Editoriale.

25 02 2008

“Una nuova scienza della politica è necessaria per un mondo nuovo”
Alexis de Tocqueville

Nella nostra regione in questo ultimo scorcio d’anno una serie di episodi, apparentemente non collegati fra loro, testimoniano il clima di grande confusione, di approssimazione e di mancanza di idee che regna sovrano. Episodi riferiti al mondo della cultura in particolare e dello spettacolo in generale che se non porteranno ad un ripensamento collettivo saranno i prodromi dell’implosione di un settore che, quasi autoregolamentandosi, era stato in grado di produrre un sistema, nella maggior parte dei casi, efficace ed efficiente. Stiamo attraversando un periodo nel quale si ha paura di parlare, di dichiarare pubblicamente le proprie idee, di dire come stanno effettivamente le cose: ma che senso ha continuare a stare zitti, o discutere di tali fatti solo nell’ambito di ristretti incontri fra addetti ai lavori? E quando la si finirà di avallare l’equazione politica uguale affari? Alcune di queste situazioni stanno per esplodere o sono già esplose: crisi del Teatro Marrucino, Fondo per l’attuazione degli accordi di cofinanziamento tra lo Stato e le Autonomie, corsi di formazione professionali per specialisti dello spettacolo. Già in epoca non sospetta (ovvero prima dell’approvazione della Legge regionale 40/2001 che istituiva il teatro lirico d’Abruzzo) chiedemmo se si conoscesse realmente la complessità produttiva e gestionale di un ente lirico, delle risorse finanziarie necessarie per farlo vivere dignitosamente (l’ente lirico di dimensioni minori ha un bilancio di oltre 25 milioni di euro), delle necessità strutturali imprescindibili… Fummo accusati di voler far morire un ente ancora prima che nascesse. Ed ecco i risultati: crisi economica e produttiva, bilanci in rosso con milioni di euro da ripianare, attività artistica bloccata. Chi pagherà gli errori commessi per le scelte economiche avventate fatte e per la insufficiente conoscenza di meccanismi e dinamiche organizzative? Dove sono i responsabili di questo sfascio perpetrato in soli cinque anni? O forse per l’ennesima volta non ci saranno responsabili e la Regione Abruzzo metterà ancora mano al portafoglio per ripianare i debiti? E dove saranno presi i soldi necessari, vista l’aria di crisi economica che attraversa i bilanci regionali? Un bel po’ di risposte sono dovute. E qualcuno ci spiegherà l’ennesima occasione persa con la dilettantesca gestione del Fondo per l’attuazione degli accordi di cofinanziamento tra lo Stato e le Autonomie (legge 27 dicembre 2006, n. 296 – legge finanziaria 2006) che istituisce una dotazione di 20 milioni di euro per ciascuno degli anni 2007, 2008 e 2009? Già sul numero dello scorso luglio di Senzatitolo scrivemmo: “…quanto al Patto, il cui termine di presentazione dei progetti era lo scorso 31 maggio, ne vedremo davvero delle belle. Basti pensare che solo poche realtà regionali hanno cercato di produrre progetti che coinvolgessero coloro che professionalmente agiscono sui territori – incrementandone l’offerta culturale, allargandone i bacini di intervento e garantendo economie che comunque sono state distolte ai settori finanziati – le restanti hanno inventato l’inverosimile secondo logiche di spartizione politica e che nulla hanno a che fare con l’investimento e la produttività legata ai territori e in una logica di ulteriore futuro sviluppo…”. E purtroppo i risultati di queste scelte sono arrivati: nei due decreti firmati dal Ministro Rutelli per la ripartizione dei 20 milioni di euro (19.07.2007 e 31.10.2007) l’Abruzzo è al 18° posto, per finanziamenti assegnati, su 20 regioni che hanno presentato progetti. Nel dettaglio 360 mila euro per il 2007 e 580 mila euro per il 2008, nulla per il 2009. Dopo l’Abruzzo la Basilicata e la Provincia Autonoma di Bolzano. Un unico progetto approvato “Rete abruzzese per lo spettacolo” con la cifra maggiore destinata al Teatro Marrucino. Perché anche questa opportunità è stata gestita in questo modo? Perché non si è proceduto a realizzare (vedi Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Friuli Venezia Giulia) una vera progettualità condivisa con gli organismi operanti sul territorio? Perché l’operazione è stata condotta attraverso segreterie, tavoli, tavolini e strapuntini? Perché l’Assessorato alla Promozione Culturale ha dovuto, poco prima della scadenza dei bandi, rincorrere la possibilità di ottenere i finanziamenti attraverso la presentazione di progetti ideati all’ultimo istante con il risultato di una scarsa efficacia propositiva e d’intervento? Casi isolati o un modo di pensare e fare politica culturale del tutto sbagliato con logiche che nulla hanno a che fare con la corretta amministrazione e il buon governo? E’ certo che anche taluni organismi della nostra regione, che dovrebbero promuovere e formare il pubblico (attraverso la distribuzione di attività teatrali), non hanno ben compreso che i tempi sono cambiati e che il modo di operare dovrebbe essere ben diverso dall’attuale. Ad esempio che senso ha programmare spettacoli teatrali (!) all’interno delle scuole facendo pagare un biglietto da 1 euro? Non è questa concorrenza sleale verso gli altri operatori, ma soprattutto verso se stessi? Come si può immaginare di invogliare i ragazzi e i giovani a venire a teatro quando il teatro non lo si fa vedere? Dove va finire la magia del palcoscenico, delle luci, della scenografia, dei costumi, dell’interazione di linguaggi artistici interdisciplinari? E tutto questo solo per fare qualche borderò in più e testimoniare che si fa attività? Ma a che serve, ma soprattutto a chi giova? Fermiamoci un attimo signori e riflettiamo, riprendiamo a progettare e a condividere percorsi più consoni al significato vero di ideare e produrre arte e spettacolo.





Appunti di VIAGGIO. La bella e la bestia.

25 02 2008













Foto di Fabrizio Colagrande

di ANGELO JONAS IMPERIALE

 

Un nuovo viaggio e nuove storie da cogliere e da incorniciare, perché sai di non essere un turista per caso. Sai che non ti trovi in una nuova città solo per divertirti e perderti nelle abitudini di sempre. “Estoy aquí en viaje, no en vacación”. Nuove storie che cogli perché in viaggio attraversi la vita, e sei pronto a condividere tutto con l’altro e con l’altra e a percepire l’altro quando è pronto a farti entrare nelle sue storie e a fartele vivere. Qui la fratellanza suggella l’incontro e non vi è paura, ma solo immediata stima reciproca. E allora segui e sei la storia, a cavallo tra l’immaginazione e la vita, in un gioco comune. Il 2 Ottobre Fabrizio ed io siamo a Cadiz. Cittadina che si affaccia sull’Oceano Atlantico, capoluogo Andaluso di provincia, è la città più antica d’Europa. Ex colonia fenicia, vede le sue terre ed i suoi abitanti avvolti dall’Oceano Atlantico e da una luce magica al tramonto. Quella di Cadiz la chiamano, non a caso, la costa de la luz. Il sole ti tramonta davanti e se sei a fianco ad un pescatore, fissi, dall’alto della muraglia che divide la parte più ad ovest della piccola città e le sue strade dalle onde del mare, i riflessi di luce color porpora che accompagnano il movimento della marea sugli scogli. E i tuoi occhi si incantano a seguire lo scorrere continuo dell’oceano piano, dolce profondo. E tutto intorno a te si fa della luce del tramonto e del movimento del mare. Terra devota al culto della dea madre dell’oceano è stata da sempre approdo dei pirati. Da qui infatti salpavano all’arrembaggio delle navi che tornavano con i ricchi tesori del nuovo mondo. Dopo circa cinque giorni passati a vivere le strade della città e la sua cultura, apprendiamo che in un patio antico si sarebbe svolta una manifestazione organizzata dai compagni della Fabrika, centro sociale libertario di Cadiz. La manifestazione si legava all’appello proclamato a livello nazionale contro la speculazione edilizia e i numerosi sfratti che in questi ultimi mesi in Spagna si fanno sempre più numerosi, causa lo sviluppo urbanistico e il progresso economico fagocitante. L’iniziativa, inoltre, denunciava la disastrosa situazione occupazionale che pesa sulla città per colpa della fabbrica della Delphi che, cosa che sanno bene anche gli operai aquilani, un bel giorno ha potuto decidere di chiudere i battenti e di trasferire il suo settore di produzione altrove, lasciando tranquillamente centinaia di metalmeccanici senza lavoro. La manifestazione, tutta autogestita ed autofinanziata, prevedeva un’assemblea aperta su questi temi e a chiusura una lunga serie di concerti alternando sul palco gruppi dei più svariati generi musicali: dal rap al flamenco jazz, al punk, alla world music, tutti uniti nella giornata di protesta. Per quest’ occasione non potevamo che darci da fare anche noi, così abbiamo aiutato i compagni della Fabrika a preparare la comida popolare rigorosamente vegetariana, e ad allestire nel patio antico i vari banchetti di diffusione di cd, t-shirt, maglie autoprodotti, libri anarchici e volantini del sindacalismo di base. Ed è proprio in questo vecchio patio del barrio popolare di Santa Maria, abitato da antiche famiglie di gitani e pirati, che ha inizio la nostra nuova storia. E questa volta è forse più di una storia. Sono le storie tutte diverse dei tanti cani e gatti della zona di Cadiz e provincia che dentro la perrera (canile, N.d.R.) della città, hanno trovato una fine comune. Non certo lieta. Le storie drammatiche del canile di Cadiz, si intrecciano inoltre con quella di Simone Righi, bolognese di 36 anni arrivato in città con la sua compagna Annagiovanna Fiori. Simone dal 7 ottobre scorso è in carcere con un capo di imputazione che ha del grottesco per quanto incredibilmente ingiusto: “attentato alle istituzioni, resistenza a pubblico ufficiale, disordine pubblico”. Tra tutti hanno preso proprio lui. Ma andiamo con ordine: conosciamo Simone e la sua compagna Jo al concerto della Fabbrika. Qui volantinavano per la manifestazione contro il maltrattamento e la soppressione degli animali nel canile di Cadiz che si sarebbe tenuta il giorno seguente con tanto di regolare autorizzazione. Maltrattamento e soppressione, proprio così. Perché qui non si parla di regole sanitarie e procedure idonee, ma di forni crematori e strangolamenti. E i nostri due italiani lo hanno scoperto a loro spese. Venuti qui in viaggio con i loro tre cani si erano recati dalla polizia per chiedere dove li potevano lasciare, dato che a Cadiz, oltre al fatto che non vi sono camping, pare sia assolutamente proibito girare con i cani. La polizia aveva detto loro di non preoccuparsi che li potevano lasciare nella perrera di Puerto Real nel canile “El refugio” e che avrebbero potuto riprenderseli comodamente quando finivano la loro permanenza nell’accogliente cittadina. I due stavano in viaggio ed erano da sette mesi in Spagna per fare tatuaggi. La struttura indicata è l’unica di tutta la provincia di Cadiz in grado di raccogliere cani e gatti abbandonati di tutti e 16 i comuni gaditani. Così Anna e Simone decidono di lasciare Holly Vito e Maggie in custodia al veterinario Romeo Alfredo Parodi responsabile di “El refugio”, seguendo quanto consigliato dalle autorità locali. Dopo appena quattro giorni, Anna e Simone alle 8.15 del mattino tornano al canile per riprendere i propri cani, ma una tragica notizia li sconvolge: il veterinario dice che due dei loro tre cani erano morti lottando con altri e per la povera Maggie invece, non ci son volute poi tante parole perché era lì morta dentro il frigorifero. Sconvolti ed infuriati Simone e Jo sono andati direttamente alla perrera. La perrera era aperta. Dentro uno spettacolo da film dell’orrore. Piu’ di una cinquantina di cani morti. Ossa dentro i forni crematori. Gatti strangolati con le mani e lasciati sopra i tavoli. Per questo erano alla manifestazione della Fabrika anche loro. Si sono rivolti ai compagni del centro sociale e a tutte le associazioni animaliste della provincia di Cadiz. Inseriti dentro il concerto “contro la speculazione immobiliare e per la casa”, hanno poi volantinato per la manifestazione organizzata per il giorno dopo contro la perrera e il maltrattamento degli animali. Alla manifestazione del giorno dopo contro la perrera, la gente comune che si fermava ad osservare i cartelloni con le foto dei cani morti ammazzati in canile, si univa spontaneamente al coro di rifiuto e di denuncia unanime contro il canile e il comune. Il comune, infatti, sembra finanzi il canile per ogni cane ricevuto in custodia per i 15 giorni successivi alla sua consegna. E qui la posta in gioco è alta. Più posti si liberano, più soldi entrano nelle tasche degli amministratori. Così più cani vengono uccisi dentro i forni crematori o con punture paralizzanti di MIOFLEX (farmaco terribile che lascia il cane paralizzato e cosciente fino al suo ultimo istante di vita), più si fa spazio. E allora proprio mentre oltre duemila persone gridavano contro il sindaco di Cadiz per chiedere l’immediata chiusura del canile e denunciare le responsabilità delle istituzioni per aver partecipato e foraggiato “l’orribile e tacita mattanza”, la polizia Andalusa dai retaggi più franchisti di Spagna ha caricato Simone e lo ha pestato a sangue sotto i nostri occhi e lo scatto attento del mio amico Fabrizio. È adesso in carcere da più di un mese. L’ultima volta che lo abbiamo visto fu proprio quel giorno poco prima della carica della polizia. Siamo in diretto contatto con Annagiovanna Fiori, la sua compagna. Intorno alla storia di Simone si sono sollevate giustamente tutte le associazioni animaliste spagnole, facendo della storia dei due italiani un vero e proprio caso nazionale. Per le due settimane successive i giornali locali e nazionali di Spagna ne hanno parlato schierandosi tutti indiscriminatamente dalla parte di Anna e Simone che hanno ora il merito di essere anche pionieri del primo processo penale contro il canile “El refugio”, la cui udienza si è avuta il 24 Ottobre. Le condizioni di detenzione dell’italiano ricordano pratiche medioevali. Il capo d’accusa su cui pesa la condanna ha del ridicolo, nel dettaglio si può leggere: “presunzione di aggressione a consigliere comunale e attentato alle istituzioni”. Simone è in carcere da un mese per presunzione di reato. “Il maldestro tentativo di chiuderci la bocca – mi scrive Jo in una lettera che mi ha inviato una settimana fa – ha, di fatto, ottenuto l’effetto contrario, rivelando il clima di oppressione dal quale la Spagna non si è ancora liberata. In definitiva, qui regna ancora la dittatura e l’arresto di Simone, voluto, ne é la conferma. Segregato per 72 ore in cella d’isolamento, picchiato a sangue, impossibilitato a lavarsi, a comunicare e soprattutto privato di assistenza legale per quasi 24 ore”. A dimostrazione di come il sistema penitenziario non sia tutto sommato la cura migliore dei mali, ora Simone soffre del riemergere di una malattia tumorale che stava cercando di sconfiggere in questo viaggio con la sua famiglia. Dopo il pestaggio violento e immotivato, la polizia stessa preoccupata delle condizioni del detenuto lo ha accompagnato in ospedale e poi lo ha sbattuto in isolamento, rifiutando l’assistenza tempestiva del suo legale. Il caso, a un mese di distanza è diventato di rilevanza internazionale. Le innumerevoli pressioni fatte sino ad oggi sono riuscite ad ottenere comunque un risultato confortante. Da qualche giorno si è appresa la notizia della possibile scarcerazione di Simone a patto che si paghi una cauzione pari a 9000 euro. Si è intrapresa una campagna internazionale di raccolta fondi. I soldi in più che verranno raccolti, Anna ha deciso di devolverli a tutte le associazioni animaliste spagnole. Qualora vogliate contribuire anche voi con un piccolo versamento sul conto di Simone, potete navigare sul sito www.dogwelcome.it e raccogliere tutte le informazioni utili per le procedure di versamento. Si stanno già realizzando in tutta Italia campagne di autofinanziamento. In attesa che il movimento ne organizzi una anche qui nella nostra città, lasciamo a voi la possibilità di continuare a scrivere questa storia.

 





interno&esterno

25 02 2008

Milano. Primi giorni di ottobre, prime ore del pomeriggio. Metropolitana Linea Verde, Fermata Garibaldi, direzione Stazione Centrale. Sale una persona anziana, quasi sicuramente uno slavo, con uno strano strumento a tracolla (metà xilofono e metà vibrafono), lo percuote delicatamente con due piccole bacchette. Un suono, una melodia, un motivo dapprima irriconoscibile ma che di li a poco diviene familiare: sta suonando “l’Internazionale”. Le note invadono il vagone nell’indifferenza totale dei viaggiatori. Chi ascolta musica attraverso gli auricolari, chi legge un libro, chi una rivista, chi guarda fisso davanti a sé con gli occhi celati da occhiali da sole, chi guarda attraverso il buio del finestrino, chi è assorto nei propri pensieri… Li guardo, ascolto le note. Stridore di freni. Il treno si ferma. Così come è salito il musicista scende. L’esibizione è finita. Nessuno se ne è accorto. Nemmeno io, troppo intento a scrutare gli altri.

C’era una volta il PCI e poi Servire il Popolo, Potere Operaio, Lotta Continua e ancora Avanguardia Operaia e poi il movimento si fa duro con le BR, e il PCI si trova nel mezzo, in un momento in cui non comprende e non riesce a gestire la pressione, anche violenta, di molti giovani e non, che hanno voglia di cambiare il mondo e ci credono davvero! L’illusione dura poco, per qualcuno di più. E c’era la DC punto di riferimento di chi, uscito dalla guerra cercava concretezza e tranquillità. E poi c’è stato il tempo in cui i partiti hanno cominciato a perdere la loro credibilità travolti da scandali, ruberie e disonestà, sempre più rinchiusi su loro stessi e distaccati dalla gente. E poi ancora il PDS, i Popolari, i DS, le querce, le margherite e gli ulivi e ora il PD…quanto tempo per far così poca strada. Sembra quasi di esser tornati al punto di partenza di un’era nella quale nessuno ha più fiducia nella politica, compresi coloro che tanto si stanno affannando per creare questo nuovo/vecchio eco-mostro.

Forse c’è ancora chi un po’ si commuove sentendo le note di una canzone degli Inti Illimani o di Bob Dylan o di Joni Mitchell o di Joan Baez o di Crosby, Stills, Nash & Young o… No, non è nostalgia ma qualcosa di più profondo che ti scava dentro, ti gira attorno e ti colpisce. No, non è nostalgia, è la consapevolezza che forse si sono perse delle occasioni irripetibili. Quante energie spese in dibattiti e cortei, nel cercare – dentro le scuole e dentro le fabbriche – di capire e far capire quello che ci stava succedendo intorno. Qualcuno non c’è più, qualcuno è fuggito, qualcuno si è convertito, qualcuno si è adeguato, ma qualcuno – per fortuna – continua a sognare.

 





Rino Gaetano. Ma il cielo è sempre più blu.

25 02 2008









Nella foto Rino Gaetano

di PIERLUIGI BIONDI

Sono così rari i motivi per cui valga la pena ragionare di tv che, quando accade, è una specie di evento. L’occasione è stata offerta dalla fiction dedicata a Rino Gaetano dal titolo “Ma il cielo è sempre più blu”. Non un capolavoro, certo. Anzi: ci sono limiti evidenti, a cominciare dalla scarsa aderenza biografica del racconto cinematografico alla vita dell’artista, tanto che la sorella Anna, vedendo in anteprima l’opera, ebbe a dichiarare che in essa «manca lo spirito di Rino». Ma – senza addentrarci sull’aspetto “tecnico” della produzione Rai – un merito gli va ascritto: aver fatto conoscere al grande pubblico uno tra gli autori più poliedrici, ironici e graffianti della scena musicale italiana a cavallo tra la fine dei ’70 e l’inizio degli ’80. Infatti, fino a qualche anno fa tra il popolo degli under 30 – quello dei teenagers neanche a parlarne – la fama di Rino Gaetano era prossima allo zero, se si eccettua la notorietà assicurata da una discutibile versione remix di Gianna ad uso discotecario. Nato nel 1950 a Crotone, trasferitosi a dieci anni a Roma – dove morì d’incidente d’auto nel 1981 – Rino Gaetano fu interprete a tutto tondo di un personalissimo stile che lo contraddistinse nettamente dalla truppa dei cantanti engagée sulla cresta dell’onda in quel periodo. Complice un disincanto prossimo al libertarismo più estremo, mise a nudo le ipocrisie del suo tempo denunciando tutti i conformismi di un’Italia in mano a governanti, banchieri, giornalisti e intellettuali prêt-à-porter. Quando pochissimi sembravano essersi accorti che la fantasia, al potere, non c’era arrivata (e neanche ci sarebbe arrivata in seguito, a meno di non voler considerare tali certe macchiettistiche rappresentazioni sedute a Montecitorio) e, in tanti, si perdevano dietro sussiegose analisi psico-sociopolitiche d’accatto, Rino Gaetano nel 1978 cantava Nuntereggae più, nelle cui strofe manifestava la sua insofferenza verso gli intoccabili del Belpaese: «avvocato Agnelli/Umberto Agnelli/Susanna Agnelli/Monti/Pirelli… onorevole eccellenza/ cavaliere senatore/ nobildonna eminenza… la sposa in bianco/ il maschio forte/ i ministri puliti/ i buffoni di corte/ ladri di polli/ super pensioni/ ladri di stato e stupratori… nun-tereggae- più!». Per il pentapartito e il compromesso storico: «Eya alalà/ PCI/ PSI/ DC/DC/ PCI/ PSI/ PLI/ PRI… nun-tereggae- più!». Per i cattivi maestri della lotta di classe e per i loro pessimi discepoli in armi: «il quarantotto/il sessantotto/ le P38… nun-te-reggae-più!». La liberazione dei costumi si era ridotta a femministe andate a male e uomini travestiti come fenomeni da baraccone? Rino Gaetano rispondeva con la sua Gianna, che «non perdeva neanche un minuto per fare l’amore» durante notti in cui, finita la festa, «comincia la vita», «la gente si sveste» e «comincia un mondo diverso, ma fatto di sesso». Le parole d’ordine erano “progresso” e “industrialismo”? Rino Gaetano sforna Ad esempio a me piace il sud, in cui fa l’elogio del meridione legato alla tradizione, alla terra, ai ritmi lenti, alle consuetudini. Il contadino – relegato dalla dialettica rivoluzionaria al rango di sottocategoria inutile del proletariato – è, per l’artista, maestro di vita con cui «parlare dell’uva, parlare del vino che è ancora un lusso per lui che lo fa». Rino, insomma, era un figlio unico tra i fratelli cantautori e, ben presto, abbandonò la famiglia che lo aveva a malapena tollerato: troppo sfrontato, troppo diverso, troppo libero. Non fece in tempo a correre il rischio di diventare un’imbolsita caricatura di un cantante di successo con l’aria da profeta, l’invettiva pronta e il portafogli gonfio. Quando si congedò era il 2 giugno, ricorrenza della nascita della Repubblica, giorno di parate e passerelle, discorsi di circostanza e frasi fatte. Insopportabile. Meglio una galoppata di prima mattina per le strade della capitale, alla guida della Volvo nuova di zecca. Una fuga breve, poco oltre la Nomentana, verso il capolinea che non t’aspetti.





Laudomia Bonanni. Scrive, quindi vive.

25 02 2008








Laudomia Bonanni e le copertine di alcuni dei suoi libri

Appena uscito per l’Edizione Tracce, “Laudomia Bonanni, Elzeviri”, curato da Anna Maria Giancarli, ha il pregio di offrire una lettura partecipata dei bellissimi scritti dell’autrice aquilana, pubblicati da “Il Giornale d’Italia” tra il 1960 e il 1965. Partecipata, perché i suggerimenti per la lettura proposti dalla Giancarli – che introducono le quattro sezioni (Elzeviri sull’Aquila, Elzeviri sui luoghi, Elzeviri su personaggi, Taccuino televisivo) che raccolgono i componimenti – non sono altro che una condivisione intellettuale e umana, una sorta di identificazione subliminata con il sentire della Bonanni. E’ come se la sensibilità della Giancarli fosse entrata in sinergia con quella dell’autrice, come se le due intellettualità si fossero compenetrate così bene da rendere le annotazioni dell’una un naturale complemento degli elzeviri dell’altra. La lettura che propone la Giancarli non stona, non stride rispetto agli elzeviri, che rispetta, accompagna, coccola, rendendo il libro un insieme di grande qualità. Ne viene fuori un racconto unico, suggestivo, interessante e anche avvincente, dove gli elzeviri pur nella loro unicità rivestono l’importanza del romanzo. La Giancarli suggerisce: “Laudomia scrive, quindi vive. Alla scrittura attribuisce la vera possibilità di ascoltare e decodificare il reale che, a sua volta, esiste proprio in quanto viene scritto, fissato, catturato allo scorrere del tempo. E, sempre attraverso la parola, il suo universo interiore si pone in relazione agli altri, soprattutto agli invisibili, agli umili, dei quali testimonia il dolore e la sofferta esistenza. Invisibili, di vetro, per la Bonanni sono particolarmente le donne”. Ed ancora: “La sua penna implacabile registra il vero, disegna l’esistente con scioltezza e dinamicità, nonostante la densità della materia. Si resta, allora, colpiti dall’efficacia delle sue descrizioni, dalla sua abilità nel tessere intrecci intriganti, dai suoi piccoli capolavori di ritrattistica, dai suoi giochi d’ironia che tendono a dissimulare lo sconcerto senza rinunciare alla condivisione. Tra l’altro una scrittura che non intende commuovere, aspra e petrosa nel suo limpido manifestarsi, innovativa col suo ricorso al gergo popolare e ai frequenti neologismi”. “Da questi elzevire – aggiunge – appare evidente che l’impegno in lei, sia frutto di nobile partecipazione umana, e non di volontà di denuncia o di qualsivoglia appartenenza. V’è in essi la dolente consapevolezza dell’ineluttabile dolore della condizione esistenziale che, secondo lei, può essere appena mitigato da qualche ideologia o fede religiosa”. A questo punto non possiamo non proporre uno dei componimenti raccolti dalla Giancarli nel suo libro, che ha potuto realizzare grazie alla disponibilità del giornalista Gianfranco Colacito, nipote della scrittrice aquilana, che ha messo a disposizione il materiale in suo possesso. E’ questo il modo migliore per entrare nel mondo della Bonanni, in quel mondo che rappresenta la nostra storia, la storia del nostro Paese, la memoria che ci fa essere quelli che siamo oggi.

Album di famiglia, da Il Giornale d’Italia 11-12 settembre 1961: “L’album si trovava su un’angoliera del salotto, a portata di mano. Uno dei soliti, rilegati in finta pelle, con le pagine di cartoncino scuro, in cui qualcuno della casa aveva raccolto le fotografie di famiglia. Sono sempre curiosi da guardare, questi album. Cominciava da gialli dagherrotipi, gruppi all’impiedi di uomini baffuti e donne in vesti e pettinature molto gonfie e complicate. Anche i bambinetti nudi sulla pelle d’orso appartengono a un’epoca: ce n’erano un paio di esemplari. Arrivava dove generalmente sono restati fermi questi cimeli di famiglia: a giovinetti in abiti anteguerra (di spalla alta bene imbottita). Oggi gli adulti si sentono troppo vecchi per raccogliere fotografie e la gioventù ha altri gusti, la passione per altre macchine. Scoprii in quell’album la ragazza, durante un’estate in montagna. Non ebbi occasione di vederla, c’erano in casa gli anziani, i giovani erano al mare. Nei momenti d’ozio, tornavano a sfogliare le pagine di cartoncino, rintracciando le fisionomie dai piccoli ai grandi. Cominciavo a metà, coi bambini, anzi le bambine, sapevo che erano quattro figlie. Una quantità di istantanee inesperte e amorose, già un po’ stinte: le piccine in fasce, al bagno nei primi grembiulini, con la scodella della pappa davanti, col gatto, con la bambola, in pianto o in riso. Intercalate vecchie zie rigide, nonni severi verso l’obiettivo, i due sposi giovani, la madre fresca con le bambine. Sembravano tutte uguali, tutte con gli stessi riccioletti lievi che in seguito si sfanno, le guance paffute, gli occhi attoniti. La stessa mano aveva ritratto e raccolto (era il padre) durante il breve tempo che i figli sono piccoli. Poi nell’abum, senza metodo e senza continuità, appiccicate storte o messe dentro a mazzetti, in disordine, le fotografie portate a casa dalle ragazze: gruppi di collegio, di scuola, di gite, a coppia, con l’amica del cuore, mezzibusti formato tessera, pose in cartolina. Ancora si somigliavano, era difficile distinguerle, tutte graziose e ricciolute della stessa permanente prolissa di moda allora. Riconoscibile sempre quella in calzoni. Calzoni da sci, la tenuta che si adotta d’inverno in montagna. Capitava di dover raggiungere la stazione in slittino. C’erano le istantanee sullo slittino. E sugli sci, o con le racchette piantate nella neve e gli sci tenuti dritti nel braccio. In altre padre e figlia, gli sci in braccio al padre. (Lui esercitava in paese la professione). Talvolta andavano insieme in qualche casolare isolato della condotta: ed ecco sfondi di pietrame, muricce, polli, un maialetto. Apparivano molto legati, padre e figlia, e la ragazza diversa dalle sorelle, non soltanto per quella montura in calzoni e maglione dentro cui si perdevano le forme. Era un’idea che veniva a sfogliare l’album. A lei non si vedevano i capelli, racchiusi in fasce di lana o berretti. Teneva la testa un po’ inclinata a sinistra. Col fidanzato l’ho vista solo dopo, dopo anni, quando erano state tolte dall’album tutte le immagini di Maria in pantaloni. Tolte senza sostituire, lasciando i vuoti. Non si chiamava Maria e non è il caso di usare qui il vero nome, si chiama Maria adesso, lo sanno pochi. Questa fotografia, nitida in cartolina, mi è stata mostrata con riluttanza e quasi in segreto. L’unica in sottane. Era già fra le altre, allora non me ne accorsi, l’avrò scambiata per una delle sorelle. Si somigliavano da ragazze come da bimbe, Maria la più graziosa. Nella foto è al braccio di un giovane magro dal sorriso smagliante, essa in vesti femminili. Vestita con semplicità, una gonna dritta e un maglioncino leggero che delinea il seno piccolo, tutta piccola e delicata, gambe snelle e piedini. Ha i capelli raccolti in su, un fiore vicino all’orecchio. Assai femminile il viso d’epressione dolce, fresco e sodo come un frutto, si immagina la pelle liscia sana pura, una ragazza sportiva di montagna. Il capo sempre inclinato a sinistra. Avrei dovuto ravvisarla a quell’inclinazione, guardando l’album. Era stato prima della guerra. Non che sia trascorso un tempo immemorabile – benchè sembri cambiato il mondo – ma tanto da trasformare le ragazze in donne e riempire i nuovi album di bambini. O magari non usa più. Gli album, s’intende, in quanto ai bambini il mondo non è cambiato affatto. Tre delle regazze si sono sposate e i loro figli crescono. Perché dopo ci conoscemmo. Ho constatato come si somigliassero anche da adulte, gli occhi di un intenso azzurro, lineamenti regolari, graziosi, carnagione chiara. Lei dicono era bella. Quando si parlò di Maria il padre non fu presente. Se ne parlava col tono cauto reverenziale delle grandi sventure, o delle glorie il cui prezzo è stato troppo alto. Non riuscivo nemmeno a capire se fosse morta o viva. E la storia mi parve una comune storia d’amore. Il fidanzato che va in guerra, gli anni che passano nell’attesa. Certo, furono sei anni, una separazione quasi eterna. Cinque di prigione in Africa. Poche notizie, tanto da saperlo ammalato, e più nulla. La ragazza era tornata al paese, s’era rinchiusa e intristiva. Brevi uscite all’alba, sfangando nella neve con gli sarponi per raggiungere la chiesa. Usava il velo nero delle anziane e aveva smesso i calzoni. Dentro il libro delle preghiere teneva quella foto, lei col fiore nei capelli al braccio del giovane magro dal bianco sorriso. Malattia e fame raggiungono presto le ossa e spengono il sorriso più smagliante. Avrà fatto meditazioni sulla morte, ossa sparse nel deserto, o solo rendersi conto di come un fiore torni polvere. Si può supporre qualsiasi cosa. La fotografia, chisà in quale momento, dovette essere tolta, forse consegnata alla madre, se ne è rimasta in possesso la famiglia. Non fu comunque distrutta. Ancora, finita la guerra, mancavano notizie, trascorsero altri mesi, passò l’estate. La ragazza aveva adottato definitivamente il nero, andava in giro (si pensò) come una vedova. Usciva all’alba nella prima neve, senza coprirsi che il capo, leggera e con le scarpette sfondate. Ricevè tranquilla la notizia che era vivo. Quando lui giunse rifiutò di vederlo. E’ strano, eppure in un certo senso meno difficile, averla conosciuta solo per immagini. Ho infine avuto sotto gli occhi l’ultima, tolta per un giorno dal portafogli del padre. (Non se ne separava mai). L’ultima, tutta in bianco. E’ viva, sembra anzi aver ritrovato la civetteria della gioventù così ostinatamente negletta. Al primo sguardo mi era parsa una figura da film, un personaggio di certi film americani. Dio mi perdoni, una bella monaca. E che cura, che candore, che perfezione in ogni particolare. Bianco perfino il crocefisso che esce in mezzo al petto dal collettone del soggolo. Una morbida stoffa bianca che spiove ben panneggiata. E in testa, sulla benda dritta attraverso la fronte, un, come dire, cappellino, qualcosa d’inamidato e geometrico a quattro spigoli, di foggia esotica. Certi piccoli tocchi da sposa, potrebbero somigliarvi. E’ un abito da nozze, con Dio. Si riconosce la mossa del capo inclinato a sinistra. Non sembra altro di quello che fu in passato. Ma anche si riconosce un’aria di famiglia; la grazia rimasta superficiale e già un po’ vizza sul volto delle sorelle, in lei è maturata. Porta l’impronta di una vita più intensa, possiede un che di compiuto. Le sopracciglia lunghe e scure sotto il filo preciso della benda, lunghi occhi che figurano neri, il naso pronunziato, un vago accenno di sorriso dolce e grave, il mento fermo nel soggolo. E’ matura e giovane. Conserva i lineamenti saldi, una carnagione nitida e liscia. Non viene in mente di domandare a quale data risalga: a ogni modo la sua immagine definitiva. E’ lontana, in India, in un lebbrosario. Non tornerà più. Resterà sempre nel portafogli paterno, con la pelle intatta e pura di ragazza”.

LAUDOMIA BONANNI

(L’Aquila, 1907 – Roma, 2002) è stata scrittrice, magistrato, giornalista e maestra elementare. Scrittrice, prima di libri per l’infanzia poi di narrativa, ha scritto su giornali e su riviste letterarie (importanti i suoi elzeviri). Importante, per la sua attività di scrittrice, l’esperienza come giudice onorario presso il Tribunale per i minorenni. Sempre attenta alle problematiche delle classi più umili e dei disagiati, ha offerto uno spaccato della società contemporanea. La sua prima raccolta di racconti, Il fosso, ebbe nel 1948 il riconoscimento del premio per un inedito di autore inedito, offerto dagli Amici della domenica. Fu amica di Maria e Goffredo Bellonci, di Sibilla Aleramo, di Gianna Manzini, di Antonietta Drago. Il successo di alcune sue opere fu coronato da altri premi prestigiosi (finalista al Campiello e allo Strega, ebbe il Bagutta opera prima). Nel 1960 ottenne il Viareggio con il romanzo L’imputata. Laudomia Bonanni ricevette numerose recensioni elogiative da parte dei più importanti letterati e critici, tra i quali Eugenio Montale, Goffredo Bellonci, Giuseppe De Robertis, Giuseppe Dessì, Enrico Falqui. Alla morte di Valentino Bompiani, suo editore, i suoi libri furono cancellati dai cataloghi della casa editrice, in quanto ritenuti insufficientemente commerciabili. Le sue opere sono reperibili in molte biblioteche, sia italiane sia straniere. La scrittrice aquilana, benché risulti essere stata, fino a vent’anni fa, apprezzata perfino all’estero, come documenta anche la traduzione in francese e in spagnolo dei suoi romanzi, L’imputata (1960) e L’adultera (1965), dopo aver pubblicato nel 1982 Le droghe è caduta nell’oblio, finendo immeritatamente nella serie delle meteore letterarie del ‘900 e solo recentemente è stata riscoperta dalla critica. È stato pubblicato postumo (Textus, L’Aquila, 2003) l’ultimo suo romanzo, La rappresaglia, ambientato nel clima tragico della resistenza abruzzese. Nel 2004 l’editore Textus ha ripubblicato la raccolta di quattro racconti Il fosso, con prefazione di Carlo De Matteis.





Il piacere dell’illusione. 1965 Marcel Marceau all’Aquila.

25 02 2008

 








Nelle foto Marcel Marceu

di AMEDEO ESPOSITO

 

I tempi non sono i migliori:è forse superfluo ricordare come il rinascimento aquilano dell’ultimo dopoguerra ebbe un rintocco solenne come non mai. Musica, teatro, cultura e, perché no, un’oculata politica amministrativa senza contrapposizioni ideologiche, furono gli elementi fondanti di una lunga stagione che pose L’Aquila al centro di un universo europeo irripetibile. Ma proprio irripetibile? Forse no, se tornasse in tutti la volontà di volare alto come allora. E tuttavia quell’universo rappresenta ancora oggi il gran libro che ogni aquilano ed in particolare i giovani rampanti attuali dovrebbero leggere per apprendere come e perché, ad esempio, quelle di Marcel Marceau, il mimo francese più famoso nel mondo, morto nel mese di ottobre scorso all’età di 84 anni, furono lezioni di vita di notevole spessore, come lo furono per tutti gli aquilani quelle dei grandi maestri della musica e del teatro. I quali numerosi, appartenenti al gotha europeo, per scelta e volere di uomini impegnati – quale fu Nino Carloni – nell’elevazione culturale abruzzese, apprezzarono sempre la sensibilità del pubblico aquilano, tanto che, fra gli altri, con particolare interesse e piacere, Arthur Rubinstein accettò d’essere iscritto nell’albo d’oro dei cittadini onorari dell’Aquila. Marcel Marceau (che allora aveva 42 anni) chiamato appunto dalla Società dei Concerti “Barattelli”, introdusse, in questo scenario cittadino, dopo gli importanti successi avuti in Russia, in Scandinavia e in Danimarca, le sue scale immaginarie, i suoi muri creati dal nulla, la levità del suo gesto, cui tanto spesso attribuiva lo spessore della parola. Per illustrare le quali (senza riuscirvi, forse) il cronista cercò di essere esplicito (Il Messaggero dell’Aquila del 25 febbraio 1965), usando il giornalismo di formazione, oggi scelleratamente ritenuto inammissibile. Chi, nell’universo del giornalismo di provincia qual’è il nostro, avrebbe oggi l’ardire di scrivere questa riflessione didattica? “Bisogna spiegare bene a quale eccezionale spettacolo gli aquilani sono chiamati ad assistere la sera di sabato 27 febbraio ore 21, al Teatro comunale, per il recital di Marcel Marceau. Nonostante l’ormai ben nota preparazione culturale del nostro pubblico, è proprio la natura, assolutamente unica dello spettacolo di mimo, ad esigere un complesso di chiarimenti, diretti a dare evidenza ad un avvenimento la cui importanza, per la nostra città, è già nel fatto che L’Aquila è l’unica città di provincia, nella breve tournée italiana, in cui Marceau ha accettato di esibirsi: e ciò appunto per la sua grande fama musicale. A Roma saranno dati oggi e domani (25 e 26 febbraio – n.d.r), da Marceau, due spettacoli consecutivi, presso la Filarmonica”. Il cronista avvertì che il programma eccezionale si sarebbe diviso in due parti: le pantomime di Stile, di sicuro richiamo; e le pantomime di Bip, il personaggio fratello minore di Pierrot creato nel 1947 dallo stesso Mimo al “Théâtre de poche”, che condensavano nel mistero dei gesti il contenuto di autentici poemetti. Il poeta del silenzio e della mimica descrittiva - com’era chiamato – sempre dalle colonne de Il Messaggero dell’Aquila (26.2.1965), dedicò ai suoi ammiratori, con uno scritto autografo, l’apologia del gesto: “Il gesto è il significato dell’azione. Il gesto del Mimo evoca, narra, conclude. Il gesto restituisce la forma, la grandezza, la densità dell’azione, ne evoca la gravità e lo splendore, ne rianima il sentimento. Gesto, nobile, grazioso, magico beffardo, comico tragico. Gesto sovrano, assassino, malefico, gesto divino insignificante. Il gesto è simile all’azione, è la sintesi del movimento e crea l’atteggiamento. Ogni gesto inutile è paragonabile ad una parola vuota, ad una discordanza o ad una nota falsa nel tempo musicale, il gesto oscuro, informe o muto è come il passo traballante o la parola che balbetta. Il gesto non può avere la traccia di un primo disegno come nella pittura, perché deve essere franco, leggibile esprimendosi con stile. L’artista esalta il gesto e lo innalza all’altezza dell’ellisse e del simbolo, ricrea la convinzione, il segno con il quale l’uomo proietta il suo messaggio. Il gesto è il pensiero fatto immagine. Ancora, è l’uomo che giustifica la sua esistenza, che rivela al mondo ed alla natura la sua vitalità, la sua presenza fisica di fronte alla morte ed all’eternità. Il gesto è l’uomo che crea e ricrea, che passa e ripassa, sogna, si agita, combatte, ama e muore senza parlare. Gli onori del trionfo del grande Marceau, fu il titolo di un puntuale intervento , sempre su Il Messaggero, di Gala Grindel, lo pseudonimo di Nino Carloni, al quale Marceau dedicò un significativo suo sogno di Bip, pubblicato successivamente nella pagina 174 dell’annuario dei 40 anni per la musica di Walter Tortoreto. Il Mimo, che del corpo fece l’illustrazione dell’assenza, in una magnifica illusione, subito dopo lo spettacolo, lasciò L’Aquila per trasferirsi direttamente per alcuni anni negli Usa e in Canada. Tornò fra il pubblico aquilano – sempre invitato da Nino Carloni – sei anni più tardi (21.2.’71), in occasione del venticinquennale della Società aquilana dei concerti “Barattelli”. Ripetè il suo Bip, e l’altro mimo Stile che ancora più esaltava la perfezione della forma, secondo il suo sentire: piacere con la grazia, commuovere con il contenuto. Da allora, la concezione nel mondo del mimo si legò alla personalità di Marcel Marceau, mai venuta meno e che mai sarà dimenticata dall’arte dei nostri e dei futuri tempi. La domanda ora è: l’importanza ed il significato del gesto, che racchiude tutto il senso delle parole, ha ancora un qualche riscontro nel teatro aquilano? Pensiamo di rispondere di sì, se solo si considerano le favole (specchio dell’umanità) che Maria Cristina Giambruno racconta o fa raccontare dai suoi personaggi (ai tanti suoi giovani spettatori anche di 90 anni) sulle tavole del teatro dell’Uovo del San Filippo, e non solo. E tutto questo malgrado la decadenza – come scrive Marinella Guatterini, sul Sole 24ore della domenica – del mimo alla Marceau a partire dagli anni Settanta. Purtroppo, dagli anni Ottanta le scuole di mimo dell’Europa e degli Usa: hanno dissipato il mimo classico apollineo e muto… Il mimo oggi è immerso nel teatro dell’attore totale. Ma al San Filippo, dalle mani degne solo di segni esornativi, ci sembra che all’amore per il pubblico si associ anche la ricerca alla Marceau del bello e dell’animo umano. Forse potrebbe non essere totalmente così. Però vuole pensarlo il cronista (che è ormai nel suo “alto pomeriggio del giorno”), di ieri e di oggi, perché ancora vive e non è il solo – il piacere dell’illusione.

 





Maria Cristina, la Giambruno.

25 02 2008






Maria Cristina Giambruno in una foto di Simonetta Caruso

di ALESSIA CENTOFANTI

E dire che da piccola mi intimoriva!!!! Sto parlando di Maria Cristina Giambruno. Proprio così, avevo circa sei anni, frequentavo le elementari alla Dottrina Cristiana. Le suore-maestre ci portavano al Teatro San Filippo a vedere i suoi spettacoli così fantastici, così magici, così pieni di sorprese. Poi, Lei usciva a fine spettacolo, tra i suoi attori e i suoi pupazzi, a ringraziare il pubblico e per spiegare il perché di quel testo, di quelle scene, di quelle musiche. A vederla sul palcoscenico la sua immagine si ingigantiva ancora di più. Anche se eravamo già in piena era tecnologica (correvano gli anni Ottanta), il fantastico faceva pienamente parte della nostra vita di bambini e il computer non era ancora il nostro secondo cervello, la nostra second life. Pertanto, quando scendeva tra noi piccoli spettatori e ci investiva con la sua vitalità ed energia io istintivamente mi ritraevo, intimorita e preoccupata per essere oggetto dell’interesse di quel “gigante” del racconto scenico, che era un’altra cosa da me. Poi…poi (e siamo ormai all’inizio del terzo millennio) ho capito, seguendo proprio Lei come un’ombra, che il racconto scenico non era un’altra cosa da me, ma che io potevo identificarmi, confrontarmi,essere in disaccordo o d’accordo con quanto avveniva lì, su quelle tavole polverose del palcoscenico. E, così, grazie a Lei ho scoperto come quella polvere può rapirti e non abbandonarti più; di come il teatro può aiutarti a crescere e a capire la vita; di come il teatro è vita. Tutto è successo appena finito il liceo, quando ho incontrato di nuovo, a distanza di tempo, Lei e da quel momento la mia vita è cambiata, ma soprattutto io sono cambiata. Continuo così a studiare al conservatorio, intanto ho frequentato con successo il corso di recitazione del Teatro Stabile di Innovazione L’Uovo e, in questa stagione teatrale, ho seguito la gestazione e la realizzazione di due spettacoli dell’Uovo: “Non sparate sul pianista…mi illumino d’immenso” e “Le stanze del vino”. Quale è stato il mio ruolo? Non lo so. Probabilmente un nonruolo, ma credo che non c’è al mondo un non-ruolo più proficuo del mio. Sto imparando tanto da Lei, in termini culturali, interpersonali di ricerca, di studio, di gestualità, di temperamento, di autorevolezza. Sto imparando che un testo non è fatto di sole parole, che un testo teatrale nasconde tutto quello che si disgelerà poi, come per magia, sul palcoscenico. Sto imparando che l’attore, al di là della sua personalità artistica, viene guidato, accompagnato, sostenuto dalla regia e che Lei come regista è decisa, carismatica, ma anche materna,rassicurante come un’amica. Ho capito l’importanza della musica a teatro, di come a volte possa come e meglio di un attore interpretare il testo, sottolineare le emozioni, colpire al cuore. Ho capito che la “prova” è un momento fondante nell’economia complessiva della messa in scena; che è in quel preciso momento che si disvela il racconto con tutti i suoi risvolti, i suoi sentimenti; è in quel momento che lo spettacolo prende forma e sostanza: è un momento di non ritorno verso il sipario che ogni sera si aprirà e chiuderà. Ho capito che la scenografia è un atto di fiducia intellettuale e progettuale dello scenografo verso il regista e viceversa; ho capito quanto le luci siano una parte importante della resa scenica; ho capito che ogni ruolo è nodale, anche quello dell’attrezzista e del macchinista. Ho capito che l’attore ha l’arduo compito di rendere pensieri, sentimenti, idee ed emozioni, attraverso i gesti, la voce, lo sguardo. Patrice Pavis, nel suo dizionario del teatro, definisce l’attore teatrale come colui che “recitando una parte o dando vita a un personaggio, si pone al centro dell’evento teatrale: esso costituisce il legame vivente tra il testo dell’autore, le direttive di recitazione del regista e lo sguardo e l’ascolto dello spettatore”. Grazie a lei mi si è dispiegato davanti un mondo incredibile, ricco di promesse. Mi sento fortunata, so di essere una privilegiata: la mia è stata una grande occasione di crescita, l’inizio di un importante e originale percorso di conoscenza.
Grazie a lei, Maria Cristina, La Giambruno.





Corsi per specialisti dello spettacolo. Ed ecco a voi un bell’attestato di Direttore artistico.

25 02 2008

di ANTONIO MASSENA

Lo scorso mese di ottobre, durante la lettura di alcuni quotidiani locali, la mia attenzione è stata catturata da una notizia che informava di una conferenza stampa dell’Assessore alla Formazione Fernando Fabbiani in merito alla attivazione di corsi di formazione professionale promossi dalla Regione Abruzzo: “Corsi per specialisti dello spettacolo” . Bene! Dopo un po’ di tempo si riprende a pensare alla formazione anche in questo settore strategico, dal punto di vista culturale, artistico e soprattutto lavorativo, troppo spesso dimenticato. Scorro velocemente le righe e giungo finalmente alla citazione delle figure professionali da formare: DIRETTORE ARTISTICO, SCENOGRAFO e DIRETTORE DI PRODUZIONE! Non è possibile. O io ho le traveggole o i giornalisti hanno riportato erroneamente tali figure. Confronto un altro quotidiano e il risultato è identico. A questo punto cerco di risalire alla fonte e consulto l’Ufficio Stampa della Regione tramite l’Agenzia Regione Flash. Ebbene sì signori, i giornalisti presenti alla conferenza stampa avevano riportato correttamente le figure da formare: DIRETTORE ARTISTICO, SCENOGRAFO e DIRETTORE DI PRODUZIONE. Non è possibile! Chi mai ha potuto pensare di realizzare un corso del genere? A chi è venuta in mente questa brillante idea? Certamente qualcuno che non conosce professionalmente il settore dello spettacolo! Eppure i partner che concorrono con la Regione alla realizzazione di tale corso – al di là di alcune agenzie che immagino si occupino di formazione – sono soggetti, enti, istituzioni e scuole che il settore dovrebbero conoscerlo bene. Ma chi è, che cosa fa il DIRETTORE ARTISTICO in un ente di spettacolo? Il Devoto Oli a pag. 433 recita: “la persona cui è affidata la scelta dei programmi in un ente teatrale o musicale” e, ancora, il Gabrielli a pag. 786: “chi si occupa delle scelte artistiche di un teatro o di un ente musicale”, e via dicendo. Ma come, esistono dei Master in Management dello Spettacolo alla Luiss di Roma e alla Bocconi di Milano, della durata minima di due anni, ristretti esclusivamente allo studio dei temi legati all’organizzazione e all’economia e con un corso di formazione professionale della durata di 400 ore si pretende di rilasciare un attestato di specializzazione professionale? Ma lo conosciamo o vogliamo far finta di non conoscere qual è il ruolo di un Direttore Artistico? E’ vero che il corso è riservato a laureati in discipline dello spettacolo o diplomati dell’Accademia di Belle Arti, ma davvero con 400 ore si ha la presunzione di poter rilasciare una simile qualifica? Perché continuare a prendere in giro i giovani illudendoli con simili trovate? Spero si sia trattato di superficialità, o forse ci si è rivolti ad agenzie magari efficienti e preparate nell’organizzazione di altri corsi professionali, ma del tutto digiune delle dinamiche di questo settore. Eppure, ripeto, fra i partner ci sono alcuni enti di spettacolo fra i più conosciuti e blasonati del nostro territorio. E lo SCENOGRAFO? Ma allora a che servono i cinque anni di studi all’Accademia di Belle Arti? E non esiste già in questa regione una scuola con tale specializzazione? O forse gli insegnamenti di tale istituto non sono sufficienti per apprendere le basi della professione dello scenografo? O forse con le 400 ore si insegna quello che in cinque anni non si è in grado di trasmettere? E il DIRETTORE DI PRODUZIONE? “Responsabile della parte organizzativa e finanziaria di una produzione cinematografica” (cfr. Gabrielli pag. 786). Mi sembra che, anche in questo caso, esista una istituzione – emanazione della Regione Abruzzo – che si occupa di ciò. Simili invenzioni possono solo: – creare l’ennesimo corso che non sarà in grado di garantire effettive prospettive di lavoro, ma ulteriori frustrazioni; – disperdere ancora una volta risorse economiche che potrebbero essere impiegate in modo più efficiente; – illudere persone che in questo momento hanno bisogno solo ed esclusivamente di concretezze e certezze. Non sarebbe stato più semplice, dopo una appropriata e corretta selezione attuata attraverso un bando regionale, creare dei percorsi formativi (ovviamente inerenti o il management organizzativo ed economico o alcune qualifiche tecniche) all’interno di quegli enti che da anni lavorano in questo settore e che in tal modo potrebbero fungere da tutor per i giovani da avviare al lavoro attraverso la previsione di incentivi (in parte già esistenti e previsti da altri soggetti pubblici) per l’abbattimento degli oneri assicurativi, previdenziali e sociali per il primo triennio di attività? Ameno che non si stia pensando di rinnovare i direttori artistici degli enti dello spettacolo compartecipanti al progetto di formazione e allora il risvolto sarebbe interessante! Certo è che se avessi 29 anni parteciperei al corso per conquistarmi finalmente il mio bell’attestato di DIRETTORE ARTISTICO!





Una riforma contro la politica assistenziale. La slot machine della cultura.

25 02 2008

di DANIELA SANTRONI – Consigliere regionale di Rifondazione comunista

Interrogarsi sul nesso politica e cultura senza cadere in considerazioni banali e scontate, o peggio in ragionamenti astratti, senza tener conto del reale stato dell’arte, è cosa ardua e difficile. Per questo ritengo il mio contributo alla discussione parziale e imperfetto, prodotto da chi da anni si interroga per ragioni personali e politiche sul ruolo dell’investimento pubblico in cultura. Per esperienza e per studi, posso affermare che scontiamo sia a livello locale che nazionale un ritardo nel considerare la cultura come risorsa ed energia del tessuto sociale e produttivo di una comunità. Troppo spesso gli assessori e i ministri di turno si limitano a gestire l’esistente, senza individuare fini strategici e obiettivi programmatici in grado di dare nuova linfa e vitalità al settore. Gestire le risorse in bilancio pare essere oggi lo scopo prioritario della politica culturale a tutti i livelli, spesso avendone una concezione feudale se non peggio proprietaria. Con un paradosso amo descrivere l’affanno e l’impegno che le varie associazioni (oggi più esperte di progettazione, rendicontazione e bilanci che di linee culturali) impiegano per convicere un assessore della necessità di finanziare un progetto: un gioco d’azzardo dove viene data una moneta (il fatidico appuntamento con l’assessore) ad un giocatore (l’associazione di turno), da inserire nella slot machine (le risorse in bilancio dell’assessorato), sperando (quasi sempre in virtù del caso), che la moneta possa moltiplicarsi. E’ assurdo che tale pratica il più delle volte sia accettata in egual misura dalla politica così come dagli operatori del settore come unica via possibile. La valutazione viene, quindi, demandata alle sensibilità e inclinazioni degli amministratori politici. Questa dimensione relega la politica al ruolo di mero erogatore più o meno discrezionale di contributi e finanziamenti e gli operatori del settore al ruolo subalterno di richiedenti un “posto a tavola”. Senza scomodare clientelismi, privilegi o preferenze, che sono il virus di questa situazione di fatto e che spesso hanno cittadinanza anche dalle nostre parti, è in realtà il sistema in sé che non funziona. Considerare la cultura come “circenses” della vecchia logica “panem et circenses” significa non essere all’altezza dei tempi e sottovalutare e sottodimensionare la portata della risorsa cultura nel sistema Paese. Ridurre la cultura ad “attività di animazione” della vita pubblica di una società è come avere a disposizione un transatlantico per solcare l’oceano e limitarsi a navigare nello stagno con la scialuppa di salvataggio. Come se non bastasse le nostre scialuppe, per cronica mancanza di fondi, oggi iniziano anche ad imbarcare acqua. Metafora a parte, la dimostrazione lampante di tale dinamica ci è data nella nostra regione dai plurimi tentativi di dare contributi a pioggia per poi derubricarli come sostegno alla cultura, a volte persino in buona fede. Purtroppo le responsabilità sono di tutti, nessuno si senta escluso. Certamente la politica fa la sua parte per incapacità, inadeguatezza o posizione di dominio da preservare, ma d’altro canto spesso anche gli stessi operatori del settore difendono tale logica per conservare posizioni conquistate in anni di interlocuzioni, incontri e appuntamenti con i vari amministratori pubblici di turno. Ci vuole una rottura vera che intervenga a rompere gli approdi sicuri di questa vecchia politica assistenziale perpretrata per anni. Una riforma che prioritariamente rimetta al centro il significato e il senso di una vera politica culturale in grado di dare prospettiva e lungo respiro ad una risorsa oggi quanto mai strategica per lo sviluppo di un territorio. Non è di assistenza che hanno bisogno gli operatori, ma di opportunità e occasioni di crescita e di indirizzi strategici chiari e innovativi. Su questa strada due sono le linee di tendenza emergenti: lasciar fare al libero mercato, individuando nella capacità di attirare investimenti privati e di compiacere il pubblico le direttrici sulle quali sviluppare la risorsa cultura, oppure attivare interventi protezionistici di valorizzazione capillare di tutto ciò che “made in house” in un tentativo estremo di fare della difesa delle prerogative di un territorio l’asse strategico su cui basare le politiche del settore. Entrambe le ipotesi celano limiti e opportunità, che ritengo debbano essere colte in maniera laica e senza preconcetti. Ben vengano le attività di found rising e sponsorizzazioni dei privati, così come la valorizzazione delle energie del proprio territorio, se tutto ciò però si inserisce in una cornice almeno regionale di programmazione e monitoraggio dove la direzione di marcia è data dalla politica e la velocità di crociera dagli operatori, altrimenti il rischio è quello di continuare a battere le vecchie strade. Insomma ci vuole più politica e non meno politica. La politica consiste fondamentalmente nella capacità di fare scelte sulla base di principi o convinzioni condivise collettivamente. E’ un agire collettivo di parte, proprio perché le scelte non sono né neutre né individuali. Per questo le scelte nella buona politica non sono mai discrezionali, ma indicano una strada e un cammino da percorrere e non interessi da privilegiare. Bisogna partire dalla conoscenza. Solo osservando e analizzando il settore è possibile mettere in campo le giuste scelte. Per questo, innanzitutto, è necessario realizzare dentro la pubblica amministrazione attività di monitoraggio. In tal senso, un Osservatorio costituisce uno strumento prezioso ed efficace in grado di orientare i processi decisionali della programmazione di politica culturale e di offrire la necessaria informazione e trasparenza verso l’esterno. Ad esempio, in una regione come l’Abruzzo ancora priva di strutture del genere è difficile riuscire anche semplicemente a valutare l’ammontare dell’investimento pubblico nel settore dello spettacolo fatto dalla Regione e dagli Enti Locali come Comuni e Province. Da recenti studi commissionati dall’Assessorato regionale alla Cultura, proprio per colmare tale vuoto, emerge che i finanziamenti (tra Stato, Regione e Province) nel settore dello spettacolo sfiorano i 20 milioni di euro annui. A fronte di un investimento che non può che definirsi di tutto rispetto, a mio avviso, non corrisponde il giusto sviluppo in termini di offerta culturale, occupazione, crescita, innovazione e diversificazione. Insomma, uno dei primi problemi che la politica abruzzese deve affrontare è la riqualificazione della spesa secondo criteri e indirizzi che stimolino da un lato i cittadini a fruire lo spettacolo, dall’altro gli operatori a diversificare l’offerta, promuovere la formazione di nuovo pubblico soprattutto giovane e a valorizzare le competenze e le professionalità acquisite dando nuova dignità al lavoro nello spettacolo. La frammentazione e polverizzazione dei contributi, la mancanza di indirizzo politico, l’assenza di monitoraggio e controllo rende oggi quasi impossibile produrre sinergie positive tra gli enti pubblici e rilanciare un settore vitale per la nostra crescita sociale, culturale ed anche economica. Viviamo nella nostra regione una dimensione di status quo, che alla lunga non può che cristallizzare e deprivare complessivamente il settore impedendo che nuove energie, nuove ricerche e linguaggi e nuovi attori si affermino e che le situazioni già consolidate si ridinamizzino. Insomma bisogna FARE SISTEMA tra gli attori in campo: enti pubblici, operatori del settore, risorse culturali esistenti, cittadini ed anche operatori economici. Per questo la Regione Abruzzo ha inaugurato una impegnativa e “faticosa” stagione di riforme nel segno della partecipazione, della collaborazione e della condivisione con i soggetti in campo per promuovere una nuova legge quadro sulle attività di spettacolo secondo alcune direttrici di fondo: – costituzione dell’Osservatorio regionale; – programmazione culturale triennale; – fondo unico regionale per lo spettacolo; – diversificazione delle modalità di finanziamento (diretto, triennale e annuale) a seconda della solidità e delle capacità degli operatori; – valutazioni dei progetti culturali in base ad indicatori oggettivi; – valorizzazione e rispetto del lavoro nel campo dello spettacolo; – sostegno all’innovazione, alla ricerca e alla sperimentazione con un’attenzione particolare verso le nuove generazioni; – incentivi all’interdisciplinareità, alla multimedialità e allo sviluppo di reti e consorzi; – promozione di accordi e convenzioni con Province e Comuni; – agevolazioni e facilitazioni per l’accesso al credito e l’investimento infrastrutturale. Mi auguro che questa nuova legge, che ha visto impegnati l’Assessorato, un gruppo di lavoro composto da tecnici e consiglieri regionali di cui faccio parte, gli enti locali, tutti gli operatori dello spettacolo sul territorio, per oltre un anno e mezzo, possa vedere la luce entro il 2007 e segnare quel passo in avanti innovativo e dinamico per costruire il Sistema Spettacolo in Abruzzo.





Quale vocazione per L’Aquila? Le stagioni della cultura. Intervista ad Anna Maria Ximenes

25 02 2008








Nella foto Anna Maria Ximenes

di GIADA CENTOFANTI

Attualmente c’è scarsa fiducia verso la politica e i politici, soprattutto da parte dei giovani: come donna da sempre impegnata nell’ambito culturale e oggi da donna impegnata nell’amministrazione attiva, come pensa si possa ricostruire un rapporto fiduciario, soprattutto con le giovani generazioni?
Lo scollamento tra la classe politica e la società civile è ormai un fatto innegabile, che viene sottolineato quotidianamente anche dai mezzi di informazione. Certamente negli ultimi anni la politica è caduta preda della propria autoreferenzialità, dimostrando grandi lacune nella capacità di intercettare le reali esigenze dei cittadini e dei giovani in particolare. È venuta meno quindi la vocazione primaria che ogni politico dovrebbe avere come riferimento: è venuta meno la passione, che rappresenta la ‘molla’ capace di attrarre le giovani generazioni, animate dalla voglia di cambiare e di proporre nuove idee. È evidente quindi che, a fronte di questo panorama, la risposta non può che risiedere in un profondo cambiamento della politica. Ma continuare ad appellarsi ad un generico mutamento di prospettiva significa a volte ripetere delle formule vuote. E anche la riduzione dei costi della politica (una strada da perseguire senza esitazioni) non può essere la sola risposta, con il rischio di divenire una bandiera che viene sventolata in maniera strumentale. Personalmente, ho sempre creduto nella concretezza del lavoro e nel raggiungimento degli obiettivi. Solo attraverso degli atti concreti è possibile dimostrare un cambiamento di tendenza, dando delle risposte anche a quei movimenti di protesta che nascono da forti spinte emotive (penso ai girotondi di alcuni anni fa e al movimento di Grillo, ad esempio). Scardinare un modello ormai dominante – che vede spesso anche i giovani adeguarsi alla ‘brutta politica’ – significherà dare nuova linfa alla classe dirigente e inglobare forze nuove, che spesso possono provenire dall’associazionismo e dal volontariato, forme di partecipazione che incidono profondamente – e in positivo – sulla politica. Ogni giorno vedo in Consiglio Comunale giovani che hanno voluto mettersi alla prova e che hanno come obiettivo quello di riavvicinarsi ai cittadini e in particolare ai loro coetanei. Lavoro con grande piacere con questi ragazzi e penso che la loro voglia di cambiamento sia una risposta che deve essere in tutti i modi agevolata dai politici di maggiore esperienza.
Nella nostra città l’aspetto culturale ha contato e continua ancora a contare molto dal punto di vista progettuale e produttivo. Secondo Lei la cultura può avere un ruolo determinante per riportare L’Aquila e il suo territorio al centro del sistema-Abruzzo? E ancora: il suo Assessorato in che modo intende sostenere e ridare speranza a tutte quelle istituzioni culturali che, tra mille difficoltà, continuano a portare avanti idee e progetti?
Sono molto convinta della vocazione culturale della nostra città. Il progetto ‘Le Stagioni della Cultura’ nasce proprio dalla volontà di riportare la cultura alla sua funzione morale primaria, quale fattore di emancipazione della coscienza individuale. Lo sforzo per ridare slancio e vita al settore culturale deve essere certamente congiunto tra tutte le Istituzioni locali, e con l’interessamento particolare della Regione Abruzzo e del Governo centrale. Se è vero che ogni territorio deve seguire ed agevolare la sua vocazione, L’Aquila deve proseguire nel solco della sua tradizione culturale. Una tradizione che non va identificata nella ormai obsoleta visione di Istituzioni dipendenti esclusivamente dai finanziamenti pubblici, ma che si è rinnovata nel tempo dando vita ad una vera e propria industria, che dà oggi lavoro nel nostro territorio a centinaia di persone. Tutto questo contribuisce a formare i nostri giovani, a far circolare idee, a creare professionalità, a dare vita a eventi e iniziative che rappresentano una crescita continua per i cittadini. Puntare sul patrimonio consolidatosi nel tempo, sull’eccellenza e sulle competenze già esistenti in città ma anche sulle nuove iniziative di spessore significherà aprire le porte dell’Aquila, caratterizzandola per le iniziative di alto livello, nella consapevolezza del forte legame tra lo sviluppo del settore culturale e quello del settore turistico. Un esempio di questo connubio è rappresentato dalle Film Commission, realtà capaci di creare cultura, occupazione, indotto economico e ritorno di immagine per il territorio. Molte sono le regioni (a partire dal Piemonte, che ne ha fatto un vero e proprio cavallo di battaglia, fino al recente esempio della Puglia) che si sono dotate di strumenti legislativi e che hanno agevolato lo sviluppo di queste realtà. L’Abruzzo Film Commission è un’occasione importante per tutta la regione e L’Aquila – che ne è stata promotrice grazie al Comune e alle Istituzioni Culturali che l’hanno fondata – deve essere oggi il fulcro di un lavoro continuo, mirato a convogliare in città set cinematografici e televisivi. Si tratta davvero di miopia politica non valorizzare una realtà che – con le poche risorse a sua disposizione – è apparsa in un recente articolo della Repubblica come una delle Film Commission più attive dell’intero territorio nazionale. Aquesto proposito la conferenza dei capigruppo al comune su proposta di Enzo Lombardi sta preparando una legge di iniziativa popolare. Più in generale l’impegno nel settore culturale è quello di riprendere il cammino su strade spesso abbandonate in passato, per ridare il posto che compete loro alle diverse forme di arte e cultura (penso anche all’arte figurativa) che nascono nel nostro territorio. Mi sembra importante questo: che la politica si impegni per conquistare maggiore costanza nel perseguire obiettivi già individuati in passato; che non ci si ritrovi più con progetti validi abbandonati a metà dell’opera, per mancanza di impegno o peggio per logiche di ‘veti incrociati’ o di ‘boicottaggi’ che impediscono lo sviluppo.
Lei ha due deleghe molto importanti, il Bilancio e la Cultura: perché questa scelta da parte del sindaco? E inoltre, soprattutto in tema di bilancio, da prima delle elezioni comunali si parlava di un deficit importante e per certi versi condizionante per la nuova amministrazione: Lei come si sta attrezzando per affrontare questa emergenza finanziaria?
I due incarichi sono certamente importanti e di grande responsabilità. Con impegno sto cercando di assolvere il compito che mi è stato dato dal Sindaco, per una sua scelta che immagino abbia alla base i tanti progetti condivisi nel tempo, realizzati a costo di sacrifici ma sempre con grande passione. Per quanto riguarda il bilancio, non possiamo nasconderci la gravità della condizione finanziaria attuale. Il comune, negli anni, ha accumulato una serie di debiti; dall’analisi della situazione è emerso in particolare come non ci sia stato un rapporto di fiducia né sufficiente controllo sulle aziende fornitrici di servizi. Il budget delle municipalizzate è andato così fuori controllo e oggi il comune si trova nella necessità di ripristinare il rapporto di fiducia con queste aziende, nonché di ottenere servizi migliori. La direzione in cui si sta muovendo il nostro Sindaco è appunto quella di ridurre il numero delle aziende, di ristrutturarle, eliminando Consigli di Amministrazione inutili e lavorando per il bene della città, che merita servizi adeguati. È un cammino difficile, che presuppone coraggio e determinazione, ma che il Comune deve percorrere se davvero vuole avviare una politica di sviluppo, razionalizzando le spese e cercando nuove risorse, anche da altri Enti (a questo proposito voglio sottolineare che L’Aquila è stata la città che ha ricevuto meno dalla Regione per quest’anno) e dalla Comunità Europea. È poi necessaria una maggiore efficienza degli uffici comunali, affinché istruiscano le pratiche nei tempi giusti ed in maniera adeguata. Occorre quindi un deciso salto di qualità sia a livello politico che amministrativo, per far fronte a questa situazione finanziaria e sviluppare la città.
Non si può a questo punto non affrontare il discorso Perdonanza, uno degli eventi immagine dell’Aquila. L’edizione di quest’anno ha indubbiamente rappresentato uno sforzo significativo per la nuova amministrazione, ma per il futuro come pensa che debba essere riprogettato l’evento?
Quest’anno la Perdonanza è stata organizzata secondo la linea già predisposta dal Comitato Perdonanza precedentemente all’insediamento della nuova giunta, cercando nello stesso tempo di razionalizzare le spese e dare un’immagine più lineare e chiara della manifestazione. Certamente si è trattato di un’edizione ‘di passaggio’ verso un nuovo “Progetto Perdonanza”, che rientra negli obiettivi culturali contenuti nel programma del Comune. Quello di cui bisogna purtroppo prendere atto è che la Perdonanza non è riuscita fino ad oggi, in un numero considerevole di edizioni a partire dagli anni Ottanta, a varcare i confini dell’Abruzzo per ottenere una reale risonanza a livello nazionale, se non per alcune singole iniziative. È evidente quindi che va cercata oggi una nuova formula culturale e nuovi contenuti; nello stesso tempo l’aspetto più tradizionale (a partire dalla presenza del corteo), molto amato dai cittadini, non va penalizzato, ma deve essere gestito in maniera dignitosa e senza sprechi. L’esperienza di quest’anno mi ha già dato molte suggestioni per la Perdonanza 2008; ho intenzione quindi di avviare un confronto di idee, di verificare le mie ipotesi con intellettuali e persone di spessore della nostra città per avere da loro dei contributi interessanti da condividere con il Sindaco e con il comitato per arrivare velocemente, entro aprile, ad un programma più compatto ed omogeneo, che punti sull’eccellenza.