicità con cui la nostra mente entra oggi quotidianamente in contatto, sono oramai la norma ove il vecchio pensiero occidentale trova difficoltà enormi ad adattarsi.
Trovare nelle differenze tuttavia la loro unicità e riscoprirle come nostre nuove conoscenze, aiuta a comprendere lo spazio condiviso della socialità.
L’identità dell’io allora si frammenta davanti all’alterità in un processo di co-evoluzione con l’altro, interculturale, o meglio, trans-culturale ed ecologico.
L’empatia come i neuroni specchio però, si delineano come principi neutri, biologici, che sottendono il nostro stare insieme, come corpi che si ritrovano a condividere uno spazio. Considerare i dettagli del nostro sistema motorio, il funzionamento del sistema dei neuroni specchio, non aiuta poi molto, se non troviamo in questa visione un posto non ai corpi ma alle individualità, alle loro scelte, alla loro libertà.
Spetta a noi, anche alla luce di queste analisi, decidere di essere persone e risvegliare la vita.





Appunti di VIAGGIO. asalaam aleikum Karakorum

29 11 2007

di ANTONIO MASSENA - Testo e foto dell’autore

Prime riflessioni a margine della spedizione Abruzzo Karakorum 2007 organizzata dal C.D.A.A. – Centro Documentazione Alti Appennini.


…i profondi occhi neri di Bhotò, un bimbo di quattro – forse cinque anni – mentre allunga la mano per prendere una scatolina di marmellata;
il viso segnato dalla fatica di Karim, portatore del Baltoro, che dimostra molti più anni di quelli reali;
il caos ordinato di Islamabad, città cresciuta troppo in fretta, attorno ad un nucleo inesistente e lungo geometriche direttrici che scorrono verso l’infinito. Una città dove convivono – in illusoria sintonia – miseria e grattacieli dalle facciate solcate verticalmente da grovigli di cavi elettrici;
le braccia dei bambini che si alzano verso di noi e gridano: “pen!”;
le immagini della decapitazione di un prigioniero che scorrono sullo schermo di un telefonino frammiste alle foto di dive bolliwoodiane;
la Karakorum Highway che rimanda alla mente i ricordi, per nulla sbiaditi, della Friendship Highway che collega il Nepal con il Tibet, Kathmandu con Lhasa, strada di alta montagna scavate fra rocce instabili e valli glaciali, solcata da fiumi impetuosi. Una strada che durante le piogge torrenziali frana in più punti interrompendo le comunicazioni anche per più giorni;
i militari, che con le loro postazioni controllano un territorio, il Kashmir, conteso all’India da sessanta anni, vivendo in grotte, in bianchi igloo di vetroresina o in semplici costruzioni di pietra, per turni di sei mesi. Sicuramente ne uccidono di più il freddo, le valanghe, i crepacci che le cannonate e i proiettili che di tanto in tanto partono in una o nell’altra direzione;
chapati, riso, samosa, tikka, pakora, pollo e green tea;
le rigide gerarchie che sovrintendono il duro lavoro dei portatori: i sirdar, i portatori anziani e quelli giovani;
le etnie degli abitanti delle province del nord del Pakistan: i baltì e gli hunza, portatori i primi e portatori d’alta quota gli altri;
gli occhi persi nel vuoto di una capra che aspetta di essere sgozzata;
vette di ghiaccio e di roccia, ancora senza un nome e in attesa – forse un giorno – di qualcuno che abbia la voglia e la curiosità di salirle. Vette certamente non meno affascinanti di quelle più blasonate – il K2, il Broad Peak, il Gasherbrum I, il Gasherbrum II, il Chogolisa e altri ancora – con interminabili file di alpinisti (e non) che cercano di ripetere dopo oltre cinquanta anni itinerari già percorsi da altri uomini con mezzi e risorse ben diversi;
montagne che tollerano la presenza dell’uomo e che, prima o poi, pretendono qualcosa;
lo sguardo sofferente e implorante di Ibrahim, anche lui portatore, colpito da edema polmonare. Gli occhi di chi non vuole morire, che si aggrappa con le poche forze rimaste alle braccia di Valter e Claudio. Occhi che, dopo le prime cure, diventano profondi come il cielo;
la scena di un film già vista, campo base del K2…neve, vento, un alpinista russo che ci viene incontro con uno stereo portatile che urla l’inno russo, mixato a mo’ di rap, con ritmi metallici;
le teste mozzate di due yak messe su un cumulo di pietre, inquietante totem post-moderno;
enormi antenne televisive, striscioni pubblicitari, sporcizia…dove siamo?
…Storie di uomini che si intrecciano, uomini che provengono dai posti più disparati dalla terra, ognuno con le sue aspettative, i suoi segreti, le sue ansie, le sue paure; uomini che in alcuni casi non torneranno più indietro;
delicati equilibri ecologici sconvolti e alterati: la desertificazione, l’inquinamento dell’acqua e dell’aria, lo sfruttamento eccessivo dei pascoli, il disboscamento illegale sono solo alcuni dei fattori che condizionano il paese;
albe e tramonti mozzafiato che valgono, la maggior parte delle volte, un viaggio;
Karim, Habib, Rahib, Hadi, Haji, Alì, Mir, Wazir, Samì, Aman, Imran…e tanti altri ancora, non solo nomi ma ricordi di persone con cui si sono condivisi pochi attimi, momenti sereni ma a volte anche di tensione;
il viso di Stefano gioioso e sorridente, il viso di un folletto che non riesce a star fermo, nemmeno beve un po’ di the, il viso di un bambino che non rivedremo mai più ma resterà sempre dentro di noi con i suoi luminosi sorrisi;
…immagini, flash, ricordi vividi e altri sfumati, colori, sapori, odori; la voglia di conoscere e capire, cercando – anche se per poco – di entrare in punta di piedi e con grande discrezione nella mente di persone lontane da noi per cultura, storia e tradizioni ma molto vicine per sensibilità e disponibilità…





Le opere di Andy Warhol a Pescara. L’America si racconta.

29 11 2007


di PATRIZIA PENNELLA


E’ l’uomo che di una scatola di zuppa ha fatto un’opera d’arte, un’icona. Capace di cambiare, con colpi di colore e fantasia il modo di leggere i particolari della vita: vent’anni fa moriva Andy Warhol, l’artista capace di sognare la realtà e replicarla nel sogno. Pescara lo ha ricordato nella scorsa estate con una mostra importante e rappresentativa all’interno del museo Vittoria Colonna. Una mostra che sull’Adriatico è arrivata grazie a una serie di fortunate coincidenze, su cui si è innestato un forte impegno culturale.
Il primo tassello di questa iniziativa ha il volto e l’intelligenza di Luigi Antonangeli, avvocato pescarese appassionato di arte che, racconta: “Ho avuto la fortuna di venire a contatto, per ragioni professionali, con la più importante agenzia di promozione di cultura ed arte di Spagna, la d’O.S. di Barcellona. Allora ho ritenuto che, implementando la capacità di fare della d’O.S. con quella della Scuola Romana Artes di Roma, in questo campo, si potesse spaziare in ogni dove”. L’attenzione dell’assessore Adelchi De Collibus ha fatto il resto.
Così, dopo la splendida esposizione dedicata a Plinio De Martis, il grande gallerista che fece conoscere la pop art agli italiani, al museo Vittoria Colonna arrivano le opere del signore indiscusso di quella che non fu una semplice corrente artistica, ma una ventata rivoluzionaria di pensiero. Warhol è l’America che racconta se stessa, magnifica, aberrante, eclettica, orrendamente commerciale. Il mito dell’espansione continua, delle infinite possibilità si traduce in immagini. Anche queste tanto reali da essere inafferrabili.
La mostra di Pescara ha una grande particolarità, quella di raccogliere opere tutte provenienti da collezioni private. Sono settantadue in tutto, quarantadue delle quali uniche. Coprono un percorso artistico che va dal 1957 al 1986, attraversando tutti i grandi mutamenti sociali, esteriorizzati attraverso oggetti e voli simbolo. E’ singolare trovare Marilyn accanto a Mao, Liza Minnelli e Mick Jagger. O l’abito “costruito” attraverso le etichette di zuppa, di stile assolutamente americano, accanto a un Vesuvio dai colori tanto sgargianti da essere veri. E poi i piccoli gioielli, come la copertina originale del 45 giri Sticky finger dei Rolling Stones, con la lampo che fece inarcare più di qualche sopracciglio e le copertine per la rivista Time (memorabile quella del boss John Gotti). Poi gli inviti realizzati per la presentazione della mostra di ritratti di Mick Jagger alla Leo Castelli Gallery, tutti firmati da Warhol e dallo stesso Jagger. Accanto alle opere una galleria fotografica con gli splendidi ritratti di Warhol realizzati da Hans Namuth e Mimmo Jodice, e la prestigiosa “Anticamera con Andy Warhol”, una serie di 53 realizzazioni di Dino Pedriali realizzati nel 1975.
La mostra, inaugurata il 19 luglio scorso, doveva chiudere i battenti il 9 settembre, ma la gran quantità di visitatori (novemila circa fino a fine agosto) ha convinto gli organizzatori a prorogare fino al 30 settembre.
“Ci sembrava giusto – ha commentato l’assessore alla cultura del Comune di Pescara, Adelchi De Collibus – dare anche alle scuole l’opportunità di organizzarsi e di fruire di un evento tanto importante”.
Particolarmente gradita è stata l’apertura delle sale fino a mezzanotte che ha consentito a molti turisti un’operazione mare-arte anche nell’arco di una sola giornata. Un’altra piccola chicca: la mostra rinnova un singolare legame tra l’Abruzzo e il maestro della pop art. E’ infatti un abruzzese, Dom Serafini, originario di Giulianova, ad occupare l’appartamento in cui Warhol viveva con la madre.
“Un piccolo gioiello al centro di Manhattan – racconta Serafini, giornalista, fondatore della rivista Video Age International – con un piccolo giardino che curo personalmente. Dov’è ora il mio ufficio, loro avevano la cucina: il mio computer è nello stesso angolo in cui lui dipingeva».





Carcere e Teatro/2. La paura e la sua commedia umana.

29 11 2007

di CARLO MARIA MARCHI


Seduto in platea, ascolto il rumore sordo dei passi sul palcoscenico. Lì, in alto, i personaggi si muovono, gesticolano, articolano e disarticolano i muscoli; danno di loro immagini deformate, ma sono vere.
È il teatro in un carcere.
I detenuti recitano, o forse no. A volte mi chiedo quanto ci sia di vero, di assolutamente interiore nei deliri dei detenuti. Nel loro agitarsi sulla ribalta ci sono tanti incubi e tante allucinazioni; non sono privi di senso, dentro vi è una parte del loro essere.
Questo essere vero occorre “sprigionarlo” perché non torni “prigioniero” di illogici comportamenti. Sono bravi, apprendono, si impegnano, si espongono al giudizio e alla critica, scandiscono brani altrui e propri. È il loro vissuto quello che meglio declamano.
Ma c’è un altro vissuto sul quale non si incede mai, e che loro, i detenuti, tendono a sopprimere una volta di più. La vittima dei loro reati!
Rappresentare il viso, la corsa, l’agitarsi di chi è sacrificato al proprio reato; è una paura che congela la capacità di azione e di giudizio e, nello stesso tempo, è un qualcosa che potrebbe dare il coraggio di cambiare e di superare sicurezza e tranquillità.
Non desidero entrare nel merito della normativa, in quella che è chiamata “giustizia riparativa”, ancora molto poco applicata ma, quale operatore penitenziario, mi piace pensare in termini trattamentali. Il palcoscenico sul quale fare scempio di se stessi disegnando la propria vittima, mentre dalla platea guardano. È questa la religione del dovere e del diritto: il diritto anche di sentirsi dire che c’è qualcuno rimasto ferito nel corpo e nella psiche.
È la sconfitta della paura di guardare l’altro perché lui, il detenuto, non abbia il sopravvento dell’essere anche un “povero Cristo”.
Immagino un’orchestra e un coro nascosti dietro un sipario.
Lui, il detenuto, è solo sulla scena. Si guarda intorno e dietro; la sua ombra lo sta deridendo e gli grida di avere paura.
Dopo un viaggio attraverso tormenti esistenziali e apparizioni improvvise di volti da lui perseguitati, il grande velluto rosso si alza scoprendo orchestra e coro.
Il pubblico applaude allo spettro del viso di una donna che, soltanto l’attore sa che è stata l’offerta del suo reato. Una donna ferita e offesa soltanto perché una minigonna ha balzanamente fatto pensare che “tanto ci stava…”
È la violenza predatoria che porta al rafforzamento del sé, e nella quale, paradossalmente, emerge la paura nel mentre del compimento del gesto.
È il teatro che può sviscerare lo sgomento verso chi è stato diversamente oltraggiato.
La paura come antidoto alla paura.
Che faccia ha quel vecchio strappato del suo denaro?
Quello, adesso, sta viaggiando nella confusione, e lo sa il detenuto quanto quell’uomo è martirizzato?
Nella postura facciale, il recluso commenti la sua vittima.
È come la traccia di un tema.
Scrive Anna Oliverio Ferraris, psicologa della paura.
“Paura e curiosità sono le due facce di una stessa medaglia; da un lato c’è il timore dell’ignoto e di tutto ciò che è nuovo, diverso e potenzialmente pericoloso; dall’altro c’è l’eccitazione della scoperta e del rischio, il piacere di imbattersi in aspetti sconosciuti e imprevisti, di mettere alla prova il proprio coraggio”.
Che l’uomo detenuto si confronti con il suo ignoto e lo scopra e, pubblicamente si prostri alla sua vittima.
È trattamento.
Spesso l’uomo che la legge ha condannato per un omicidio recupera se stesso e diviene parte attiva di una società, ma…non può dimenticare, mai, che resta un “assassino”.
Mi colpì una frase di Beckett, letta non ricordo dove, nella quale accettava la paura e la mandava laggiù, oltre l’eternità, dove nessuno avrebbe mai potuto raggiungerla.
È la paura di cosa si è stati e di essersi proclamati che potrebbe impedire un nuovo fatto deviante.
Che pensa quell’uomo che è stato intimidito? Vive o barcolla?
Con queste parole, Tommaso Buscetta, il pentito di mafia, raccontò il peso dell’intimidazione.
“Quando mi presento a lei, lei deve sentire il mio peso e deve sentirlo velatamente. Io non verrò mai a minacciarla, sarò sempre sorridente e lei sa che dietro quel sorriso c’è una minaccia che incombe sulla sua testa. Io non verrò a dirle: le farò questo. Se lei mi capirà bene: se no, lei ne soffrirà le conseguenze”.
Tanti sono quelli che lavorando per la giustizia divengono vittime di pressioni, e come può la persona ristretta descrivere colui al quale si è rivolto con la paura?
Quell’uomo che ha sbagliato deve sapere che parlarne non è una vigliaccheria.
Il Teatro Stabile di Innovazione del Friuli Venezia Giulia, ha proposto una bella immagine per una rappresentazione sulla paura e il coraggio.
In uno spazio bianco, una figura nera è sospesa a testa in giù; sta facendo una capriola. È un salto: da me a te. È il coraggio di varcare una soglia, quella della figura della paura che provoca ansia e paralisi. Ma affrontata, libera il pensiero e fa saltare eccitando l’ispirazione al cambiamento.
Nel suo spazio bianco, nella sua interpretazione teatrale, far rivivere al detenuto i suoi comportamenti insoliti nei quali emergono ossessioni e stigmate caratteriali che, apparentemente tenute a freno, sfociano quando la ricerca dei bisogni è più grande di lui.
Baricco nel suo “Omero. Iliade” ci ricorda che Omero aveva dato dei valori; il coraggio, l’amicizia e la paura. Sentimenti sempre da sviluppare, ma assieme alle ombre, alle difficoltà incontrate e da incontrare.
La vittima del reato è un sentimento da coltivare; che l’autore del reato lo gridi sul palcoscenico. Il mafioso pensa che l’unico mezzo per far conoscere il suo mestiere è la paura; i prepotenti hanno sempre bisogno di qualcuno da tormentare. Quando il giorno del tormento passerà, che il mafioso salga su quelle assi di legno appena inclinate; guardi e si faccia guardare e declami una intimidazione a se stesso così da comprendere la sua vittima.
È il trattamento della propria esposizione e delle pubbliche scuse ad una vittima.





Carcere e Teatro/1. Dimensione palcoscenico

29 11 2007

di GIULIO DICKMANN


La storia della violenza è iniziata con l’uomo e se considerata nell’arco della sua evoluzione, si potrebbero riconoscere aspetti fondamentali comuni che si sono manifestati ripetutamente nel corso dei secoli. La spirale della violenza si presenta dal passato ad oggi con ritmi ciclici. Se ne trovano tracce già nel vecchio e nel nuovo testamento, nelle opere omeriche, l’Iliade e l’Odissea.
L’atto di violenza più famoso è nella Bibbia, rappresentato dall’omicidio di Abele compiuto da suo fratello Caino, ma ce ne sono altri che testimoniano la profusione della violenza: Giacobbe ed Esaù, Mosè ed Aronne, Isacco e Ismaele.
Nella mitologia greca l’origine del mondo comincia con una violazione, un furto: Prometeo, uno dei titani considerato il creatore del genere umano, ruba dall’Olimpo il fuoco, sottratto dagli Dei agli uomini. La vendetta delle divinità sarà implacabile per lui e per tutto il genere umano che a causa del vaso di Pandora, sarà condannato a subire la vecchiaia, la malattia, la pazzia, il vizio e la passione.
Il carcere è un mondo oscuro, diverso, dove l’umanità, l’emotività, l’affettività, l’amore e il dolore costituiscono la “materia prima” per la messa in atto di scenari teatrali: drammatici o epici. Tutti attori di una realtà che può essere ottenuta solamente attraverso una elaborazione continua, nella quale ognuno è tenuto ad interpretare un ruolo. Il carcere diventa una metafora quotidiana, collegare il simbolico al reale diviene necessario in una società come questa, nella quale è sempre più esiguo lo spazio riservato alla psiche, il luogo, topos dove si realizzano le immagini.
Il carcere è come una foto in negativo della società, un microcosmo fitto di criminalità che ne rispecchia il lato più oscuro. Uno spazio riservato, non solo a chi si sottrae alla giustizia per alimentare l’edema della violenza, della tortura, della guerra, ma destinato anche ad individui malati, drogati, disoccupati, immigrati, insomma a tutti quei soggetti passivi che la società “cura” con uno schema razionalistico attraverso un’istituzionalizzazione, una medicalizzazione che trova nel nominalismo psichiatrico il suo più alto principio. Si dimentica che non siamo costituiti di soli neuroni ingabbiati tra le sinapsi del cervello, ma anche di figure, immagini che sposano i nostri istinti e che autonomamente li rappresentano senza essere da questi determinati causalmente. La trasmutazione simbolica degli eventi rende omaggio alle nostre immagini che non rimangono pertanto impiantate in una realtà fattuale dalla quale la psiche prende le distanze.
Questo concetto era già chiaro nell’epoca presocratica, quando si sosteneva che l’immagine, l’eidolon, non era solo ciò che si vedeva, ma ciò attraverso cui si vedeva. Il simbolo restituisce dignità alle nostre immagini, sottrae energia all’oggetto e la restituisce alla psiche. L’immagine è il dato primordiale negli immaginari e non una proiezione olografica del nostro essere biologici, perché intendendola in questo modo dovremmo dimostrare il collegamento organico-percettivo che la fa scaturire, ma questo ad oggi non è stato ancora dimostrato. L’immagine, sostiene James Hillman, psicologo e filosofo contemporaneo, non ha estensione nel mondo dei sensi, potremmo quindi affermare che l’immagine non può essere nemmeno percepita, ma solo “immaginata”, la percezione avviene dopo.
Nell’avvicinarsi e nell’addentrarsi nel regno dell’illiceità, il carcere, l’uomo fa i conti con immaginari angoscianti, i cui contenuti arcaici sono generati per natura da ananche una modalità immaginativa archetipica che chiude opprime; l’etimologia di questa parola è strettamente connessa a strangolare, Platone ne parla come una metafora indicarsi il farsi stretto.
Quando si entra in un carcere, si attivano inevitabilmente una serie di immaginari associati alla violenza, al crimine, alla pena, ma anche alla prepotenza, al vittimismo, alla paura. Si attraversa un confine, si scende verso il basso, come negli Inferi, che nell’antica Grecia era considerato un luogo, dove le anime dimoravano prima e dopo la morte, un luogo oscuro che nella cultura orfica era il collegamento iniziatico della vita, infatti, le figure che lo popolavano erano esatte riproduzioni dei viventi, ma desostanzializzate,vale a dire svuotate della vita. In questo luogo non avevano più significato il concreto, il materiale, il tempo e tutte quelle regole che sono alla base della logica e della ragione. Tutte queste ”non regole” sono comunque entrate a far parte della coscienza popolare attraverso gli archetipi; l’uomo, nel corso della sua evoluzione culturale e sociale ha eliminato, soprattutto nel mondo occidentale, la prospettiva mitopoietica; la fantasia, in favore di modalità cognitive quali la ragione e la logica che non ammettono errori, deviazioni, anormalità.
La realtà carceraria, di per sé così complessa, ha bisogno di essere elaborata, ordinata, educata. Lo strumento pedagogico diventa molto importante soprattutto, quando è volto a creare un contesto in cui sia possibile favorire il racconto di sé a chi vive l’ambiente carcerario. Ciascuno di noi è ciò che racconta e consegna un’immagine sociale anche sul come si racconta e come ci si esprime. Quando si racconta una storia, in altre parole, non si sta solo semplicemente riferendo fatti accaduti, ma si sta “costruendo” una storia, mentre si percorre. Il teatro come sfondo e cornice per la creazione di una storia, offre la possibilità di discernere la realtà, fornisce l’opportunità all’individuo di esprimersi, di aprirsi all’immaginario. Vivere su di un palcoscenico significa che un qualsiasi avvenimento del quotidiano, una volta diventata storia attraverso la teatralizzazione, assume un altro significato interiore, passando dal reale al simbolico.
Una semplice scena può essere ricavata dalla sottoscrizione di un dialogo fra agenti che lavorano in sezione e dei detenuti che dalle loro celle comunicano i loro problemi, le loro esigenze, le loro pretese. Questi dialoghi non sono solo delle voci nell’avvicendarsi quotidiano di un Istituto penitenziario ma espressioni drammatiche o eroiche o picaresche che si ripetono nel tempo assumendo di volta in volta le configurazioni che la mitologia classica ci propone. Il processo di rappresentazione e sviluppo degli immaginari avviene attraverso la tecnica dell’amplificazione Junghiana che collega le immagini ai miti e gli archetipi. Ciò costituisce il materiale empirico per l’attuazione dello psicodramma di Moreno (n.d.r. Jacob Levi Moreno, psichiatra, fondò il teatro della spontaneità, in cui ogni personaggio improvvisa la sua parte. Nella prigione di Sing Sing studiò le simpatie e le antipatie dei singoli carcerati, che poi rappresentò in un diagramma che chiamò sociogramma). Le sue tecniche hanno valenza terapeutica che si fonda sulla catarsi e sulla “presa di ruolo” da parte di chi partecipa; gli attori hanno la “possibilità di assumere un ruolo nuovo e spontaneo”, diverso dagli svariati “ruoli in conserva”, prefabbricati che spesso si è costretti ad assumere.
Nel teatro carcere, i detenuti pur non essendo a conoscenza del “gioco” che assegna un ruolo a ciascun partecipante, hanno sicuramente la possibilità di esprimersi nelle parti che meglio credono, in uno spazio fisico ben definito, la struttura del carcere, che diventa teatro, in uno spazio mentale che gli procura una libertà di espressione ai confini dell’acting-out, limitata solamente da un confine legale necessario per il mantenimento dell’ordine e della sicurezza. Un setting atipico che rispetta comunque la filosofia di Moreno. Attraverso gli immaginari di chi vive il carcere si rievocano le imprese di Ercole, pronto a superare con ostentazione, forza fisica, l’arroganza le difficoltà che la vita come il carcere gli propone; chi evoca la morte e fa comparire Thanatos; chi sogna l’amore in virtù di Eros; chi incapace di adattarsi alle regole e alla vita non concepisce altra società che la propria rimandando al mito della Creazione degli Dei, dell’evirazione di Urano e la detronizzazione di Crono; chi attraverso forme di abilità, astuzie e furberie evoca le imprese di Ermes o chi ancora sente la presenza del Diavolo rappresentandola attraverso turpiloqui e linguaggi animaleschi. Il carcere luogo chiuso per eccellenza in cui va collocato chi non “va visto”, è portato sul palcoscenico, mettendo in comunicazione il “dentro” con il “fuori”. E’ proprio grazie al gioco fascinoso del creare collettivo che possono mettersi in moto certe energie di relazione, atte ad elargire punti di vista differenti a chi vive una realtà fortemente marcata dall’individualismo del proprio tornaconto, ed anche a chi ne diviene spettatore. Nel Teatro-Carcere o “teatro sociale” l’intervento sulle persone non è del tutto consapevole e prioritario, poiché è inseparabile dall’esito dello spettacolo. La persona che vive l’esperienza del carcere deve trovare nel periodo della detenzione occasioni di ri-pensamento e di ri-partenza, nella piena affermazione della propria dignità umana attraverso il riconoscimento delle immagini nei miti e nelle modalità immaginative archetipiche.
Attraverso l’analisi immagistica e l’amplificazione si crea indirettamente un contesto pedagogico basato sull’autoaffermazione e l’autoanalisi che coinvolge tutti gli attori del teatro, conferendo cura, stima, salute mentale e corporea, sensibilità, esperienza cognitiva. Le scene, le immagini dei luoghi, i riferimenti mitologici, le modalità archetipiche ci dicono molto sul carcere e su chi abita questo mondo: confermando l’idea che la cultura possa vivere nei luoghi più impensati e alimentarsi nei luoghi più difficili.





La politica pastorale. L’Aquila 1947-2006

29 11 2007

di ANTONIO PORTO economista


L’evoluzione economica, politica e sociale è frutto di importanti trasformazioni, che inevitabilmente succedono a grandi crisi.
Alla fine degli anni Quaranta si assiste, a livello nazionale, alla riorganizzazione politica dello Stato Italiano. Localmente ci si trova, tra gli altri, di fronte al problema della trasformazione dell’attività pastorale da transumante a stanziale. Occorreva trovare una soluzione per evitare che la cessazione di questa attività provocasse una crisi sociale ed economica irreversibile delle aree interne della penisola.
Attraverso l’analisi svolta sulla base di una ricca documentazione che va dal 1948 al 2006 e di pubblicazioni concernenti questa Mostra, raccolti da Silvio Aloisi, si sono analizzate le politiche economiche pastorali poste in essere dagli Enti locali e dal Governi nazionale prima, dalla Regione, dalla Unione Europea e dal Parco Nazionale Gran Sasso e Monti della Laga successivamente.
Il filo conduttore della ricerca, è la crisi della pastorizia che, nel periodo indagato, trae origine dalla trasformazione del Tavoliere iniziata con la legge sulla libertà d’uso del 1806, ridimensionata dalla normativa del 1817, proseguita con nuova legge del 26 febbraio 1865, che disponeva la privatizzazione della terra, attraverso l’affrancazione obbligatoria dei canoni cui erano soggetti i censuari del Tavoliere nel termine di 15 anni, consentendo la piena libertà d’utilizzazione della terra e la fine dell’uso promiscuo. Le grandi bonifiche, la riforma agraria ed il passaggio all’agricoltura intensiva avvenute dopo questa data, di fatto determinarono le difficoltà della pastorizia transumante.
La recessione del settore economico trainante della regione Abruzzo produsse, come effetto diretto, il ridimensionamento del numero dei capi di bestiame con il logico declino dell’attività e la conseguente piaga della disoccupazione, che alimentò il calvario dell’emigrazione.
Negli anni Quaranta, al fine di cercare di salvaguardare il patrimonio zootecnico delle aree interne dell’Abruzzo, s’intravidero due strade: rendere stanziali le greggi o introdurre la transumanza verticale. Protagonisti nell’indicare la soluzione del problema furono innanzitutto le associazioni di categoria, gli Enti locali, la Camera di Commercio ed il Governo nazionale.
La C.C.I.A.A., oltre ad organizzare numerosi convegni affinché si portasse un contributo di studi e di esperienze per la soluzione delle problematiche individuate, nel 1948 assunse l’onere di organizzare, insieme al Comune di Castel del Monte, la Mostra Mercato degli Ovini da tenere sulla piana di Campo Imperatore. Ripercorrere la storia delle vicende economiche del settore zootecnico nell’ultimo secolo significa evidenziare le trasformazioni di ordine politico-sociale-economico che sono state introdotte nel sistema nazionale, europeo e territoriale. Per grandi linee le politiche attivate nel periodo di riferimento possono essere sintetizzate come segue.
Fino agli anni cinquanta gli interventi ebbero lo scopo di superare la crisi del settore zootecnico derivante dalla sostituzione della pecora con la vacca, dalla frantumazione dei latifondi in piccoli appezzamenti di scarso valore, dalla conseguente insufficienza di pascoli sia nella Maremma sia in Puglia. A tal fine fu costituito il “Centro pascoli e vegetazioni d’altitudine” impiantato a Campo Imperatore dal Consiglio Nazionale delle Ricerche e si allestì, sa cura della C.C.I.A.A. e del Comune la Mostra Mercato degli Ovini a Castel del Monte, una rassegna che in pochi anni divenne una della più importanti manifestazioni del genere in Italia per la valorizzazione della pecora Gentile di Puglia. La crisi del prezzo della lana e del formaggio, l’inefficiente collocamento sul mercato di questi prodotti, la diminuzione del patrimonio ovino, causata da molteplici ragioni, imponevano agli allevatori un indirizzo zootecnico diverso da quello fino allora praticato. L’attenzione veniva richiamata sulle possibilità di un incremento degli allevamenti bovini, in vista dell’apertura del Mercato Comune Europeo.
Nel decennio successivo, per effetto dell’apertura del Mercato Comune Europeo, l’allevamento doveva essere diversificato sia in rapporto agli sviluppi che il M.E.C. offriva, sia alla possibilità di produrre vantaggi più cospicui alla bilancia del settore. Per raggiungere questi obiettivi era necessario procedere a riforme strutturali, quali la trasformazione dei terreni in pascoli permanenti mediante la conversione dei terreni pedemontani abbandonati ed il rinnovo delle attrezzature. Occorreva, pertanto, un vasto piano organico che prevedesse la totale trasformazione della montagna, ponendo in essere progetti finalizzati all’incremento della produttività. Innanzi tutto erano necessarie opere pubbliche di bonifica previste dal titolo II e III del Piano Verde. Negli anni Settanta tenuto conto dell’enorme contributo che il settore dava per la copertura del fabbisogno nazionale di carne, occorreva sostenere l’allevamento attraverso politiche volte a potenziare i pascoli, esonerarlo dal pagamento dell’imposta di ricchezza mobile, disciplinare le importazioni, migliorare la vita dei pastori mediante corresponsione di adeguati salari, diffondere il sistema dell’associazioni e delle cooperative tra gli allevatori, esonerare questi dal pagamento dell’imposta di ricchezza mobile, rivalutare il mercato della lana, disciplinare le importazioni.
La Regione Abruzzo alla fine del 1970, allacciandosi alle dichiarazioni programmatiche di Andreotti, nelle quali avevano trovato ampio spazio il rilancio dell’allevamento che aveva bisogno di una profonda trasformazione, presentava il “Piano Appennino”, uno strumento per lo sviluppo integrato delle zone interne. L’obiettivo era di predisporre un insieme di progetti di massima per interventi organici, realizzati in tempi brevi, finalizzati allo sviluppo di queste aree. Tra questi la costituzione del Centro Pilota di Castel del Monte, struttura capace di diventare un vero punto di riferimento per la ripresa e lo sviluppo dell’allevamento ovino e l’approvazione della Legge n. 62 che prevedeva una serie d’interventi per il potenziamento dell’ambiente ed il miglioramento delle razze mediante l’incentivazione di allevamenti con soggetti puri. Negli anni Ottanta la Regione approvava piani di intervento per avviare la zootecnia verso nuovi traguardi con il miglioramento della produzione sia dal punto di vista qualitativo, che quantitativo; indicava, inoltre, azioni per trovare uno sbocco commerciale migliore per tutti i prodotti e per la creazione d’imprese artigiane finalizzate allo sfruttamento locale dei prodotti della pastorizia, non escludendo la lana. Gli anni Novanta, oltre alle politiche sopra ricordate, segnarono l’istituzione del Parco Nazionale Gran Sasso e Monti della Laga. La sua costituzione mirava alla salvaguardia della natura, ma anche a rilanciare le attività compatibili, e perciò anche la pastorizia.
Insieme all’attività del Parco era necessario che la Regione desse attuazione alla legge sulle aree montane prevedendo, per quelle zone, sostegni finanziari e programmi di decentramento di attività direzionali e di servizio. A questi due Enti era affidato il riequilibrio delle aree interne attraverso incentivi all’allevamento e al turismo, uniche fonti di reddito delle popolazioni residenti. Il nuovo millennio si apriva registrando l’impegno del presidente del Parco Gran Sasso e Monti della Laga, ad inserire i problemi sollevati dagli allevatori e dagli amministratori nelle tematiche del piano socio economico dell’Ente. L’associazione Coldiretti, infatti, aveva raccolto tra gli allevatori numerose lamentele, tra queste quelle del difficile rapporto con i Parchi, delle lungaggini burocratiche legate ai rimborsi dei danni causati dagli animali selvatici (i cinghiali in particolare ed i lupi), per finire al blocco della movimentazione delle greggi causata dalla Blue Tongue, nonostante le vaccinazioni. Dalla nascita e dalla capacità di attrarre risorse comunitarie nasceva la proposta di creare intorno all’asse storico del tratturo turismo, crescita economica, valorizzazione delle risorse culturali e ambientali. L’ultimo capitolo è dedicato all’analisi dei segni che l’attività pastorale ha lasciato sul territorio nel corso dei secoli. L’economia armentizia ha prodotto, nel tempo, caratteri tipici del paesaggio montano abruzzese. La valutazione conclusiva sulle politiche attuate dal 1948 in poi non è positivo. L’indice della scarsa incisività delle azioni poste in essere è dato dall’eseguo numero degli ovini che pascolano sui monti nella provincia di L’Aquila. Lo sviluppo e la valorizzazione della montagna attraverso programmi integrati con il turismo poteva incidere sullo sviluppo territoriale, ma neanche questo volano ha prodotto gli effetti sperati. I ritardi nella realizzazione del piano di bonifica montano e nell’erogazione dei contributi a favore degli allevatori, la mancata risoluzione del problema della riconversione delle greggi transumanti, si sono trascinati per lunghi decenni provocando la crisi della pastorizia. Se questa attività fosse stata sostenuta adeguatamente e tempestivamente dai tanti sostegni finanziari previsti da leggi Nazionali e Regionali poteva rappresentare oggi un punto di forza dell’economia locale. Rinviare la soluzione dei problemi alle generazioni future, però, sembra essere ancora oggi uno degli impegni più riusciti e caratteristici della politica italiana.
Con questa ricerca si è ricostruito uno scenario economico-sociale inserendolo nelle strutture dello spazio e del tempo, di cui sono protagonisti pastori, uomini politici e di cultura, Enti pubblici, associazioni di categoria. Attraverso i momenti salienti della politica nazionale, locale (Rassegna degli ovini di Castel del Monte), europea e le testimonianze considerate più significative si offre una visione politicoeconomica, quanto più completa, del periodo che, partendo dalla definitiva scomparsa della transumanza, arriva al 2006. Questo percorso ha anche la finalità di contribuire a delineare l’identità del territorio della provincia dell’Aquila combinando le sue componenti etniche, economiche, sociali, culturali e territoriali, fuse sotto il segno della pastorizia. Da questa visione non si può prescindere se si vogliono delineare novi scenari funzionali per questo territorio e progettare politiche capaci di realizzarli.





Notizie dal Gran Teatro del Mondo/2. AIDA nelle steppe dell’Asia Centrale.

29 11 2007

di ERRICO CENTOFANTI – Foto di Fiorella Cicerone


Una torre. Intorno, distese erbose a perdita d’occhio. Vai in cima per un’infinità di scalini che voltano a spirale e, per la fatica, t’incurvano la schiena, ma in avanti, non di lato e di sbieco, come quando scendi lungo la scala tra le due calotte del Cupolone di Michelangelo.
Allusione simbolica all’Asse del Mondo, alla congiunzione tra Cielo e Terra, o accumulatore e dispensatore dell’energia della Madre Terra, come di volta in volta lo sono stati i dolmen, i menhir, gli obelischi, le piramidi e le torri cultuali, sta di fatto che qui ti pervade un’intensità misteriosa. A mano a mano che vai su, il respiro rallenta, non per la fatica, e tutti i sensi avvertono una sorta di compressione centripeta, un’implosione dell’organismo che, con soffice imperiosità, ti pressa e compatta cervello, cuore, polmoni, fegato e quant’altro. In cima, l’azzurro fulgente del cielo trascolora in quello piú denso dei lontani profili montani. Un sottile spicchio di luna ancora non s’arrende all’impeto del sole montante.
Questa è Buranà, un grido troncoconico rampante verso l’infinito nell’immobile silenzio di un pianalto dell’Asia Centrale. Lassú, affacciata a un parapetto, sembra di scorgere l’ombra cristallizzata del kirghiso assunto da Leopardi a ispiratore del suo “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”, «Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,/silenzïosa luna?», sembra di cogliere tra gli asciutti sbuffi ventosi il «tacito, infinito andar del tempo» che echeggia l’ancestrale concezione della circolarità del tempo. Fabbricata intorno all’anno Mille, la sua struttura ricalca quella a fasce concentriche delle “ziqqurat” sumere, le montagne-tempio innalzate per accogliere le divinità al loro arrivo sulla terra. Buranà, però, simbolica e/o rituale che venisse intesa, soddisfaceva comunque esigenze eminentemente pratiche, servendo per accogliere sulla sua terrazza sommitale i corpi dei defunti, affidati all’azione igienizzante degli eventi atmosferici. Il suo aspetto rimanda a quello immaginato, con modalità ben piú grandiose, da Pieter Bruegel il Vecchio per la sua Torre di Babele, dipinta nel 1563 e ora nel Kunsthistorisches Museum di Vienna. Dunque, ovviamente, la pianta di Buranà è circolare, come circolare è la yurta, la spettacolare casa mobile di pesante feltro biancheggiante che fu l’abitazione di tutti i popoli nomadi dell’Asia Centrale, che fu anche reggia per Gengis Khan e Tamerlano e che tuttora troneggia sugli immensi pascoli asiatici di cavalli, pecore e yak.
Il tondo, del resto, è la forma principale dei manufatti e del pensiero locali, a dimostrazione che la concezione del mondo, qui, non è stata permeata dal cristianesimo. La forma rotonda è quella stessa dello “Ieros Kuclon”, il cerchio sacro che gli antichi greci disegnavano sul terreno per delimitare simbolicamente “l’altrove”. Nelle culture pre-cristiane, la forma rotonda traeva ispirazione dal Sole, fonte di luce e di vita, dal suo quotidiano morire, al tramonto, lasciandosi inghiottire dalle profondità al di là dell’orizzonte, e dal suo immancabile risorgere, all’alba dell’indomani. La forma rotonda evocava il cerchio dell’eterno ritorno: un tempo circolare che, nell’invariabile rincorrersi delle stagioni e nell’alternarsi della vita e della morte, appariva destinato a rimanere sempre uguale a se stesso. Con il cristianesimo, rimasto estraneo al divenire delle civiltà dell’Asia Centrale, la circolarità del tempo si spezza, il suo scorrere senza una fine prestabilita muta d’accento: il tempo diventa lineare, assume una direzione, scorre verso una meta conclusiva: la fine di tutti i tempi e l’avvento del Regno di Dio. Nelle steppe dell’Asia Centrale, perciò, l’avventura umana la si seguita a immaginare non lineare, non con un inizio e una fine, come nel mondo cristianizzato, ma circolare, secondo l’antica idea di un costante andare e tornare delle cose e degli eventi.
Il cerchio, il disco, la sfera sono ancora, qui, metafora di un universo che non trova consolazione nella speranza dell’approdo ultraterreno e che, invece, trae forza e motivazione dall’essere parte di un tutto, un tutto che circolarmente si condensa a si rigenera indefinitamente in se stesso. Dentro il cerchio, le tensioni si smorzano, non tendono a confliggere, a scontrarsi, a prevalere su questo e su quello, il che è in qualche modo anche conseguenza degli spazi sconfinati e delle montagne, che doppiano e triplicano le altezze delle massime vette europee e che agli uomini suggeriscono di poter trovare energie vitali solo nell’ambito delle proprie esistenze e delle condizioni date dallo smisurato cerchio di quell’ambiente naturale.
Questo è il Kirghizistan, disteso tra il Kazakistan, la Cina, il Tagikistan e l’Uzbekistan. Rispetto all’Italia, la popolazione è pari a un 1/12, mentre la superficie è di 2/3, fatta quasi tutta di montagne (94% del territorio, contro il 35% dell’Italia). Poco meno di metà del Kirghizistan sta al di sopra dei tremila metri d’altitudine e in gran parte è coperto da nevi e ghiacci perenni, regno delle aquile e del leopardo delle nevi e incontaminato rifugio di moltitudini di gru, oche selvatiche e altri uccelli migratori. La maestosa catena del Tian Shan (le “Montagne del Cielo”) segna a Sud- Est il confine con la Cina e, seicento chilometri a Nord-Est del K2, culmina nel Pik Pobedy (7.439 metri). Ai margini del Tian Shan brilla il blu d’un mare incastonato nel cielo, tanto vasto e profondo che, nonostante l’altitudine, non ghiaccia mai: è Issyk-Kul, uno dei laghi piú vasti dell’Asia (6.280 kmq, pari alla superficie dell’intera provincia di Trento, che è tra le piú estese d’Italia), profondità media quasi 700 metri.
Buranà sta a pochi chilometri dalla capitale, la grande casa occidentalizzata di pietra grigia e marmo bianco che, con la sua orditura squadrata, rinnega, sebbene non riesca a surclassarla, la perdurante circolarità del pensiero kirghiso. Nella capitale trionfano il rettangolo, il quadrato, i parallelepipedi: lo si deve agli influssi della presenza russa, quella ottocentesca dell’impero zarista e quella novecentesca dell’Unione Sovietica. La città sorge nell’area attraversata dalla Via della Seta e dagli itinerari di Marco Polo, non troppo lontano dalle mitiche Samarcanda, Bukhara e Kashgar, in prossimità del 42° parallelo, lo stesso che in Italia passa per L’Aquila, anch’essa a due passi da una montagna eccellente qual è il Gran Sasso d’Italia, il quale, qui, ha un omologo, il Cion Tash, che vuol dire, appunto “Grande Sasso”. Entrambe le città hanno tutt’intorno altissime montagne e sorgono a poco piú di settecento metri d’altitudine, ma la capitale kirghisa, con i suoi ottocentomila abitanti, è dieci volte piú popolosa. Tuttavia, qui cercheresti invano il centro storico, che, semplicemente, non esiste, perché la capitale kirghisa venne fondata poco piú di cent’anni fa, nel 1878. La fecero i russi, sulle rovine di un forte costruito mezzo secolo prima dai nomadi locali. Oggi, è il piú importante centro economico e culturale del Paese. I russi hanno dato la forma scritta all’antico kirghiso parlato, hanno preservato le tradizioni locali, hanno fecondato sviluppo e modernità. Lo hanno fatto, però, imprimendo un marchio estraneo all’antica cultura kirghisa, un marchio modellato dal pensiero lineare del cristianesimo ortodosso e del socialismo reale. Perciò, non hanno potuto né, forse, voluto, generare la quadratura del cerchio: le due forme di pensiero si sono intrecciate senza riuscire a integrarsi, generando un’ibridazione tuttora irrisolta.
Nella capitale, anno dopo anno, mi è stata guida preziosa Svetlana Kozubekova, una delle grandi stelle dell’arte circense sovietica, popolarissima tra i suoi concittadini e applaudita in mezzo mondo durante le tournées con le compagnie del Circo di Stato, bellissima e mozzafiato mentre, flessibile come una piuma d’uccello del paradiso, disegna con il corpo vertiginose melodie acrobatiche. La forma rotonda, nella capitale, ogni tanto la ritrovi, ma solo come episodica memoria di incancellabili radici che affondano nella notte dei tempi. Echi dell’ancestrale devozione alla rotondità affiorano, per esempio, nella planimetria a cerchi concentrici del vasto Quartiere Lenin, impiantato a Sud-Ovest del centro cittadino, accanto all’Ippodromo, come pure li ritrovi in isolati episodi architettonici: nell’imponente edificio di marmo e cristallo del Circo di Stato, nel suggestivo Bagno Turco a cupola e in poco altro ancora. Antica e profondamente radicata com’è, la rotondità la ritrovi anche in forme e decorazioni dei prodotti d’artigianato tradizionale, in oggetti d’uso comune, come il “kalpak”, il cappello di feltro bianco a zuccotto o a pan di zucchero utilizzato, nelle sue diverse fogge, sia dai maschi che dalle donne, e il “kazan”, l’efficientissima pentola di metallo pesante ovunque in uso, fin dal Medioevo, ottima per ogni genere di cottura. La ritrovi pure sulle tavole imbandite, con il ciambellone fatto di palline di frumento legate col miele che qui chiamano “ciak-ciak” e che, nonostante secoli di mancata reciprocità di contatti, è, con minime varianti solo nelle forme, quello stesso che nell’Abruzzo montano chiamano “cicerchiata” e che nell’altrettanto montagnosa Calabria te lo presentano come “pignolata”.
È alla stagione della presenza russa che si devono le grandi macchine dello spettacolo innalzate nel centro della capitale: sale da concerto, palcoscenici e annessi e connessi, tra i quali il Teatro Accademico d’Opera e Balletto del Kirghizistan, il Teatro Drammatico di Stato dell’Ordine della Bandiera Rossa del Lavoro, il Teatro Drammatico Russo “Krupskaya”, l’Auditorium e l’Arena d’Estate della Filarmonica “Toktogul Satulganov”, Il Teatro di Stato delle Marionette.
Ho ammirato orchestre e solisti eccellenti, attori di superba tecnica e travolgente espressività, gruppi di danza popolare dai lussureggianti costumi tradizionali, come pure le magnifiche collezioni della Biblioteca Cernyshevsky, del Museo Storico e di quello delle Belle Arti. Marklen Bayalinov, Consigliere della Federazione dei Teatranti dell’Unione Sovietica, il Ministro Salavat Iskakov e altri amici vogliono a tutti i costi mostrarmi quanto son bravi anche gli artisti e i tecnici dell’opera lirica, sebbene non vi sia spazio nell’intricato programma di visite e riunioni che essi stessi hanno predisposto. Il Ministro telefona, convoca, prega e dispone, finché mi dice che verrà anticipata di due ore la prova generale di domani del nuovo spettacolo in debutto al Teatro d’Opera e Balletto. L’edificio è d’impianto neoclassico, con le facciate dagli abituali colori pastello, nella gamma dei bianchi e dei gialli. All’interno, i soliti velluti e stucchi dorati. Entriamo dall’ingresso degli artisti e attraversiamo la concitazione tipica d’ogni palcoscenico in fase di prova generale. Sorrisi e calorose strette di mano a ogni passo: eppure, qui hanno dovuto tutti complicarsi la vita, per spostare l’orario della prova generale. Vorrei non trovarmi qui, per evitare quest’imbarazzo tremendo. Veniamo guidati a sistemarci nel palco presidenziale. In sala, siamo in tutto non piú d’una dozzina di persone. È Martedi 25 Settembre del 1990. Alle 11 in punto: buio, all’unisono cessa l’accordatura degli strumenti, il direttore d’orchestra entra in buca. È l’Aida di Giuseppe Verdi. Il teatro non è grandissimo e l’Aida gli sta un po’ stretta. L’allestimento è all’antica e i mezzi tecnici non dei piú aggiornati: scenografie di tela dipinta, costumi di stoffe sintetiche un po’ troppo luccicanti, attrezzeria estremamente sobria, luci povere d’effetti. L’esteriorità, insomma, è piuttosto diversa dallo sfarzo produttivo degli enti lirici italiani. L’orchestra, invece, è inappuntabilmente precisa, come pure lo sono i solisti, il coro, il corpo di ballo, le comparse e tutta la folta squadra che sta dietro le quinte.
Fa un certo effetto, trovarsi qui, davanti l’Aida, a seimila chilometri dalla Scala. Ce l’ho ancora negli occhi l’ultimo spettacolo che ho visto nella solennità della Scala, poco piú di due mesi fa: il Lago dei Cigni, con coreografia e regia di Rudolf Nureyev, e lui, lui in persona, ormai non piú in grado di reggere i ruoli da protagonista, che danza nella parte di Rothbart, sempre magicamente al di sopra d’ogni immaginazione e intrepidamente vittorioso sul male che lo va inesorabilmente corrodendo.
Un certo effetto lo fa pure il sentir cantare in russo i versi del lecchese Antonio Ghislanzoni. Quella del tradurre i libretti nelle lingue locali è un’incongruenza musicale che solo da pochi decenni è stata abbandonata nei grandi teatri italiani e in molti di quelli europei. Qui, però, è evidente che le necessità di un minimo di comprensione della trama, ambientata nell’Egitto dell’antichità e raccontata da uno scrittore e un musicista dell’Italia ottocentesca, debbano far premio sulle ragioni della filologia e delle valenze musicali del parlato. Nell’impossibilità di decifrare una lingua della quale possiedi solo gli elementi di sopravvivenza, e comunque nei momenti in cui un po’ ti deconcentri, la musica ti guida infallibilmente a riconoscere chi-cosa-dove. Cosí, quando Radamès, atto primo, scena prima, canta quei suoni arcani, non ci vuol niente a immaginare mentalmente che sta dicendo «Celeste Aida, forma divina/Mistico serto di luce e fior/Del mio pensiero tu sei regina/Tu di mia vita sei lo splendor». Quando poi Aida, al terz’atto, modula quelle incomprensibili sonorità che stanno per «O cieli azzurri, o dolci aure native/O verdi colli, o profumate rive/O fresche valli, o queto asil beato/Le foreste imbalsamate/Le fresche valli, i nostri templi d’or», allora sai che Verdi e Ghislanzoni, pensando all’Etiopia di Aida, raccontavano l’Italia di se stessi e immagini che questo delizioso soprano, nel cantare la nostalgia di Aida, stia pensando al paesaggio kirghiso, anch’esso ben evocato da quelle parole. E questa è l’ennesima riprova che le vere opere d’arte, di qualunque genere siano, diventano cittadine del mondo e che esse, qualsiasi possano essere le intenzioni degli autori, a ciascuno comunicano quel che ognuno è libero di leggerci dentro.
Aida, che è del 1871, conclude il primo e piú corposo periodo creativo di Verdi, prolungatosi per trent’anni. Il suo finale, con le parole di Amneris «Pace t’imploro…pace… pace… pace», sembra l’invocazione dello stesso Verdi che, affaticato dal lavoro e dalla vita, altro non desidera se non pace e tranquillità, il che gli riuscirà per un bel po’ d’anni, prima di tornare a lavorare per il palcoscenico con le conclusive monumentalità di Otello e Falstaff.
Secondo un antico detto dei nomadi kirghisi, «i cavalli sono le ali dell’uomo» e i kirghisi, abituati come sono, da secoli, a volare in groppa ai loro elegantissimi cavallini della famosa razza autoctona, hanno movenze un po’ impacciate sulla scena, forzati come sono a riprodurre gesti e ritmi di faraoni, sacerdoti e guerrieri egizi. Musicalmente, però, la loro Aida non ha niente da invidiare ai nostri teatri d’opera. È commovente, anzi, come il loro talento e il loro severo addestramento professionale vengano posti tanto brillantemente al servizio del genio verdiano. Anche in questo c’è qualcosa del loro pensiero circolare, che li incoraggia da sempre ad affrontare con sbalorditiva serenità ogni frangente della vita e gli consente di non lasciarsi sovrastare dalle difficoltà interpretative d’una creazione artistica completamente “altra” rispetto alla loro cultura.
Questa è cronaca del 1990. La capitale kirghisa si chiamava Frunze, allora, in omaggio a Mikhail Vasilievic Frunze, che vi era nato e che, dopo aver guidato le truppe cui si deve la presa del Cremlino nell’Ottobre del 1917, fu il primo costruttore di quell’Armata Rossa che sarebbe stata la principale protagonista della liberazione del mondo dalla barbarie nazista. Successivamente, nel 1991, la città assume un nuovo nome: Bishkek, antica parola kirghisa che indica la zangola usata per la preparazione del “kumis”, la bevanda nazionale fatta di latte di giumenta fermentato. Analogamente, immagino, oggi devono risultare diverse le denominazioni di vie, piazze, quartieri, teatri e di quant’altro evocava i decenni di associazione del Kirghizistan all’Urss. Il 1991 fu l’anno del suicidio dell’Unione Sovietica. Da allora, l’impossibile integrazione tra il pensiero lineare e quello circolare ha lasciato spazio nel Paese al rifiorire dell’islamizzazione, che aveva debuttato nel Seicento ma era rimasta piuttosto silente nei 115 anni dell’egemonia russa.
Tuttavia, le questioni fondamentali, oggi, non sono quelle religiose. Secondo rilevazioni dell’Unicef, dopo il 1991, anno dello scioglimento di quella che era stata l’Unione Sovietica, oltre metà della popolazione del Kirghizistan vive sotto la soglia della povertà e 1/4 in condizioni di miseria estrema, la spesa sociale per la sanità è calata dal 3,5% del Pil all’1,9%, la spesa scolastica dal 6 al 4,6%. Il risultato è, sempre secondo l’Unicef, che, «per la prima volta da un secolo a questa parte, l’attuale generazione di bambini kirghisi soffre di problemi sanitari e scolastici pesanti, il 44% delle donne in gravidanza e il 50% dei bambini sotto i tre anni soffrono di anemia, la mortalità infantile risulta 3 volte piú alta rispetto a prima del 1991, solo l’8% dei bambini accede alla scuola materna, contro il 30% del 1990, nella scuola dell’obbligo calano le iscrizioni e aumentano gli abbandoni, anche in conseguenza del deteriorarsi dell’offerta educativa, con insegnanti mal pagati e scuole fatiscenti, spesso prive di riscaldamento e servizi igienici». Come si sa, fu Mikhail Gorbachev a traghettare l’Unione Sovietica verso la dissoluzione. L’ho visto poco piú d’un anno dopo la fine dell’Urss, Gorbachev, all’inizio d’Aprile del 1993, tre mesi dopo che Nureyev, lui sí, era entrato nell’immortalità. Accadde nella grandiosa Convocation Hall dell’Università di Toronto. Gorbachev era lí nella veste di protagonista d’una tavola rotonda sulle prospettive politico-sociali del futuro universale. Mi capitò di stringergli la mano.
Ci voleva un coraggio che Gorbachev non ha potuto darsi, per smantellare la stratificazione di cazzate burocratiche e miopie politiche con cui la Rivoluzione d’Ottobre era stata imbalsamata e per rianimare lo sviluppo concretamente socialista dello Stato e della società. Di fronte all’onda montante della potenza economica e mediatica del capitalismo selvaggio, il dilemma era: lasciarsi uccidere, come Salvador Allende, per mantenere intatta nell’immaginario collettivo la speranza di riprendere a costruire con le proprie mani un futuro migliore, oppure arrendersi, salvando se stesso e abbandonando gli altri al “si salvi chi può”.
La scelta di Gorbachev fu di arrendersi. Quella che stringevo a Toronto era la mano di un naufrago della storia, lo sguardo che incrociavo non splendeva, non parlava di maestà ma di malinconia, forse di tristezza, dell’intima consapevolezza di aver deluso il suo popolo e l’umanità assetata di giustizia. Oggi, 2007, nel vedere quella mano fotografata sulle pagine patinate dei grandi rotocalchi internazionali, accanto alla valigetta superlusso per la quale fa da testimonial pubblicitario, mentre lugubremente sfila in limousine davanti i ruderi del Muro di Berlino, oggi sento d’aver stretto la mano di un morto vivente. Quello del 1990 è stato l’ultimo dei miei viaggi in Kirghizistan. Non ho cuore per poterci tornare, perché, come Dante fa dire dalle labbra di Francesca, «nessun maggior dolore/che ricordarsi del tempo felice/ne la miseria». Forse, per i kirghisi, quello prima del 1991 non fu precisamente un “tempo felice”, tuttavia quello fu di sicuro un tempo in cui la dignità delle persone e le aspettative di futuro sono state realtà. Le “fresche valli” e il “queto asil beato” vagheggiati da Aida, principessa etiope ridotta in schiavitú dagli egizi, anche per i kirghisi, ridotti in schiavitú dalle leggi spietate del “libero” mercato, adesso sono solo un miraggio, nonostante le imponenti riserve di oro, uranio, petrolio, gas e carbone del loro sottosuolo, nonostante la sfolgorante bellezza delle loro montagne: anche le steppe dell’Asia Centrale, ormai, hanno subíto la frantumazione dell’antica circolarità del tempo.





La ricchezza nelle sepolture del I millennio a.C.. Regine d’Abruzzo.

29 11 2007

Affresco

di LUCA MARCHETTI

Organizzata dalla Carispaq in collaborazione con la Direzione regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici e la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Abruzzo, la mostra “Regine d’Abruzzo”, ospitata nel Salone della Sede centrale dell’Istituto di Credito, rimarrà aperta sino al 17 novembre. A disposizione dei visitatori, un catalogo a colori di 36 pagine realizzato in 10.000 esemplari, inoltre sono previste visite guidate gratuite per le scuole e le associazioni culturali.
“Un evento importante – secondo il Presidente della Carispaq Battaglia – sulla scia del ‘Principe di Bazzano’. Costumi funerari all’Aquila nel I° millennio a.C. del 2004 per dare continuità alla scelta e all’impegno della banca di valorizzare e di far conoscere al grande pubblico aspetti culturali di rilievo del nostro territorio.
Gli anni dal 2005 ad oggi sono stati fervidi di rinvenimenti, grazie anche ai recenti lavori effettuati dall’Anas che hanno interessato la piana compresa tra Navelli, Caporciano e S.Pio delle Camere, rendendo consapevole l’opinione pubblica (anche grazie al notevole spazio che i mezzi di informazione hanno riservato agli scavi e ai reperti trovati), che l’archeologia sta riconsegnando ultimamente agli abruzzesi una parte importante del proprio passato”.
Il tema prescelto per la mostra è quello del ruolo delle donne e della loro condizione tra la fine dell’età del Bronzo e l’inizio dell’età Romana (XIII sec. a.C – I sec. d.C.). In assenza di fonti scritte o iconografiche, le uniche informazioni provengono dagli oggetti prescelti per costituire i corredi funebri. Si tratta di messaggi carichi di valore simbolico e selezionati in partenza. “Regine d’Abruzzo. La ricchezza nelle sepolture del I° millennio a.C.” vuole far conoscere la condizione delle donne abruzzesi di 3000 anni fa, dalla cui analisi emerge una sostanziale omogeneità con l’uomo.
E’ consuetudine credere che nell’antichità la disparità tra i sessi fosse maggiormente evidente rispetto ad oggi. Ciò vale soprattutto per luoghi come l’Abruzzo, il cui passato è considerato generalmente povero, poco complesso, addirittura semplicistico e sicuramente maschilista.
Dai dati forniti dall’archeologia, emerge invece un quadro totalmente diverso, per cui le donne, fino all’età del Bronzo finale, hanno diritti simili a quelli degli uomini almeno nel rituale funebre: lo stesso tipo di sepoltura a tumulo, oggetti analoghi per il banchetto e l’abbigliamento, che si differenziano solo nelle funzioni di genere, poiché all’uomo era riservata l’attività bellica – e di conseguenza vi sono armi nelle tombe – alle donne le attività tessili, l’arte del banchetto, l’ornamentazione e la cura di sé. Alcuni prodotti esotici, come le collane di ambra baltica o quelle in vetro policromo dall’Oriente, sono esclusivi delle sepolture femminili, sia di donne che di bambine, rivelando quindi una capacità di spesa decisamente elevata.
Alla soglia della conquista romana le aristocratiche abruzzesi hanno diritto, così come i loro pari grado di sesso maschile, a un funerale pubblico solenne, adagiati su letti funerari in osso. In mostra, 130 reperti, molti dei quali sinora mai esposti al pubblico, tra cui la più grande raccolta abruzzese di oggetti in vetro di provenienza cartaginese, vasi e monili, la famosa testina d’oro – passante di una collana – rinvenuta nella necropoli di Campovalano (Campli -Teramo) del III secolo a.C. e proveniente da Taranto, e le bellissime parti decorative – teste di cavallo e corteo dionisiaco – in osso facenti parte dei letti funerari scoperti a Navelli nel luglio 2007 e risalenti al I° secolo a.C..





Intelligenza artificiale. MEXICA e scrivere

29 11 2007

Mexica

di GIADA CENTOFANTI


Quando John McCarthy utilizzò per la prima volta il termine “Intelligenza Artificiale”, erano gli anni Cinquanta, probabilmente aveva in mente anche questo: un programma capace di scrivere racconti. L’argomento è tornato alla ribalta dopo una serie di articoli riguardanti il programma MEXICA di Rafael Pérez y Pérez, apparsi su varie testate nazionali e internazionali nei primi mesi di quest’anno.
Già a partire dagli anni Sessanta si ebbero i primi tentativi di generare racconti e poesie con il computer, ma le origini vere e proprie dei “cantastorie computerizzati” vanno fatte risalire alla metà degli anni Settanta. In quel periodo studiosi come Propp, Lèvi-Strauss e Rumelhart concentrarono le proprie ricerche sulla struttura narrativa formulando il concetto di “grammatica delle storie (o dei racconti)”, sviluppato per delineare una teoria della comprensione delle storie. Alcuni ricercatori decisero di utilizzare questo approccio ai racconti come oggetto linguistico per creare dei “narratori automatici”, fra i quali va ricordato GESTER, un programma che genera racconti a partire dalla struttura dell’epica medievale francese. L’utilizzo della grammatica delle storie per generare trame ne assicura una struttura ben formata e coerente, ma può anche produrre una scarsa plausibilità psicologica dal momento che in questo tipo di sistemi i personaggi funzionano semplicemente come “blocchi” per riempire la struttura. Inoltre, un difetto tipico dei programmi come GESTER è la quasi assoluta mancanza di flessibilità.
Basandosi su tutt’altro approccio, James Meehan elaborò nel 1976 Tale-Spin, che è considerato uno dei primi narratori automatici veramente degni di nota. Al contrario di quanto succede nei programmi basati sulla grammatica delle storie, in Tale-Spin i personaggi hanno una loro autonomia e intelligenza. Il programma produce delle favole nello stile di Esopo stabilendo degli obiettivi per i personaggi e registrando i loro tentativi per raggiungere questi traguardi. Tale-Spin in questo modo riuscì a mostrare come le tecniche usate dai computer per la risoluzione dei problemi possano essere applicate alla narrazione. Nonostante sia stato poi preso a modello da molti altri ricercatori, anche Tale-Spin aveva i suoi difetti: era capace di generare solo una gamma limitata di storie, non distingueva fra gli obiettivi dei personaggi e quelli dell’autore e spesso produceva storie poco interessanti (ad esempio “L’orso John è affamato, l’orso John trova dei frutti di bosco, l’orso John mangia i frutti di bosco, l’orso John non è più affamato, fine”).
Il principale contributo di questi primi tentativi è sicuramente quello di aver mostrato che un programma può generare dei testi ben strutturati, entro certi limiti simili a quelli che potrebbe produrre un essere umano.
Ma una struttura corretta non basta, la trama deve essere nuova, avvincente, emozionante. Si può concludere, quindi, che il maggior difetto dei due modelli sin qui presentati è la mancanza di creatività.
Il primo programma che ha esplicitamente rappresentato un modello informatico del processo creativo della scrittura è MINSTREL, sviluppato da Scott R. Turner nel 1993. MINSTREL è un sistema potente e complesso in grado di produrre racconti nuovi e interessanti a partire dalla saga dei Cavalieri della tavola rotonda e del loro Re Artù. Per elaborare una storia MINSTREL fa uso di strategie per la risoluzione dei problemi, di pianificazioni e di assegnazioni di obiettivi. In particolare il programma utilizza il cosiddetto “case-based reasoning” (CBR), ovvero un processo di risoluzione dei problemi attraverso l’analisi delle soluzioni di precedenti problemi simili, in questo modo può generare storie sempre nuove trasformando vecchi episodi caricati nella memoria. MINSTREL è importante anche perché è il primo sistema ad affiancare agli obiettivi dei personaggi quelli dell’autore, creando così racconti coerenti e interessanti. Sicuramente il principale contributo di questo programma al processo di scrittura creativa computerizzata è il concetto di TRAMs, che ha dimostrato le grandi potenzialità delle piccole trasformazioni.
I TRAMs (Transform-Recall- Adapt Methods) sono dei particolari algoritmi che MINSTREL utilizza per creare nuove scene.
Come spiega lo stesso Turner [1]: «In MINSTREL, i processi di ricerca e adattamento della creatività sono integrati nei TRAMs. Ogni TRAM unisce un metodo di ricerca a uno corrispondente di adattamento. “Transform” prende in considerazione un problema e lo trasforma in un altro problema leggermente differente. “Recall” prende il nuovo problema e cerca di richiamare precedenti problemi simili. “Adapt” prende le soluzioni richiamate e le adatta al nuovo tipo di problema.».
Ovviamente anche MINSTREL ha i suoi limiti, i maggiori dei quali sono senza dubbio la mancanza di flessibilità nella struttura della storia e la rigidità nella costruzione di alcune scene. Dal canto loro anche TRAMs, per quanto siano uno strumento molto potente, dovrebbero essere migliorati perché in molti casi sembrano essere scritti appositamente per realizzare una specifica scena.
Un ulteriore passo avanti nella ricerca si ha nel 1999, quando Rafael Pérez y Pérez – del Laboratorio di Cibernetica Applicata della Università Autonoma del Messico – crea MEXICA, un programma che genera storie sui Mexicas, gli antichi abitanti di quella che oggi è Città del Messico. Mentre MINSTREL si basa sull’idea che la strategia di risoluzione dei problemi sia sufficiente a spiegare il processo creativo, MEXICA è stato costruito a partire dal concetto che questa strategia è soltanto una parte del processo e che la partecipazione emotiva gioca un ruolo molto importante nella scrittura. La grande novità del programma sta proprio nel fatto che è il primo in grado di produrre storie basandosi sulla rappresentazione computerizzata delle emozioni e delle “tensioni” fra i personaggi. MEXICA – che finora si può considerare il programma più riuscito – si basa sul modello cognitivo di tipo “partecipazione/riflessione” della scrittura creativa.
Durante la “modalità partecipativa” il sistema produce materiali guidato da vincoli retorici e di contenuto, evitando l’utilizzo di informazioni esplicite sulla struttura della storia o sugli obiettivi da raggiungere. Durante la “modalità riflessiva” il sistema supera gli eventuali ostacoli generati nella fase precedente, soddisfa i requisiti di coerenza e, in lavorazione, valuta quanto la storia è nuova ed interessante. Se i risultati della valutazione non sono soddisfacenti MEXICA può modificare i vincoli imposti durante la “modalità partecipativa”. In questo modo i racconti generati dal programma sono il risultato dell’interazione fra “partecipazione” e “riflessione”. Anche per MEXICA il problema sembra essere la rigidità, anche se, sicuramente, è molto meno evidente e invalidante che negli altri programmi che l’hanno preceduto.
Le “doti” di MEXICA sono state valutate attraverso un questionario via internet a cui sono stati sottoposti cinquanta soggetti di dodici paesi differenti. Facevano parte del questionario quattro storie sviluppate da MEXICA in diverse modalità operative e, per ragioni comparative, una racconto generato da MINSTREL, uno prodotto da GESTER e uno scritto da un “autore umano” in un linguaggio simile a quello del computer. Il racconto generato da MEXICA nella “modalità partecipazione/riflessione” completa è quello che ha ottenuto il punteggio migliore.
Quello che Pérez y Pérez auspica, al contrario di ciò che alcuni potrebbero pensare, è che MEXICA e altri programmi simili possano diventare in futuro degli strumenti nelle mani di “autori umani” e non un loro rimpiazzo. MEXICA, insomma, va inteso non solo come uno studio sull’applicazione dell’intelligenza artificiale alla scrittura creativa, ma anche come mezzo per indagare l’essere umano e i suoi meccanismi creativi.


Note
1. Turner S R, The Creative Process: A Computer Model of Storytelling and Creativity, Lawrence Erlbaum Associates, Hillsdale NJ, 1994


Fonti
Meehan J R, The Metanovel: Writing Stories by Computer, PhD Thesis, Yale University, 1976


Pemberton L, A modular approach to story generation, in: 4th European ACL (Manchester UK, 1989) 217-224


Turner S R, The Creative Process: A Computer Model of Storytelling and Creativity, Lawrence Erlbaum Associates, Hillsdale NJ, 1994


Pérez y Pérez R, Sharples M, Three Computer-Based Models of Storytelling: BRUTUS, MINSTREL and MEXICA., Knowledge-Based Systems, Volume 17, Issue 1, 1 January 2004


Viegas J, Computer program writes its own fiction, Discovery News, 26 January 2007


Haegele K, Author, author! Computer takes a bow, The Philadelphia Inquirer, 25 February 2007


Arriva dal Messico il robot scrittore, Le Scienze, Maggio 2007





Alla ricerca del Capoluogo Perduto. C’è un futuro per L’Aquila?

29 11 2007

Stemma L'Aquila

 

 

 

 

di WALTER CAVALIERI

Benché in tempi recenti la nostra regione sia stata ribattezzata al singolare col nome unitario di “Abruzzo” (rispetto alla denominazione di “Abruzzi” inizialmente utilizzata, come da tradizione, nell’articolo 131 della Costituzione repubblicana), essa resta un territorio tradizionalmente diviso in due, con andamento demografico, economico e politico a due velocità: la costa e le aree interne.
Ciò pone, fra l’altro, il problema del ruolo che può mantenere l’attuale capoluogo, la cui storia è stata segnata negli ultimi 150 anni da una serie ininterrotta di spoliazioni, bilanciate con altrettante parziali compensazioni.
Al di là delle naturali differenze geografiche e morfologiche, la definitiva frattura fra zone interne e zone costiere abruzzesi si era consumata nel 1865, sotto il governo della Destra storica, col cosiddetto “affrancamento” del Tavoliere delle Puglie. Decretando di fatto la fine della transumanza, quella misura aveva sciolto il rapporto millenario tra montagna abruzzese e pianura pugliese, e aveva avviato la crisi delle aree interne ad economia montana agro-pastorale.
Nello stesso tempo, la nascita di un mercato nazionale rendeva necessari nuovi collegamenti Nord-Sud che, a differenza dell’antica “via degli Abruzzi” che correva lungo la dorsale appenninica, privilegiavano la più agevole fascia costiera (vedi la ferrovia Ancona-Foggia del 1864).
Gli stessi collegamenti ferroviari trasversali univano Pescara a Sulmona (1873) e Sulmona a Roma (1888) tagliando fuori la città capoluogo, che era collegata con tortuose e secondarie tratte ferroviarie solo a Sulmona (1875) e a Terni (1884).
Dunque, con l’unificazione d’Italia L’Aquila, precedentemente svantaggiata in quanto città di confine, non traeva benefici dalla sua nuova posizione di centralità, restando al contrario esclusa dalle grandi direttrici dello sviluppo economico.
Ciò nonostante, quella che era stata la seconda capitale del Regno borbonico manteneva l’autorevole ruolo di capoluogo regionale grazie al suo prestigio storico, architettonico, culturale. Un ruolo che incentivava la sua natura di città burocratica e terziaria, nella quale coesistevano le grandi ricchezze accumulate con la pastorizia ed i commerci, e le grandi povertà di un fatiscente proletariato urbano che nulla aveva a che fare con la nascente industria italiana. Infatti, l’industrializzazione di fine secolo voluta dalla Sinistra liberale privilegiava ancora una volta territori come la Val Pescara dotati di adeguati prerequisiti (facilità di comunicazioni, giacimenti minerari, potenziale idroelettrico). Viceversa, all’infelice posizione geografica della conca aquilana si sommavano la mancanza di una imprenditoria locale, la chiusa mentalità dei notabili e l’inconsistenza della classe politica.
E così, mentre agli inizi del Novecento una forte classe operaia nasceva nell’area che va dalla Val Pescara fino a Popoli e Bussi, la blasonata città capoluogo perdeva di fatto l’appuntamento strategico con la transizione dall’artigianato all’industria, pagando nuovi prezzi in termini di spopolamento e di marginalità.
Su questo piano inclinato trascorse l’intera Età giolittiana, fino allo scoppio della Grande Guerra, al cui tragico bilancio l’Abruzzo dette un contributo di 23.000 caduti, 680 dei quali Aquilani.
All’indomani del conflitto, il fascismo aquilano sarà come altrove alimentato da forti furori combattentistici (si pensi solo al culto di Andrea Bafile) ma, date le premesse socio-economiche di cui s’è parlato, sarà essenzialmente un fascismo bottegaio e piccolo-borghese, espressione delle tradizionali classi dirigenti moderate. Del resto, non il giovane avvocato aquilano Adelchi Serena, ma il “pescarese” Giacomo Acerbo (uomo di fiducia della proprietà agraria e membro del Gran Consiglio) sarà per lungo periodo il massimo dirigente abruzzese fascista della regione.
Non a caso, la riforma amministrativa del 1927 di cui si è appena celebrato l’80° anniversario, aumentava la marginalizzazione dell’Aquila rispetto al resto dell’Abruzzo. Con quel provvedimento, infatti, Rieti e Pescara venivano elevati a capoluoghi di provincia, inglobando parte delle province di Chieti e di Teramo e soprattutto sottraendo alla provincia dell’Aquila le cittadine di Antrodoco, Cittaducale, Leonessa, Amatrice, nonché i centri industriali di Popoli e Bussi.
Decaduta già allora a capoluogo di provincia meno popolato d’Abruzzo, nello stesso anno Serena ideava per L’Aquila una effimera compensazione, inglobando d’autorità otto comuni limitrofi e raddoppiando così la popolazione da 23.000 a 58.000 abitanti. Ma il progetto della “Grande Aquila”, potenziato negli anni Trenta dagli imponenti interventi statali promossi dallo stesso Serena (nel frattempo divenuto ministro dei Lavori Pubblici), cambierà solo la fisionomia della città capoluogo, non il suo ruolo all’interno dell’Abruzzo. Anzi, la scelta di realizzare intorno al Gran Sasso uno dei migliori complessi italiani del turismo sportivo invernale, spostava l’asse dell’economia cittadina verso Roma, separando ancora di più L’Aquila dalla regione di cui era formalmente capoluogo. A riprova di ciò era il mancato completamento della linea ferroviaria L’Aquila-Teramo (rimasta ferma al tronco L’Aquila-Capitignano), che induceva gli interessi teramani a spostarsi a loro volta verso Ascoli Piceno. Inasprita nella sua passività dall’assistenzialismo statale, città burocratica, turistica e sportiva, L’Aquila veniva poi particolarmente colpita dal punto di vista economico (ancor prima che dal punto di vista bellico) dallo scoppio della seconda guerra mondiale, cui seguiva una nuova serie di spoliazioni.
Ritenuta non a torto città filomonarchica fortemente beneficiata dal fascismo, L’Aquila doveva cedere importanti strutture (fra cui la Zecca di Stato e la sede EIAR) e rischiava fin dal 1948 di perdere anche il blasone di capoluogo di regione.
Ma soprattutto Spataro, Gaspari e la DC pescarese convogliavano investimenti e nuove infrastrutture verso il bacino del Tronto e della Val Pescara ed a poco valeva l’azione di contrasto attuata dagli aquilani Natali e Mariani.
Solo negli anni Sessanta L’Aquila riceveva una nuova compensazione, attraverso l’insediamento della grande industria pubblica elettrotecnica sostenuta dalle Partecipazioni Statali. Si trattava certamente di un fenomeno insperato, che produceva dal nulla molta occupazione e forte circolazione di redditi, ma anche clientelismo e inurbamento caotico, senza creare una vera classe operaia, spesso a mezzo tempo con agricoltura e servizi.
Era questo il carattere tipico della cosiddetta industrializzazione “esogena”, ben diversa dal tessuto di piccole e medie imprese “endogene” del Teramano e del Pescarese.
L’illusione di poter giocare tutto sulla grande industria soffocava inoltre altre vocazioni e potenzialità economiche, rendeva il sistema commerciale dipendente in gran parte dai redditi industriali, esponeva un’intera economia al rischio della crisi.
Nel frattempo, il dualismo ormai irreversibile della regione e le rispettive logiche di potere conducevano al proliferare delle università e al raddoppio dei collegamenti autostradali. In particolare, benché fin dal 1955 la Cassa per il Mezzogiorno avesse individuato la direttrice Roma-L’Aquila-Teramo-Giulianova come percorso più breve per tagliare longitudinalmente l’Abruzzo fino al raccordo con l’A-14, nel 1966 nasceva l’idea delle due autostrade parallele originate dalla famigerata “forchetta” di Torano. In tal modo il tratto montano della A-24 passante per L’Aquila non veniva a svolgere un ruolo di reale integrazione del capoluogo con l’Abruzzo costiero, ma solo un ruolo di penetrazione o, peggio, di colonizzazione da parte di Roma, promuovendo forme di turismo “mordi e fuggi” dai risultati deludenti (responsabili peraltro di un ulteriore spopolamento e snaturamento degli antichi centri montani) e facendo innalzare il costo della vita. Nel 1971 la spaccatura tra zone interne e costa portava inoltre alla soluzione del cosiddetto “capoluogo articolato” che fu all’origine, fra l’altro, dei brevi ma violenti moti dell’Aquila.
Gli anni successivi vedranno Remo Gaspari quale leader regionale incontrastato, anche grazie all’uscita di scena di Lorenzo Natali, nominato commissario europeo. La mancanza di direzione politica, unitamente all’inconsistenza dell’imprenditoria locale, alla cessazione delle Partecipazioni Statali e agli effetti della globalizzazione, condanneranno infine ad una crisi gravissima la grande industria aquilana e tutto il proprio indotto, facendo parlare di una città che muore.
Così è andata la storia, e dalla storia bisognerebbe apprendere. Ora, se è vero che un grande quotidiano come “La Repubblica” ha definito recentemente Pescara “la quasi capitale d’Abruzzo”, è altrettanto vero che, se non si darà da fare senza contare come sempre sull’assistenzialismo statale, L’Aquila potrà aspettarsi solo di subire l’estrema spoliazione, quella del capoluogo, senza sperare in alcuna ulteriore compensazione.
L’unica soluzione appare quella di ricollegare L’Aquila alla regione di cui pretende di continuare ad essere capoluogo, piuttosto che renderla estranea ad essa. Ciò significa, ad esempio, individuare un ruolo in relazione alle aree costiere ed oltre, verso i promettenti mercati balcanici, facendosi perno degli scambi tra Roma e l’Adriatico.
Ciò significa concentrare le risorse nel miglioramento dei collegamenti tra L’Aquila e Pescara piuttosto che disperderle nella realizzazione di strade di innegabile utilità, ma di scarsa rilevanza strategica.
Ciò significa “costringere” l’università ad occuparsi strutturalmente del territorio, promuovendovi l’insediamento di centri di ricerca di alta specializzazione.
La valorizzazione del patrimonio ambientale, la riqualificazione dei borghi, la protezione dei prodotti agro-alimentari ed il rilancio delle attività culturali possono fornire infine quel tessuto naturale per attrarre nell’Aquilano flussi turistici consistenti e permanenti, tali da garantire la sicurezza degli investimenti e dei posti di lavoro.
Appena qualche mese fa decine di partiti e legioni di candidati si sono sbizzarriti nel proporre soluzioni simili, adeguate a sventare la morte della Città: sarebbe il caso che oggi, ciascuno nel proprio ruolo di governo o di opposizione, si ricordi dei propri programmi elettorali ed inizi a lavorare seriamente per il bene comune, piuttosto che per i propri interessi personali o di parte.