Nelle foto Giovanni Allevi.
di MAURIZIO IORIO
Che Giovanni Allevi, 38 anni, pianista, sia il fenomeno musicale del momento, è fuor di dubbio. Non solo per il fatto che lui sia un talento naturale, di quelli che nascono sempre più raramente e che andrebbero conservati sotto naftalina, ma soprattutto per il seguito popolare che s’è creato dal nulla, lievitando di giorno in giorno, grazie ad un passa parola sotterraneo, tanto discreto quanto efficace. E così questo stralunato ragazzone marchigiano trapiantato a Milano, laureato in filosofia, fa ancora fatica a realizzare di avere il seguito di una rockstar, che le ragazzine lo guardino adoranti neanche fosse Brad Pitt, e che i media abbiano cominciato ad interessarsi a quello che, per l’appunto, viene definito un fenomeno (“il Mozart del 2000”, “il Keith Jarrett Italiano”). Lui con molta umiltà si schermisce e ammette di esserne proprio meravigliato, ma che forse questa variopinta umanità di giovani, che ormai lo ha eletto a proprio guru, una sua logica ce l’ha. Insomma, non è una moda. “Io credo che i ragazzi siano alla ricerca di qualcosa di diverso, ma condelle radici profonde e che nella mia musica trovino l’eco di un passato classico e glorioso che ritorna nell’attualità e nella contemporaneità. Per quanto mi riguarda a prezzo di enormi sacrifici, però con la soddisfazione di vedere una nuova generazione mettersi sulla mia lunghezza d’onda. I giovani, che sono universalmente riconosciuti come degli imbranati, delle persone fragili nelle mani delle oscure forze del marketing, invece sono capaci di elaborare dei pensieri di una poeticità e di una bellezza disarmante. E’ una loro rivincita, perché alla fine io sono solo un pretesto”, dice Allevi, seduto al tavolino di un anonimo bar romano, alla fine di una giornata massacrante. Due dirette da Maurizio Costanzo e poi la presentazione alla libreria Feltrinelli del suo nuovo album dal vivo, il doppio “Allevilive”, 45 minuti di musica ed aneddotica, e poi un’ora ed un quarto a firmare autografi e distribuire baci e strette di mano. Tutti disciplinatamente in fila, neanche dispensasse l’eucarestia.
Il tuo aneddoto più famoso è che all’esame di ammissione al conservatorio uno dei commissari ha detto: “Questo qui o ha copiato, o è la reincarnazione di Brahms”. Hai una quantità di aneddoti da raccontare che neanche Fantozzi…
Non sono aneddoti, sono delle cose che se non ci fosse stato questo successo non si sarebbero sapute e che possono accadere a qualunque studente di conservatorio.
Tu hai una grande capacità di stare sul palco, riesci ad entrare in forte sintonia con il tuo pubblico, verso il quale hai sempre un atteggiamento di grande meraviglia, come se non riuscissi a capacitarti che la gente è lì per vedere proprio te.
La consapevolezza del rapporto con il pubblico ancora non c’è, e spero che non ci sarà mai. La consapevolezza si limita solo alla musica. Il resto è una conseguenza, il successo e l’approccio con la gente sono cose piacevolissime, ma allo stesso tempo inspiegabili. Tanto che molte persone mi dicono che sul palco sembro un pesce fuori dall’acqua e che loro stanno lì ad ascoltarmi senza riuscire a spiegarsi come sia possibile che io sembri completamente estraneo a quella situazione, ma al tempo stesso estremamente a mio agio. Anche perché ai miei concerti non mi sarei certo aspettato folle oceaniche.
Esiste un fenomeno Allevi?
Non lo so, ma la parola fenomeno mi fa paura.
Una volta hai detto che tu non fai niente per creare la tua musica, che ti arriva da sola. Ti senti un tramite, lo strumento di qualcuno?
No, sarebbe presuntuoso. Io sono un miracolato dalla musica, che viene a trovarmi già perfettamente strutturata ed anche fortunato, perchè la gente si mette sulla mia lunghezza d’onda, e questo poteva non accadere. Io presento una musica totalmente originale che ancora non fa parte del patrimonio collettivo, e per questo lo sforzo di immedesimazione è ancora più grande.
Tu hai studiato in conservatorio, ma sei l’antitesi del musicista paludato.
No, io sono il conservatorio, ho vissuto tanti anni della mia vita lì dentro. Quello che sta accadendo adesso non sarebbe successo se non ci fosse stato uno studio profondo e serio. I ragazzi mi apprezzano perché loro sono studenti, ed hanno stima di chi ha faticato tanto per arrivare dov’è arrivato. Io non incarno il mito del ribelle che se ne infischia dell’accademia.
Quanto della tua musica è frutto dell’arte e quanto del lavoro?
La stessa percentuale di cuore e cervello, che nella musica classica è 50 e 50. La applicazione intellettuale e fisica attraverso il linguaggio scritto permette di dare una forma finita alla creatività.
Vivi ancora senza pianoforte?
Sì, ma non è così strano. Agli studenti di composizione al secondo e terzo anno viene tolto lo strumento per abituarli a scrivere musica solamente con la testa.
Ma per suonare non serve anche l’esercizio fisico?
Quello l’ho raggiunto attraverso un procedimento di concentrazione, riesco a suonare la mia musica così perché è la mia.
Come mai un live?
Sono tante le motivazioni, in primis la ricorrenza dei dieci anni di attività discografica. E poi è un album che è nato dalle registrazioni di tre concerti del “Joy tour” (quello di quest’anno, ndr), e siccome il pubblico mi chiedeva anche brani più vecchi, allora ecco che è diventato una sorta di antologia, ma anche una testimonianza di questo momento magico che per me è un’esperienza clamorosa: 120 concerti, dalla Cina agli Stati Uniti, dal Canada ai Balcani, il Nord Europa, Mosca, tutta l’Italia, sempre sold out.
Quando sei tornato dalla Cina due anni fa t’è venuta una botta di panico ed hai scritto “Joy”. Se l’effetto è questo ben vengano…
E’ successo anche adesso, ma ora ho capito il meccanismo. Dopo 3 mesi di concerti tutti i giorni, dal primo al dieci ottobre mi sono fermato e regolarmente alle 21,30 mi saliva l’adrenalina, il mio corpo era convinto di stare sul palco. Al quarto giorno mi sono venuti gli attacchi di panico. Così ho capito che sono condannato.
Sei stato catapultato di botto dentro un meccanismo infernale. Qual’è stato l’impatto?
È stato un effetto graduale. Dal 2004, dai primi concerti in Cina, è stata una crescita regolare, adesso so che ci devo convivere.
Il regista Spike Lee ha scelto un tuo brano per sonorizzare lo spot pubblicitario della BMW. Se ti chiedessero di scrivere colonne sonore?
Ne ho fatta una un anno e mezzo fa, ma la cosa non mi entusiasma, non mi piace che la mia musica faccia da colonna sonora a qualcos’altro. Dev’essere la protagonista assoluta. Però sono un essere umano che deve sopravvivere, e quindi magari succederà che un giorno per motivi di lavoro accetterò di scriverne. Pensa invece che bello sonorizzare un vuoto. Con la sola musica posso esprimermi meglio, non devo coordinarmi con delle immagini.
![]()
GIOVANNI ALLEVI racconta le sue passioni extramusicali
LIBRI: “Sono un lettore accanito: leggo però appena una pagina al giorno, perché mi soffermo per delle ore a meditare su ogni singola frase. Il mio autore preferito è il brasiliano Coelho: ho letto tutti i suoi libri (naturalmente una pagina al giorno…) e quello che mi emoziona di più è Veronica decide di morire, in particolare la descrizione di lei che suona il pianoforte davanti a un malato di un ospedale psichiatrico”.
FUMETTI: “Mi avvincono le storie di Dylan Dog, l’indagatore dell’incubo, perché narrano vicende torbide e a volte incomprensibili che però rivelano sempre una grande umanità di fondo. Dylan Dog ti suggerisce di non fermarti mai alle apparenze”.
PSICOLOGIA: “Mi appassiona soprattutto il linguaggio del corpo, perché rivela lo stato d’animo e le reali intenzioni di una persona”.
NATURA: “Mi piace il contatto con la natura: camminare in un prato ha la forza di farmi dimenticare qualsiasi ansia. Mi piace respirare l’aria densa del profumo dei fiori: adoro il petalo carnoso della Magnolia e l’odore inebriante del Tiglio. La Natura mi stupisce ogni volta che, incurante delle vicende umane, ciclicamente rinnova la sua bellezza”.
ANIMALI: “L’animale che amo di più è il gatto, così bello ed elegante. Il mio primo gatto si chiamava Bemolle, che mi divertivo a far passeggiare sulla tastiera del pianoforte. Ora invece mi fa compagnia Maciste, un gamberetto dentro a un minuscolo ecosistema progettato dalla NASA”.
FILOSOFIA: “Il mio filosofo preferito è Kant: il suo rigore formale si unisce ad una grande emozione…come nella musica di Bach”.
FRA RITUALE E MANIA…
Prima di ogni concerto mangio sempre una fetta di torta al cioccolato.
Prima di iniziare a suonare in un concerto accarezzo la tastiera del pianoforte e gli sussurro di fare il bravo.
Quando sono a Milano faccio sempre gli stessi percorsi, anche se allungo la strada per raggiungere un posto in realtà vicinissimo.
Quando faccio la spesa compro sempre le stesse cose: un anno ho mangiato pasta con il tonno tutti i giorni.
Al bar prendo sempre cappuccino e brioche; poi scrivo sul tovagliolo di carta i nomi delle persone incontrate durante il giorno e li trasformo in melodie musicali che, prima o poi, finiscono nelle mie composizioni.
Ciclicamente scelgo un giorno a caso e lo dedico completamente a qualcosa: ad annusare, a telefonare alle persone senza motivo, a regalare sorrisi.
Due giorni prima del concerto vado in piscina e, nuotando lentamente sott’acqua, ripasso nella mente ogni nota, ogni movimento delle dita.

