

Laudomia Bonanni e le copertine di alcuni dei suoi libri
Appena uscito per l’Edizione Tracce, “Laudomia Bonanni, Elzeviri”, curato da Anna Maria Giancarli, ha il pregio di offrire una lettura partecipata dei bellissimi scritti dell’autrice aquilana, pubblicati da “Il Giornale d’Italia” tra il 1960 e il 1965. Partecipata, perché i suggerimenti per la lettura proposti dalla Giancarli – che introducono le quattro sezioni (Elzeviri sull’Aquila, Elzeviri sui luoghi, Elzeviri su personaggi, Taccuino televisivo) che raccolgono i componimenti – non sono altro che una condivisione intellettuale e umana, una sorta di identificazione subliminata con il sentire della Bonanni. E’ come se la sensibilità della Giancarli fosse entrata in sinergia con quella dell’autrice, come se le due intellettualità si fossero compenetrate così bene da rendere le annotazioni dell’una un naturale complemento degli elzeviri dell’altra. La lettura che propone la Giancarli non stona, non stride rispetto agli elzeviri, che rispetta, accompagna, coccola, rendendo il libro un insieme di grande qualità. Ne viene fuori un racconto unico, suggestivo, interessante e anche avvincente, dove gli elzeviri pur nella loro unicità rivestono l’importanza del romanzo. La Giancarli suggerisce: “Laudomia scrive, quindi vive. Alla scrittura attribuisce la vera possibilità di ascoltare e decodificare il reale che, a sua volta, esiste proprio in quanto viene scritto, fissato, catturato allo scorrere del tempo. E, sempre attraverso la parola, il suo universo interiore si pone in relazione agli altri, soprattutto agli invisibili, agli umili, dei quali testimonia il dolore e la sofferta esistenza. Invisibili, di vetro, per la Bonanni sono particolarmente le donne”. Ed ancora: “La sua penna implacabile registra il vero, disegna l’esistente con scioltezza e dinamicità, nonostante la densità della materia. Si resta, allora, colpiti dall’efficacia delle sue descrizioni, dalla sua abilità nel tessere intrecci intriganti, dai suoi piccoli capolavori di ritrattistica, dai suoi giochi d’ironia che tendono a dissimulare lo sconcerto senza rinunciare alla condivisione. Tra l’altro una scrittura che non intende commuovere, aspra e petrosa nel suo limpido manifestarsi, innovativa col suo ricorso al gergo popolare e ai frequenti neologismi”. “Da questi elzevire – aggiunge – appare evidente che l’impegno in lei, sia frutto di nobile partecipazione umana, e non di volontà di denuncia o di qualsivoglia appartenenza. V’è in essi la dolente consapevolezza dell’ineluttabile dolore della condizione esistenziale che, secondo lei, può essere appena mitigato da qualche ideologia o fede religiosa”. A questo punto non possiamo non proporre uno dei componimenti raccolti dalla Giancarli nel suo libro, che ha potuto realizzare grazie alla disponibilità del giornalista Gianfranco Colacito, nipote della scrittrice aquilana, che ha messo a disposizione il materiale in suo possesso. E’ questo il modo migliore per entrare nel mondo della Bonanni, in quel mondo che rappresenta la nostra storia, la storia del nostro Paese, la memoria che ci fa essere quelli che siamo oggi.
Album di famiglia, da Il Giornale d’Italia 11-12 settembre 1961: “L’album si trovava su un’angoliera del salotto, a portata di mano. Uno dei soliti, rilegati in finta pelle, con le pagine di cartoncino scuro, in cui qualcuno della casa aveva raccolto le fotografie di famiglia. Sono sempre curiosi da guardare, questi album. Cominciava da gialli dagherrotipi, gruppi all’impiedi di uomini baffuti e donne in vesti e pettinature molto gonfie e complicate. Anche i bambinetti nudi sulla pelle d’orso appartengono a un’epoca: ce n’erano un paio di esemplari. Arrivava dove generalmente sono restati fermi questi cimeli di famiglia: a giovinetti in abiti anteguerra (di spalla alta bene imbottita). Oggi gli adulti si sentono troppo vecchi per raccogliere fotografie e la gioventù ha altri gusti, la passione per altre macchine. Scoprii in quell’album la ragazza, durante un’estate in montagna. Non ebbi occasione di vederla, c’erano in casa gli anziani, i giovani erano al mare. Nei momenti d’ozio, tornavano a sfogliare le pagine di cartoncino, rintracciando le fisionomie dai piccoli ai grandi. Cominciavo a metà, coi bambini, anzi le bambine, sapevo che erano quattro figlie. Una quantità di istantanee inesperte e amorose, già un po’ stinte: le piccine in fasce, al bagno nei primi grembiulini, con la scodella della pappa davanti, col gatto, con la bambola, in pianto o in riso. Intercalate vecchie zie rigide, nonni severi verso l’obiettivo, i due sposi giovani, la madre fresca con le bambine. Sembravano tutte uguali, tutte con gli stessi riccioletti lievi che in seguito si sfanno, le guance paffute, gli occhi attoniti. La stessa mano aveva ritratto e raccolto (era il padre) durante il breve tempo che i figli sono piccoli. Poi nell’abum, senza metodo e senza continuità, appiccicate storte o messe dentro a mazzetti, in disordine, le fotografie portate a casa dalle ragazze: gruppi di collegio, di scuola, di gite, a coppia, con l’amica del cuore, mezzibusti formato tessera, pose in cartolina. Ancora si somigliavano, era difficile distinguerle, tutte graziose e ricciolute della stessa permanente prolissa di moda allora. Riconoscibile sempre quella in calzoni. Calzoni da sci, la tenuta che si adotta d’inverno in montagna. Capitava di dover raggiungere la stazione in slittino. C’erano le istantanee sullo slittino. E sugli sci, o con le racchette piantate nella neve e gli sci tenuti dritti nel braccio. In altre padre e figlia, gli sci in braccio al padre. (Lui esercitava in paese la professione). Talvolta andavano insieme in qualche casolare isolato della condotta: ed ecco sfondi di pietrame, muricce, polli, un maialetto. Apparivano molto legati, padre e figlia, e la ragazza diversa dalle sorelle, non soltanto per quella montura in calzoni e maglione dentro cui si perdevano le forme. Era un’idea che veniva a sfogliare l’album. A lei non si vedevano i capelli, racchiusi in fasce di lana o berretti. Teneva la testa un po’ inclinata a sinistra. Col fidanzato l’ho vista solo dopo, dopo anni, quando erano state tolte dall’album tutte le immagini di Maria in pantaloni. Tolte senza sostituire, lasciando i vuoti. Non si chiamava Maria e non è il caso di usare qui il vero nome, si chiama Maria adesso, lo sanno pochi. Questa fotografia, nitida in cartolina, mi è stata mostrata con riluttanza e quasi in segreto. L’unica in sottane. Era già fra le altre, allora non me ne accorsi, l’avrò scambiata per una delle sorelle. Si somigliavano da ragazze come da bimbe, Maria la più graziosa. Nella foto è al braccio di un giovane magro dal sorriso smagliante, essa in vesti femminili. Vestita con semplicità, una gonna dritta e un maglioncino leggero che delinea il seno piccolo, tutta piccola e delicata, gambe snelle e piedini. Ha i capelli raccolti in su, un fiore vicino all’orecchio. Assai femminile il viso d’epressione dolce, fresco e sodo come un frutto, si immagina la pelle liscia sana pura, una ragazza sportiva di montagna. Il capo sempre inclinato a sinistra. Avrei dovuto ravvisarla a quell’inclinazione, guardando l’album. Era stato prima della guerra. Non che sia trascorso un tempo immemorabile – benchè sembri cambiato il mondo – ma tanto da trasformare le ragazze in donne e riempire i nuovi album di bambini. O magari non usa più. Gli album, s’intende, in quanto ai bambini il mondo non è cambiato affatto. Tre delle regazze si sono sposate e i loro figli crescono. Perché dopo ci conoscemmo. Ho constatato come si somigliassero anche da adulte, gli occhi di un intenso azzurro, lineamenti regolari, graziosi, carnagione chiara. Lei dicono era bella. Quando si parlò di Maria il padre non fu presente. Se ne parlava col tono cauto reverenziale delle grandi sventure, o delle glorie il cui prezzo è stato troppo alto. Non riuscivo nemmeno a capire se fosse morta o viva. E la storia mi parve una comune storia d’amore. Il fidanzato che va in guerra, gli anni che passano nell’attesa. Certo, furono sei anni, una separazione quasi eterna. Cinque di prigione in Africa. Poche notizie, tanto da saperlo ammalato, e più nulla. La ragazza era tornata al paese, s’era rinchiusa e intristiva. Brevi uscite all’alba, sfangando nella neve con gli sarponi per raggiungere la chiesa. Usava il velo nero delle anziane e aveva smesso i calzoni. Dentro il libro delle preghiere teneva quella foto, lei col fiore nei capelli al braccio del giovane magro dal bianco sorriso. Malattia e fame raggiungono presto le ossa e spengono il sorriso più smagliante. Avrà fatto meditazioni sulla morte, ossa sparse nel deserto, o solo rendersi conto di come un fiore torni polvere. Si può supporre qualsiasi cosa. La fotografia, chisà in quale momento, dovette essere tolta, forse consegnata alla madre, se ne è rimasta in possesso la famiglia. Non fu comunque distrutta. Ancora, finita la guerra, mancavano notizie, trascorsero altri mesi, passò l’estate. La ragazza aveva adottato definitivamente il nero, andava in giro (si pensò) come una vedova. Usciva all’alba nella prima neve, senza coprirsi che il capo, leggera e con le scarpette sfondate. Ricevè tranquilla la notizia che era vivo. Quando lui giunse rifiutò di vederlo. E’ strano, eppure in un certo senso meno difficile, averla conosciuta solo per immagini. Ho infine avuto sotto gli occhi l’ultima, tolta per un giorno dal portafogli del padre. (Non se ne separava mai). L’ultima, tutta in bianco. E’ viva, sembra anzi aver ritrovato la civetteria della gioventù così ostinatamente negletta. Al primo sguardo mi era parsa una figura da film, un personaggio di certi film americani. Dio mi perdoni, una bella monaca. E che cura, che candore, che perfezione in ogni particolare. Bianco perfino il crocefisso che esce in mezzo al petto dal collettone del soggolo. Una morbida stoffa bianca che spiove ben panneggiata. E in testa, sulla benda dritta attraverso la fronte, un, come dire, cappellino, qualcosa d’inamidato e geometrico a quattro spigoli, di foggia esotica. Certi piccoli tocchi da sposa, potrebbero somigliarvi. E’ un abito da nozze, con Dio. Si riconosce la mossa del capo inclinato a sinistra. Non sembra altro di quello che fu in passato. Ma anche si riconosce un’aria di famiglia; la grazia rimasta superficiale e già un po’ vizza sul volto delle sorelle, in lei è maturata. Porta l’impronta di una vita più intensa, possiede un che di compiuto. Le sopracciglia lunghe e scure sotto il filo preciso della benda, lunghi occhi che figurano neri, il naso pronunziato, un vago accenno di sorriso dolce e grave, il mento fermo nel soggolo. E’ matura e giovane. Conserva i lineamenti saldi, una carnagione nitida e liscia. Non viene in mente di domandare a quale data risalga: a ogni modo la sua immagine definitiva. E’ lontana, in India, in un lebbrosario. Non tornerà più. Resterà sempre nel portafogli paterno, con la pelle intatta e pura di ragazza”.

LAUDOMIA BONANNI
(L’Aquila, 1907 – Roma, 2002) è stata scrittrice, magistrato, giornalista e maestra elementare. Scrittrice, prima di libri per l’infanzia poi di narrativa, ha scritto su giornali e su riviste letterarie (importanti i suoi elzeviri). Importante, per la sua attività di scrittrice, l’esperienza come giudice onorario presso il Tribunale per i minorenni. Sempre attenta alle problematiche delle classi più umili e dei disagiati, ha offerto uno spaccato della società contemporanea. La sua prima raccolta di racconti, Il fosso, ebbe nel 1948 il riconoscimento del premio per un inedito di autore inedito, offerto dagli Amici della domenica. Fu amica di Maria e Goffredo Bellonci, di Sibilla Aleramo, di Gianna Manzini, di Antonietta Drago. Il successo di alcune sue opere fu coronato da altri premi prestigiosi (finalista al Campiello e allo Strega, ebbe il Bagutta opera prima). Nel 1960 ottenne il Viareggio con il romanzo L’imputata. Laudomia Bonanni ricevette numerose recensioni elogiative da parte dei più importanti letterati e critici, tra i quali Eugenio Montale, Goffredo Bellonci, Giuseppe De Robertis, Giuseppe Dessì, Enrico Falqui. Alla morte di Valentino Bompiani, suo editore, i suoi libri furono cancellati dai cataloghi della casa editrice, in quanto ritenuti insufficientemente commerciabili. Le sue opere sono reperibili in molte biblioteche, sia italiane sia straniere. La scrittrice aquilana, benché risulti essere stata, fino a vent’anni fa, apprezzata perfino all’estero, come documenta anche la traduzione in francese e in spagnolo dei suoi romanzi, L’imputata (1960) e L’adultera (1965), dopo aver pubblicato nel 1982 Le droghe è caduta nell’oblio, finendo immeritatamente nella serie delle meteore letterarie del ‘900 e solo recentemente è stata riscoperta dalla critica. È stato pubblicato postumo (Textus, L’Aquila, 2003) l’ultimo suo romanzo, La rappresaglia, ambientato nel clima tragico della resistenza abruzzese. Nel 2004 l’editore Textus ha ripubblicato la raccolta di quattro racconti Il fosso, con prefazione di Carlo De Matteis.