di ERRICO CENTOFANTI – Foto di Fiorella Cicerone
Una torre. Intorno, distese erbose a perdita d’occhio. Vai in cima per un’infinità di scalini che voltano a spirale e, per la fatica, t’incurvano la schiena, ma in avanti, non di lato e di sbieco, come quando scendi lungo la scala tra le due calotte del Cupolone di Michelangelo.
Allusione simbolica all’Asse del Mondo, alla congiunzione tra Cielo e Terra, o accumulatore e dispensatore dell’energia della Madre Terra, come di volta in volta lo sono stati i dolmen, i menhir, gli obelischi, le piramidi e le torri cultuali, sta di fatto che qui ti pervade un’intensità misteriosa. A mano a mano che vai su, il respiro rallenta, non per la fatica, e tutti i sensi avvertono una sorta di compressione centripeta, un’implosione dell’organismo che, con soffice imperiosità, ti pressa e compatta cervello, cuore, polmoni, fegato e quant’altro. In cima, l’azzurro fulgente del cielo trascolora in quello piú denso dei lontani profili montani. Un sottile spicchio di luna ancora non s’arrende all’impeto del sole montante.
Questa è Buranà, un grido troncoconico rampante verso l’infinito nell’immobile silenzio di un pianalto dell’Asia Centrale. Lassú, affacciata a un parapetto, sembra di scorgere l’ombra cristallizzata del kirghiso assunto da Leopardi a ispiratore del suo “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”, «Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,/silenzïosa luna?», sembra di cogliere tra gli asciutti sbuffi ventosi il «tacito, infinito andar del tempo» che echeggia l’ancestrale concezione della circolarità del tempo. Fabbricata intorno all’anno Mille, la sua struttura ricalca quella a fasce concentriche delle “ziqqurat” sumere, le montagne-tempio innalzate per accogliere le divinità al loro arrivo sulla terra. Buranà, però, simbolica e/o rituale che venisse intesa, soddisfaceva comunque esigenze eminentemente pratiche, servendo per accogliere sulla sua terrazza sommitale i corpi dei defunti, affidati all’azione igienizzante degli eventi atmosferici. Il suo aspetto rimanda a quello immaginato, con modalità ben piú grandiose, da Pieter Bruegel il Vecchio per la sua Torre di Babele, dipinta nel 1563 e ora nel Kunsthistorisches Museum di Vienna. Dunque, ovviamente, la pianta di Buranà è circolare, come circolare è la yurta, la spettacolare casa mobile di pesante feltro biancheggiante che fu l’abitazione di tutti i popoli nomadi dell’Asia Centrale, che fu anche reggia per Gengis Khan e Tamerlano e che tuttora troneggia sugli immensi pascoli asiatici di cavalli, pecore e yak.
Il tondo, del resto, è la forma principale dei manufatti e del pensiero locali, a dimostrazione che la concezione del mondo, qui, non è stata permeata dal cristianesimo. La forma rotonda è quella stessa dello “Ieros Kuclon”, il cerchio sacro che gli antichi greci disegnavano sul terreno per delimitare simbolicamente “l’altrove”. Nelle culture pre-cristiane, la forma rotonda traeva ispirazione dal Sole, fonte di luce e di vita, dal suo quotidiano morire, al tramonto, lasciandosi inghiottire dalle profondità al di là dell’orizzonte, e dal suo immancabile risorgere, all’alba dell’indomani. La forma rotonda evocava il cerchio dell’eterno ritorno: un tempo circolare che, nell’invariabile rincorrersi delle stagioni e nell’alternarsi della vita e della morte, appariva destinato a rimanere sempre uguale a se stesso. Con il cristianesimo, rimasto estraneo al divenire delle civiltà dell’Asia Centrale, la circolarità del tempo si spezza, il suo scorrere senza una fine prestabilita muta d’accento: il tempo diventa lineare, assume una direzione, scorre verso una meta conclusiva: la fine di tutti i tempi e l’avvento del Regno di Dio. Nelle steppe dell’Asia Centrale, perciò, l’avventura umana la si seguita a immaginare non lineare, non con un inizio e una fine, come nel mondo cristianizzato, ma circolare, secondo l’antica idea di un costante andare e tornare delle cose e degli eventi.
Il cerchio, il disco, la sfera sono ancora, qui, metafora di un universo che non trova consolazione nella speranza dell’approdo ultraterreno e che, invece, trae forza e motivazione dall’essere parte di un tutto, un tutto che circolarmente si condensa a si rigenera indefinitamente in se stesso. Dentro il cerchio, le tensioni si smorzano, non tendono a confliggere, a scontrarsi, a prevalere su questo e su quello, il che è in qualche modo anche conseguenza degli spazi sconfinati e delle montagne, che doppiano e triplicano le altezze delle massime vette europee e che agli uomini suggeriscono di poter trovare energie vitali solo nell’ambito delle proprie esistenze e delle condizioni date dallo smisurato cerchio di quell’ambiente naturale.
Questo è il Kirghizistan, disteso tra il Kazakistan, la Cina, il Tagikistan e l’Uzbekistan. Rispetto all’Italia, la popolazione è pari a un 1/12, mentre la superficie è di 2/3, fatta quasi tutta di montagne (94% del territorio, contro il 35% dell’Italia). Poco meno di metà del Kirghizistan sta al di sopra dei tremila metri d’altitudine e in gran parte è coperto da nevi e ghiacci perenni, regno delle aquile e del leopardo delle nevi e incontaminato rifugio di moltitudini di gru, oche selvatiche e altri uccelli migratori. La maestosa catena del Tian Shan (le “Montagne del Cielo”) segna a Sud- Est il confine con la Cina e, seicento chilometri a Nord-Est del K2, culmina nel Pik Pobedy (7.439 metri). Ai margini del Tian Shan brilla il blu d’un mare incastonato nel cielo, tanto vasto e profondo che, nonostante l’altitudine, non ghiaccia mai: è Issyk-Kul, uno dei laghi piú vasti dell’Asia (6.280 kmq, pari alla superficie dell’intera provincia di Trento, che è tra le piú estese d’Italia), profondità media quasi 700 metri.
Buranà sta a pochi chilometri dalla capitale, la grande casa occidentalizzata di pietra grigia e marmo bianco che, con la sua orditura squadrata, rinnega, sebbene non riesca a surclassarla, la perdurante circolarità del pensiero kirghiso. Nella capitale trionfano il rettangolo, il quadrato, i parallelepipedi: lo si deve agli influssi della presenza russa, quella ottocentesca dell’impero zarista e quella novecentesca dell’Unione Sovietica. La città sorge nell’area attraversata dalla Via della Seta e dagli itinerari di Marco Polo, non troppo lontano dalle mitiche Samarcanda, Bukhara e Kashgar, in prossimità del 42° parallelo, lo stesso che in Italia passa per L’Aquila, anch’essa a due passi da una montagna eccellente qual è il Gran Sasso d’Italia, il quale, qui, ha un omologo, il Cion Tash, che vuol dire, appunto “Grande Sasso”. Entrambe le città hanno tutt’intorno altissime montagne e sorgono a poco piú di settecento metri d’altitudine, ma la capitale kirghisa, con i suoi ottocentomila abitanti, è dieci volte piú popolosa. Tuttavia, qui cercheresti invano il centro storico, che, semplicemente, non esiste, perché la capitale kirghisa venne fondata poco piú di cent’anni fa, nel 1878. La fecero i russi, sulle rovine di un forte costruito mezzo secolo prima dai nomadi locali. Oggi, è il piú importante centro economico e culturale del Paese. I russi hanno dato la forma scritta all’antico kirghiso parlato, hanno preservato le tradizioni locali, hanno fecondato sviluppo e modernità. Lo hanno fatto, però, imprimendo un marchio estraneo all’antica cultura kirghisa, un marchio modellato dal pensiero lineare del cristianesimo ortodosso e del socialismo reale. Perciò, non hanno potuto né, forse, voluto, generare la quadratura del cerchio: le due forme di pensiero si sono intrecciate senza riuscire a integrarsi, generando un’ibridazione tuttora irrisolta.
Nella capitale, anno dopo anno, mi è stata guida preziosa Svetlana Kozubekova, una delle grandi stelle dell’arte circense sovietica, popolarissima tra i suoi concittadini e applaudita in mezzo mondo durante le tournées con le compagnie del Circo di Stato, bellissima e mozzafiato mentre, flessibile come una piuma d’uccello del paradiso, disegna con il corpo vertiginose melodie acrobatiche. La forma rotonda, nella capitale, ogni tanto la ritrovi, ma solo come episodica memoria di incancellabili radici che affondano nella notte dei tempi. Echi dell’ancestrale devozione alla rotondità affiorano, per esempio, nella planimetria a cerchi concentrici del vasto Quartiere Lenin, impiantato a Sud-Ovest del centro cittadino, accanto all’Ippodromo, come pure li ritrovi in isolati episodi architettonici: nell’imponente edificio di marmo e cristallo del Circo di Stato, nel suggestivo Bagno Turco a cupola e in poco altro ancora. Antica e profondamente radicata com’è, la rotondità la ritrovi anche in forme e decorazioni dei prodotti d’artigianato tradizionale, in oggetti d’uso comune, come il “kalpak”, il cappello di feltro bianco a zuccotto o a pan di zucchero utilizzato, nelle sue diverse fogge, sia dai maschi che dalle donne, e il “kazan”, l’efficientissima pentola di metallo pesante ovunque in uso, fin dal Medioevo, ottima per ogni genere di cottura. La ritrovi pure sulle tavole imbandite, con il ciambellone fatto di palline di frumento legate col miele che qui chiamano “ciak-ciak” e che, nonostante secoli di mancata reciprocità di contatti, è, con minime varianti solo nelle forme, quello stesso che nell’Abruzzo montano chiamano “cicerchiata” e che nell’altrettanto montagnosa Calabria te lo presentano come “pignolata”.
È alla stagione della presenza russa che si devono le grandi macchine dello spettacolo innalzate nel centro della capitale: sale da concerto, palcoscenici e annessi e connessi, tra i quali il Teatro Accademico d’Opera e Balletto del Kirghizistan, il Teatro Drammatico di Stato dell’Ordine della Bandiera Rossa del Lavoro, il Teatro Drammatico Russo “Krupskaya”, l’Auditorium e l’Arena d’Estate della Filarmonica “Toktogul Satulganov”, Il Teatro di Stato delle Marionette.
Ho ammirato orchestre e solisti eccellenti, attori di superba tecnica e travolgente espressività, gruppi di danza popolare dai lussureggianti costumi tradizionali, come pure le magnifiche collezioni della Biblioteca Cernyshevsky, del Museo Storico e di quello delle Belle Arti. Marklen Bayalinov, Consigliere della Federazione dei Teatranti dell’Unione Sovietica, il Ministro Salavat Iskakov e altri amici vogliono a tutti i costi mostrarmi quanto son bravi anche gli artisti e i tecnici dell’opera lirica, sebbene non vi sia spazio nell’intricato programma di visite e riunioni che essi stessi hanno predisposto. Il Ministro telefona, convoca, prega e dispone, finché mi dice che verrà anticipata di due ore la prova generale di domani del nuovo spettacolo in debutto al Teatro d’Opera e Balletto. L’edificio è d’impianto neoclassico, con le facciate dagli abituali colori pastello, nella gamma dei bianchi e dei gialli. All’interno, i soliti velluti e stucchi dorati. Entriamo dall’ingresso degli artisti e attraversiamo la concitazione tipica d’ogni palcoscenico in fase di prova generale. Sorrisi e calorose strette di mano a ogni passo: eppure, qui hanno dovuto tutti complicarsi la vita, per spostare l’orario della prova generale. Vorrei non trovarmi qui, per evitare quest’imbarazzo tremendo. Veniamo guidati a sistemarci nel palco presidenziale. In sala, siamo in tutto non piú d’una dozzina di persone. È Martedi 25 Settembre del 1990. Alle 11 in punto: buio, all’unisono cessa l’accordatura degli strumenti, il direttore d’orchestra entra in buca. È l’Aida di Giuseppe Verdi. Il teatro non è grandissimo e l’Aida gli sta un po’ stretta. L’allestimento è all’antica e i mezzi tecnici non dei piú aggiornati: scenografie di tela dipinta, costumi di stoffe sintetiche un po’ troppo luccicanti, attrezzeria estremamente sobria, luci povere d’effetti. L’esteriorità, insomma, è piuttosto diversa dallo sfarzo produttivo degli enti lirici italiani. L’orchestra, invece, è inappuntabilmente precisa, come pure lo sono i solisti, il coro, il corpo di ballo, le comparse e tutta la folta squadra che sta dietro le quinte.
Fa un certo effetto, trovarsi qui, davanti l’Aida, a seimila chilometri dalla Scala. Ce l’ho ancora negli occhi l’ultimo spettacolo che ho visto nella solennità della Scala, poco piú di due mesi fa: il Lago dei Cigni, con coreografia e regia di Rudolf Nureyev, e lui, lui in persona, ormai non piú in grado di reggere i ruoli da protagonista, che danza nella parte di Rothbart, sempre magicamente al di sopra d’ogni immaginazione e intrepidamente vittorioso sul male che lo va inesorabilmente corrodendo.
Un certo effetto lo fa pure il sentir cantare in russo i versi del lecchese Antonio Ghislanzoni. Quella del tradurre i libretti nelle lingue locali è un’incongruenza musicale che solo da pochi decenni è stata abbandonata nei grandi teatri italiani e in molti di quelli europei. Qui, però, è evidente che le necessità di un minimo di comprensione della trama, ambientata nell’Egitto dell’antichità e raccontata da uno scrittore e un musicista dell’Italia ottocentesca, debbano far premio sulle ragioni della filologia e delle valenze musicali del parlato. Nell’impossibilità di decifrare una lingua della quale possiedi solo gli elementi di sopravvivenza, e comunque nei momenti in cui un po’ ti deconcentri, la musica ti guida infallibilmente a riconoscere chi-cosa-dove. Cosí, quando Radamès, atto primo, scena prima, canta quei suoni arcani, non ci vuol niente a immaginare mentalmente che sta dicendo «Celeste Aida, forma divina/Mistico serto di luce e fior/Del mio pensiero tu sei regina/Tu di mia vita sei lo splendor». Quando poi Aida, al terz’atto, modula quelle incomprensibili sonorità che stanno per «O cieli azzurri, o dolci aure native/O verdi colli, o profumate rive/O fresche valli, o queto asil beato/Le foreste imbalsamate/Le fresche valli, i nostri templi d’or», allora sai che Verdi e Ghislanzoni, pensando all’Etiopia di Aida, raccontavano l’Italia di se stessi e immagini che questo delizioso soprano, nel cantare la nostalgia di Aida, stia pensando al paesaggio kirghiso, anch’esso ben evocato da quelle parole. E questa è l’ennesima riprova che le vere opere d’arte, di qualunque genere siano, diventano cittadine del mondo e che esse, qualsiasi possano essere le intenzioni degli autori, a ciascuno comunicano quel che ognuno è libero di leggerci dentro.
Aida, che è del 1871, conclude il primo e piú corposo periodo creativo di Verdi, prolungatosi per trent’anni. Il suo finale, con le parole di Amneris «Pace t’imploro…pace… pace… pace», sembra l’invocazione dello stesso Verdi che, affaticato dal lavoro e dalla vita, altro non desidera se non pace e tranquillità, il che gli riuscirà per un bel po’ d’anni, prima di tornare a lavorare per il palcoscenico con le conclusive monumentalità di Otello e Falstaff.
Secondo un antico detto dei nomadi kirghisi, «i cavalli sono le ali dell’uomo» e i kirghisi, abituati come sono, da secoli, a volare in groppa ai loro elegantissimi cavallini della famosa razza autoctona, hanno movenze un po’ impacciate sulla scena, forzati come sono a riprodurre gesti e ritmi di faraoni, sacerdoti e guerrieri egizi. Musicalmente, però, la loro Aida non ha niente da invidiare ai nostri teatri d’opera. È commovente, anzi, come il loro talento e il loro severo addestramento professionale vengano posti tanto brillantemente al servizio del genio verdiano. Anche in questo c’è qualcosa del loro pensiero circolare, che li incoraggia da sempre ad affrontare con sbalorditiva serenità ogni frangente della vita e gli consente di non lasciarsi sovrastare dalle difficoltà interpretative d’una creazione artistica completamente “altra” rispetto alla loro cultura.
Questa è cronaca del 1990. La capitale kirghisa si chiamava Frunze, allora, in omaggio a Mikhail Vasilievic Frunze, che vi era nato e che, dopo aver guidato le truppe cui si deve la presa del Cremlino nell’Ottobre del 1917, fu il primo costruttore di quell’Armata Rossa che sarebbe stata la principale protagonista della liberazione del mondo dalla barbarie nazista. Successivamente, nel 1991, la città assume un nuovo nome: Bishkek, antica parola kirghisa che indica la zangola usata per la preparazione del “kumis”, la bevanda nazionale fatta di latte di giumenta fermentato. Analogamente, immagino, oggi devono risultare diverse le denominazioni di vie, piazze, quartieri, teatri e di quant’altro evocava i decenni di associazione del Kirghizistan all’Urss. Il 1991 fu l’anno del suicidio dell’Unione Sovietica. Da allora, l’impossibile integrazione tra il pensiero lineare e quello circolare ha lasciato spazio nel Paese al rifiorire dell’islamizzazione, che aveva debuttato nel Seicento ma era rimasta piuttosto silente nei 115 anni dell’egemonia russa.
Tuttavia, le questioni fondamentali, oggi, non sono quelle religiose. Secondo rilevazioni dell’Unicef, dopo il 1991, anno dello scioglimento di quella che era stata l’Unione Sovietica, oltre metà della popolazione del Kirghizistan vive sotto la soglia della povertà e 1/4 in condizioni di miseria estrema, la spesa sociale per la sanità è calata dal 3,5% del Pil all’1,9%, la spesa scolastica dal 6 al 4,6%. Il risultato è, sempre secondo l’Unicef, che, «per la prima volta da un secolo a questa parte, l’attuale generazione di bambini kirghisi soffre di problemi sanitari e scolastici pesanti, il 44% delle donne in gravidanza e il 50% dei bambini sotto i tre anni soffrono di anemia, la mortalità infantile risulta 3 volte piú alta rispetto a prima del 1991, solo l’8% dei bambini accede alla scuola materna, contro il 30% del 1990, nella scuola dell’obbligo calano le iscrizioni e aumentano gli abbandoni, anche in conseguenza del deteriorarsi dell’offerta educativa, con insegnanti mal pagati e scuole fatiscenti, spesso prive di riscaldamento e servizi igienici». Come si sa, fu Mikhail Gorbachev a traghettare l’Unione Sovietica verso la dissoluzione. L’ho visto poco piú d’un anno dopo la fine dell’Urss, Gorbachev, all’inizio d’Aprile del 1993, tre mesi dopo che Nureyev, lui sí, era entrato nell’immortalità. Accadde nella grandiosa Convocation Hall dell’Università di Toronto. Gorbachev era lí nella veste di protagonista d’una tavola rotonda sulle prospettive politico-sociali del futuro universale. Mi capitò di stringergli la mano.
Ci voleva un coraggio che Gorbachev non ha potuto darsi, per smantellare la stratificazione di cazzate burocratiche e miopie politiche con cui la Rivoluzione d’Ottobre era stata imbalsamata e per rianimare lo sviluppo concretamente socialista dello Stato e della società. Di fronte all’onda montante della potenza economica e mediatica del capitalismo selvaggio, il dilemma era: lasciarsi uccidere, come Salvador Allende, per mantenere intatta nell’immaginario collettivo la speranza di riprendere a costruire con le proprie mani un futuro migliore, oppure arrendersi, salvando se stesso e abbandonando gli altri al “si salvi chi può”.
La scelta di Gorbachev fu di arrendersi. Quella che stringevo a Toronto era la mano di un naufrago della storia, lo sguardo che incrociavo non splendeva, non parlava di maestà ma di malinconia, forse di tristezza, dell’intima consapevolezza di aver deluso il suo popolo e l’umanità assetata di giustizia. Oggi, 2007, nel vedere quella mano fotografata sulle pagine patinate dei grandi rotocalchi internazionali, accanto alla valigetta superlusso per la quale fa da testimonial pubblicitario, mentre lugubremente sfila in limousine davanti i ruderi del Muro di Berlino, oggi sento d’aver stretto la mano di un morto vivente. Quello del 1990 è stato l’ultimo dei miei viaggi in Kirghizistan. Non ho cuore per poterci tornare, perché, come Dante fa dire dalle labbra di Francesca, «nessun maggior dolore/che ricordarsi del tempo felice/ne la miseria». Forse, per i kirghisi, quello prima del 1991 non fu precisamente un “tempo felice”, tuttavia quello fu di sicuro un tempo in cui la dignità delle persone e le aspettative di futuro sono state realtà. Le “fresche valli” e il “queto asil beato” vagheggiati da Aida, principessa etiope ridotta in schiavitú dagli egizi, anche per i kirghisi, ridotti in schiavitú dalle leggi spietate del “libero” mercato, adesso sono solo un miraggio, nonostante le imponenti riserve di oro, uranio, petrolio, gas e carbone del loro sottosuolo, nonostante la sfolgorante bellezza delle loro montagne: anche le steppe dell’Asia Centrale, ormai, hanno subíto la frantumazione dell’antica circolarità del tempo.

