Nella foto Rino Gaetano
di PIERLUIGI BIONDI
Sono così rari i motivi per cui valga la pena ragionare di tv che, quando accade, è una specie di evento. L’occasione è stata offerta dalla fiction dedicata a Rino Gaetano dal titolo “Ma il cielo è sempre più blu”. Non un capolavoro, certo. Anzi: ci sono limiti evidenti, a cominciare dalla scarsa aderenza biografica del racconto cinematografico alla vita dell’artista, tanto che la sorella Anna, vedendo in anteprima l’opera, ebbe a dichiarare che in essa «manca lo spirito di Rino». Ma – senza addentrarci sull’aspetto “tecnico” della produzione Rai – un merito gli va ascritto: aver fatto conoscere al grande pubblico uno tra gli autori più poliedrici, ironici e graffianti della scena musicale italiana a cavallo tra la fine dei ’70 e l’inizio degli ’80. Infatti, fino a qualche anno fa tra il popolo degli under 30 – quello dei teenagers neanche a parlarne – la fama di Rino Gaetano era prossima allo zero, se si eccettua la notorietà assicurata da una discutibile versione remix di Gianna ad uso discotecario. Nato nel 1950 a Crotone, trasferitosi a dieci anni a Roma – dove morì d’incidente d’auto nel 1981 – Rino Gaetano fu interprete a tutto tondo di un personalissimo stile che lo contraddistinse nettamente dalla truppa dei cantanti engagée sulla cresta dell’onda in quel periodo. Complice un disincanto prossimo al libertarismo più estremo, mise a nudo le ipocrisie del suo tempo denunciando tutti i conformismi di un’Italia in mano a governanti, banchieri, giornalisti e intellettuali prêt-à-porter. Quando pochissimi sembravano essersi accorti che la fantasia, al potere, non c’era arrivata (e neanche ci sarebbe arrivata in seguito, a meno di non voler considerare tali certe macchiettistiche rappresentazioni sedute a Montecitorio) e, in tanti, si perdevano dietro sussiegose analisi psico-sociopolitiche d’accatto, Rino Gaetano nel 1978 cantava Nuntereggae più, nelle cui strofe manifestava la sua insofferenza verso gli intoccabili del Belpaese: «avvocato Agnelli/Umberto Agnelli/Susanna Agnelli/Monti/Pirelli… onorevole eccellenza/ cavaliere senatore/ nobildonna eminenza… la sposa in bianco/ il maschio forte/ i ministri puliti/ i buffoni di corte/ ladri di polli/ super pensioni/ ladri di stato e stupratori… nun-tereggae- più!». Per il pentapartito e il compromesso storico: «Eya alalà/ PCI/ PSI/ DC/DC/ PCI/ PSI/ PLI/ PRI… nun-tereggae- più!». Per i cattivi maestri della lotta di classe e per i loro pessimi discepoli in armi: «il quarantotto/il sessantotto/ le P38… nun-te-reggae-più!». La liberazione dei costumi si era ridotta a femministe andate a male e uomini travestiti come fenomeni da baraccone? Rino Gaetano rispondeva con la sua Gianna, che «non perdeva neanche un minuto per fare l’amore» durante notti in cui, finita la festa, «comincia la vita», «la gente si sveste» e «comincia un mondo diverso, ma fatto di sesso». Le parole d’ordine erano “progresso” e “industrialismo”? Rino Gaetano sforna Ad esempio a me piace il sud, in cui fa l’elogio del meridione legato alla tradizione, alla terra, ai ritmi lenti, alle consuetudini. Il contadino – relegato dalla dialettica rivoluzionaria al rango di sottocategoria inutile del proletariato – è, per l’artista, maestro di vita con cui «parlare dell’uva, parlare del vino che è ancora un lusso per lui che lo fa». Rino, insomma, era un figlio unico tra i fratelli cantautori e, ben presto, abbandonò la famiglia che lo aveva a malapena tollerato: troppo sfrontato, troppo diverso, troppo libero. Non fece in tempo a correre il rischio di diventare un’imbolsita caricatura di un cantante di successo con l’aria da profeta, l’invettiva pronta e il portafogli gonfio. Quando si congedò era il 2 giugno, ricorrenza della nascita della Repubblica, giorno di parate e passerelle, discorsi di circostanza e frasi fatte. Insopportabile. Meglio una galoppata di prima mattina per le strade della capitale, alla guida della Volvo nuova di zecca. Una fuga breve, poco oltre la Nomentana, verso il capolinea che non t’aspetti.
