di ERRICO CENTOFANTI
La meta era Epidauro, ma l’Argolide, dove la pioggia è quasi un’Araba Fenice, ce la stava mettendo tutta per ostacolarci, smentendo la sua malafama di terra riarsa. C’era già capitato, anni prima, ai piedi del tempio funerario della regina Hatshepsut, a Deir el-Bahari, nel deserto che fiancheggia la riva occidentale del Nilo, a due passi da Luxor e dalla Valle dei Re, d’infradiciarci sotto la prima pioggia che si rovesciava lí dopo piú di mezzo secolo. Cominciavamo a pensare d’essere proprio noi i destinatari e i portatori d’una sorta di stregonesca maledizione pluviale e ci sentivamo come Menelao nell’Elena di Euripide: «Posidone, signore degli oceani, e voi caste figlie di Nereo, concedeteci di raggiungere Nauplia, fateci uscire salvi me e mia moglie da questo paese». Avevamo lasciato Micene che pareva un Ottobre scozzese, ma Nauplia era solo un po’ meno bagnata. Tuttavia, l’indomani le nubi s’erano aperte e sotto un pallido sole, preso al volo sul lungomare un eccellente ma salatissimo Illy (due euro e mezzo, al bancone e non in alta stagione!), abbiamo finalmente orientato le ruote verso Epidauro. Strada facendo, però, l’Argolide s’è di nuovo sciolta in lacrime. È Venerdi 5 Maggio del 2006. Pensiero reverente (e un po’ invidioso) a Napoleone Bonaparte, che, “siccome immobile”, se la dorme all’asciutto sotto la gran cupola degli Invalides. Alle 10.30, noi sguazziamo tra la fanghiglia e le pozzanghere, nella spianata dei parcheggi davanti la sterminata recinzione dell’area archeologica. A rinfoltire il casino degli sciami nipponici, cinesi e d’ogni altra possibile provenienza, c’è la baraonda in transito dei partecipanti al Rally Storico dell’Acropoli, con una schiera di automobili d’epoca stupendamente lucidate dalla pioggia: queste, almeno, come pure non poche patinate guidatrici, offrono agli occhi un po’ di gioia estetica. Ma, perché, proprio oggi, dopo che abbiamo atteso per anni d’arrivare qui, perché proprio oggi deve piovere? Ci consoliamo, tuttavia: la pioggia di oggi è zucchero, a petto di quel che capitò la sera della prima volta a Epidauro di Maria Callas! Era il 1960 e il 24 Agosto, giusto la sera prima della cerimonia inaugurale dei Giochi Olimpici di Roma, lei doveva debuttare con la “Norma” di Bellini diretta da Tullio Serafin. Ero troppo giovane e squattrinato, allora, per dare corpo al sogno d’andare a sentire Callas a Epidauro. Non era cosa affrontabile con qualche panino in tasca e le due notti in treno che foderavano i miei mordi-e-fuggi verso la Scala, l’Arena, Spoleto o la Fenice. Che sia stato per deliberato progetto o soltanto per trasmissione di un costume, questo non lo so, sta di fatto che mia madre m’aveva cresciuto tenendo la radio sempre sintonizzata sul Terzo Programma della Rai, quello che trasmetteva solo musica classica, opere liriche e conversazioni letterarie, lasciandomi assorbire tutti i libri che trovavo in casa e quelli che compravo risparmiando gli spiccioli delle paghette, portandomi ai concerti e a quell’autentica rarità, per L’Aquila dei primi anni della Repubblica, che erano gli spettacoli teatrali. Fu una folgorazione e un destino, il mio primo spettacolo: la Carmen, all’aperto, nel grande piazzale tra il Forte Spagnolo e la Fontana Luminosa. Mia madre mi raccontò che il teatro era nato in Grecia duemila e cinquecento anni prima e che a inventarlo era stato Tespi, un inguaribile sognatore, un po’ poeta e un po’ attore, gli incerti contorni della cui vita semileggendaria erano arrivati fino a noi attraverso Orazio e Aristotele. Stava sempre in viaggio tra i villaggi dell’Attica, insieme con un altro paio di disperati, inseguendo il sogno d’indurre i suoi compatrioti a interrogarsi sulla loro condizione e il loro destino mediante l’evocazione di avvenimenti e personaggi esemplari della mitologia e della storia. Quelle evocazioni avvenivano con le prime rudimentali messe in scena, realizzate trasformando in palcoscenico il carro sul quale Tespi e i suoi compagni andavano viaggiando attraverso le campagne. Dal sogno di Tespi era nata la Tragedia Greca e da questa era nato il teatro dell’Occidente. Tutto questo mi affascinava come una bella favola: non ero ancora in grado di afferrarne tutti i significati e le implicazioni che successivamente sono diventati il mio pane quotidiano. D’altra parte, mia madre quelle cose me le raccontava solo per rispondere alla mia domanda del che volesse dire “Carro di Tespi”, cioè il nome della struttura in cui in quella magica sera d’estate saremmo andati a seguire la Carmen. Il Carro di Tespi fu una delle sorprendenti invenzioni di questa Italia che oscilla eternamente tra invereconde scemenze e strepitose impennate di creatività. Era nato in pieno regime fascista. Come diceva mia madre, non erano scaturite solo schifezze dalla vergognosa melma in cui i fascisti avevano annegato l’Italia. Si trattava di un palcoscenico coperto e di una platea all’aperto circondata da tribune, il tutto perfettamente attrezzato, autosufficiente e in grado di venire rapidamente montato e smontato. Poteva viaggiare agevolmente, allo scopo di offrire alle innumerevoli città e cittadine della provincia italiana l’opportunità di spettacoli d’una qualche dignità tecnica e artistica. Era stata creata una struttura analoga per la prosa, che aveva cominciato a funzionare nell’estate del 1929 ma che aveva avuto vita breve. Il Carro di Tespi per la lirica, invece, che era stato inaugurato nel 1930 con una Bohème diretta da Mascagni davanti la villa di Puccini a Torre del Lago, aveva seguitato a funzionare, gestito dall’Enal, l’Ente Nazionale Assistenza Lavoratori, che sarebbe stato soppresso nel 1979 e che era la metamorfosi repubblicana della fascista Opera Nazionale Dopolavoro. Rivedendomela in sogno (quante volte pure da sveglio!), quella Carmen del Carro di Tespi finí col rivelarsi un po’ sempliciotta, ma l’anima e la corporeità del teatro aveva saputo imprimerle come stimmate inguaribili negli occhi e nella fantasia del neofita che ero allora. La lirica e il teatro in generale diventarono una fascinazione inderogabile. L’impatto col paradiso vocale di Callas e con le magie di Strehler al “Piccolo” fecero il resto. A un certo punto, venne la notizia di Maria Callas che avrebbe cantato a Epidauro: fu un’amarissima dolcezza. Da un lato, l’appassionato abbandono alla seduzione dell’evento, che avrebbe per la prima volta intrecciato in un’unica avventura la madre di tutte le voci e il padre di tutti i teatri. Rovescio della medaglia: il doloroso rammarico per l’impossibilità di trasformare in realtà il sogno di far parte di quell’evento. Solo l’ingresso costava non meno di quel che oggi sarebbe un centinaio di euro, sempre che fosse stato facile procurarsi un biglietto. E poi: tutto il resto, di un viaggio lungo, non racchiudibile in un paio di giornate. Per me, l’evento di Callas a Epidauro restò un sogno. Al contrario, quell’evento diventò un disastro inenarrabile per i tanti che a Epidauro erano arrivati da tutto il mondo. “Dies irae, dies illa”: quella sera, poco prima dell’andata in scena, il cielo rovesciò sull’Argolide assetata un catastrofico nubifragio, imprevisto quanto imprevedibile. Nessun ombrello a portata di mano e nessun tetto per chilometri e chilometri. Automobili e torpedoni in cui ripararsi costituivano solo un miraggio, al di là di un oceano di fango. Migliaia di spaventati e impreparati melomani cosmopoliti erano ridotti a un’informe zuppa di sete e broccati, percallini e rasatelli, tacchi a spillo e a rocchetto, bissi e mussoline, organzini e batiste, cravatte e foulards, pizzi e volants, stole e ventagli, alamari e jabots, frange e paillettes, scarpe di coppale e mocassini, trousses e pochettes. Poi, improvvisa com’era cominciata, quell’iradiddio finí giusto nel momento in cui lo spettacolo avrebbe dovuto concludersi. Si recuperò, in appresso, senza che l’incanto dell’evento procrastinato ne patisse: la storia lo ha fatto suo. L’anno dopo, Callas tornò e fece la Medea di Cherubini. Poi, con i compensi ricevuti per quelle due brevi stagioni di Epidauro, diede vita alla tuttora fiorente borsa di studio per giovani artisti lirici che porta il suo nome. Il mondo non la dimentica: e come potrebbe? Per solennizzare il Trentennale della drammatica e straziante fine di quell’intramontabile mito del palcoscenico, il 2007 che se ne sta andando è stato proclamato dalla Grecia l’Anno di Maria Callas. L’impegno istituzionale e comunitario che i greci hanno espresso per questo Trentennale trova un possibile termine di confronto solo nei Giochi Olimpici di Atene del 2004: non per caso, il Primo Ministro Kostas Karamanlis ha detto «Maria Callas è un simbolo senza tempo della cultura greca che appartiene al mondo intero». E “un simbolo senza tempo della cultura greca che appartiene al mondo intero” è anche il teatro di Epidauro. Adesso, l’orologio dice le 11 e 15. Pare d’udire nell’aria le parole di Prospero all’Atto Quinto: «Io ho offuscato il sole meridiano, io ho eccitato i venti ribelli, io ho dato fuoco al terribile strepitoso tuono, ma io ora la rinnego questa rozza arte magica e spezzerò la mia verga». L’incantesimo che non risparmiò Maria Callas risparmia noi: la verga è spezzata e svaniscono i venti, i tuoni, la pioggia. Il sole si fa strada tra le nuvole e noi attraversiamo quello orientale dei due solenni portali delle Parodoi, i corridoi tra il Koilon, la cavea, e la Skené, il palcoscenico. Qui intorno sorgono i resti, oggetto di perenni e assai ben fatti restauri, del maggior luogo di culto di Asclepio, il dio greco della medicina, che noi conosciamo, alla latina, come Esculapio, barbuto e imbracciante una verga con attorcigliati due serpenti, simboli della perenne rinnovazione della vita nella natura. Destinatario dell’appassionata venerazione di generazioni e generazioni di sofferenti, Asclepio fu l’ultimo degli dei dell’Olimpo a venir soppiantato dal Cristianesimo. Il suo culto si spense solo nel corso del IV secolo d. C. ma, in precedenza, esso era stato tanto fiorente da attrarre pellegrini da ogni luogo del mondo greco-romano, il che spiega la strepitosa entità delle offerte affluenti nel santuario nonché l’imponenza e magnificenza del teatro e delle altre costruzioni che grazie a quelle offerte sorsero a Epidauro. Alla nostra sinistra, s’addensa il moto vertiginoso dell’immensa tribuna semicircolare, un ventaglio svasato dal diametro di centoventi metri, che t’ingloba nel suo abbagliante ordito di marmo bianco, avvolgendoti e risucchiandoti verso l’alto. Costruito intorno al 340 a. C. e nel secolo seguente ampliato fino a portarne la capienza a piú di dodicimila spettatori, il teatro di Epidauro è tuttora quasi completamente integro, perfetto nella sua leggendaria acustica. Al centro dell’Orkhestra, che è un cerchio di venti metri di diametro, pavimentato con sabbia pressata e in origine riservato ai coreuti, c’è un candido disco di pietra che segna il luogo della Thymelè, cioè di quello che era l’altare dedicato a Dioniso. Su quel disco sta in piedi una ragazza che dice versi in greco. Cominciamo a salire lungo i cinquantacinque gradoni destinati agli spettatori. Sul disco di pietra, la ragazza che recita viene sostituita da un’altra e questa, poi, da un’altra ancora e cosí via. Il clamore e il colore dei consensi lasciano capire che il pubblico, fatto d’una manciata di giovanotti sparpagliati sui gradoni, proviene dall’Italia e che recitanti e spettatori sono compagni di scuola. Gli insegnanti governano con garbo la situazione. Tra l’Orkhestra e la sommità della cavea c’è un dislivello di ventiquattro metri. Quando arriviamo in cima, una delle ragazze, che evidentemente ha col greco piú problemi delle altre, recita in italiano. Le sue parole arrivano con impressionante nitidezza, sebbene lei non forzi la voce e non disponga delle sofisticate tecniche dei professionisti della recitazione. Quel che sta dicendo lo si percepisce tanto bene da poter capire che si tratta di versi dell’Antigone, quella di Sofocle, ovviamente. Da qui, dal gradone piú elevato del Koilon, lo sguardo s’allarga verso i pianori e le alture di Nord-Est, immagina di andare oltre l’Argolide, di sorvolare il Golfo Saronico, di raggiungere l’Attica e Atene, dove Tespi e poi Sofocle, Eschilo, Euripide, Aristofane e tutti gli altri inventarono il teatro, facendone progressivamente una realtà consustanziale alla civica convivenza, prima come fenomeno religioso legato alle festività in onore di Dioniso e poi come evento politico, basato sulla funzione educativa implicita nel teatro come in tutti gli altri momenti collettivi “alti” delle comunità di uomini liberi. Lo sguardo ora raccorcia la focale e si sofferma sulla Skené. L’immaginazione s’infervora, vede riaffiorare, dal superstite basolato sopraelevato, l’intero edificio quadrangolare del palcoscenico, con i suoi macchinari e gli artifici scenici: il Teologheion, cioè il tetto, dove si svolgevano le azioni degli dei, il Mechàne, la gru che consentiva l’entrata in scena di attori in elevazione, specialmente per le apparizioni di quella sorta di personaggio risolutore che i romani avrebbero chiamato “deus ex machina”, lo Strofeion, macchina per le apoteosi che permetteva la trasfigurazione degli eroi in divinità, l’Anapiesma, la botola da cui fuoriuscivano gli abitanti dell’oltretomba, i Periaktoi, prismi triangolari disposti come le odierne quinte che recavano dipinta su ciascuna facciata una sezione della scenografia e, ruotando su un asse verticale, permettevano tre cambiamenti di scena a vista, l’Ekkiclema, piattaforma su ruote che veniva spinta in scena attraverso l’apertura centrale del fondo della Skené, il Keraunoskopeion e il Bronteion, le macchine per fabbricare fulmini e tuoni. Evocando le meraviglie tecnologiche inventate dagli antichi greci per glorificare il fascino della grande religione civile che per loro fu il teatro, la mente s’infervora, almanacca, congettura, vede animarsi la Skené rediviva, insegue l’andirivieni degli attori, si lascia sbalordire dal pirotecnico virtuosismo dei macchinari e lí, nella festosa animazione del momento in cui s’attende la felice conclusione del negoziato tra Sparta e Atene per la Pace di Nicia del 421 a. C., immagina d’imbeversi della sempre tradita invocazione che Aristofane affida alle labbra del vecchio contadino ateniese Trigeo: «Oh veneranda Pace, con noi resta tutta la vita!». In realtà, lí, su quella Skené, da duemila e passa anni è passata piú guerra che pace, s’è vista piú amarezza che gioia. Cioè, lí, ha viaggiato la storia del mondo e, con essa, la storia del teatro, di questa avventura dello spirito che fu il sogno di Tespi e che è il sogno di tutti i teatranti d’ogni tempo e ogni luogo: il sogno d’indurre ogni comunità a interrogarsi sulla propria condizione, per imparare a governare il proprio destino. Il viaggio di quel sogno continua, sulla Skené di Epidauro e su tutti i palcoscenici del mondo. E lí, sulla Skené di Epidauro, quasi mezzo secolo fa, c’era stata lei, la Divina, con la sua inarrivabile Norma, la sua Norma disperata per il dover morire abbandonata da tutti, incompresa e non amata, disperata per un morire che racchiude il destino terribile di gran parte delle donne e degli uomini d’ogni tempo e ogni dove. È il destino, non ineluttabile, tuttavia, di cui dice Eschilo nel mezzo dei “Persiani”, il piú antico testo teatrale dell’Occidente: «Io grido in alto le mie infinite sofferenze: dal profondo dell’ombra, chi mi ascoltera?» Qui, adesso, sulla Skené di Epidauro, sul finire di questo mattino di Maggio, il cielo beffardo completa il rovesciamento della messinscena: la pioggia, che per Callas era infaustamente cominciata subito prima del suo salire in palcoscenico e s’era estinta giusto al punto in cui il mancato spettacolo avrebbe dovuto concludersi, per noi, invece, s’è benignamente fermata subito prima che arrivassimo davanti quel palcoscenico e s’è rimessa in moto non appena da quel palcoscenico ci siamo separati: il palcoscenico, spesso, porta fortuna.
