di Amedeo Esposito
“In te cadrò, ambrosia vegetale, grano prezioso, sparso dal Seminatore eterno, perché poi dal nostro amore nasca la poesia che a Dio rivolta spunterà in boccio come un raro fiore”. Così cantò l’“ame du vin” Charles Baudelaire, che ha ispirato Maria Cristina Giambruno nell’allestimento del suo nuovo, effervescente spettacolo teatrale: “Le stanze del vino”, ideato da Antonio Massena, direttore dell’Uovo, ad ode del vino, e non solo, del Trentino e dell’Abruzzo. Va subito detto che è spettacolo di poesia gioiosa, coinvolgente, anche ballabile dagli spettatori, che spinge il pubblico verso il passato, perché assapori, in concreto, quel che può offrire, se si vuole, l’oggi. Ne risulta un omaggio della regista al suo pubblico, ma soprattutto è l’espressione delle parole con le quali crea gli spartiti della sua magica arte. Che il vino abbia un’anima non è solo certezza del Poeta francese maledetto, autore de “Les fleurs du mal”, ma anche di tanti altri fin nei tempi lontani di Dioniso, e via via per giungere alla musica di Mozart, alla “Traviata” di Verdi, al poeta Neruda ed alla “Seteperenne” di Alda Merini. Ed alla stessa anima non si sottraggono la drammaturgia, i movimenti coreografici creati dalla Giambruno per realizzare un “percorso enoemozionalculturale per luoghi preziosi e spettatori curiosi”. Risultando uno “snodarsi di tante voci per le stanze tra le cromie delle luci, le suggestioni delle musiche, la fascinazione delle danze e la presenza evocativa delle parole…una sorta di passaggio iniziatico da compiere insieme, attori e spettatori…intorno al vino…stellato figlio della terra: vino!”. Parte, Maria Cristina Giambruno, dalla convinzione che “nessun uomo è un’isola, ma ciascuno ha la sua isola, stampata nella mente, nel cuore e nel destino che si sceglie”. E tutto è compreso nell’isola giambruniana, e nei luoghi in cui pensa che gli altri esistano . Partendo da quel filo bianco-culturale (fatto di fiocchi di neve, di alti picchi, di baite e rifugi, e di tanto umano sentire) che all’inizio del secolo scorso, invisibilmente fu teso tra L’Aquila e Trento da uno dei padri dell’archeologia abruzzese, nonché fine latinista e scrittore mitteleuropeo, il marchese di Santa Mustiola, Niccolò Persichetti. Il quale scelse lo scultore, Cesare Zocchi, allora di molta fama per aver eretto a Trento il monumento a Dante (l’opera sua migliore del 1896 che suggerì a Giosuè Carducci l’ode di Rime e Ritmi), perché realizzasse, come fece, il magnifico Sallustio che dal 1903 gli aquilani ammirano in piazza Palazzo, aperta allora alla laicità. L’Italia con il monumento a Dante, segnò il confine invalicabile della sua lingua; L’Aquila si scoprì romana con l’esaltazione dello storico latino Crispo Caio Sallustio, ch’ebbe i natali ad Amiternum, partigiano di Cesare e governatore in Africa. In sostanza, par di dire, che L’Aquila e Trento vollero crearsi due effigi simboliche – anche se diverse – per inaugurare il Novecento; mentre l’Europa incoronò il significato del nuovo secolo con i busti (in numerose città dell’Ovest e dell’Est europeo) di Sigmund Freund e di Friedrich Nietzsche. Quest’ultimo, morto nel 1900, non poté realizzare un suo vivo desiderio: “volevo andare all’Aquila – scrive nel suo Ecce Homo – l’antitesi di Roma, fondata in odio a Roma, come luogo che un giorno io fonderò, in ricordo di un ateo e nemico della chiesa comme il faut, uno degli esseri a me più affini, il grande imperatore Federico II di Svevia”. Se avesse avuto la ventura di entrare nella sua “città da fondare”, Nietzsche avrebbe goduto delle feste del barone Teodoro Bonanni. Nelle quali “i giuochi di prestigio si alternavano alle commedie francesi ed alle poesie in tedesco”, recitate nelle piazze laiche, che rendevano allora L’Aquila una sorta di enclave della Mitteleuropa, sia per l’opera di Niccolò Persichetti, e sia soprattutto per il grande latinista tedesco Karl Heinrch Ulrichs, libero pensatore antesignano della lotta contro l’incriminazione dell’omosessualità. Noto in tutto il mondo culturale del tempo (compreso Nietzsche che appunto voleva seguirlo all’Aquila) per la sua prestigiosa rivista latina (scritta quasi esclusivamente da lui), concluse, in povertà assoluta, il suo soggiorno aquilano (cominciato nel 1890) quando morì nel 1895. S’era ai prodromi del secolo breve, secondo la periodizzazione inaugurata da Eric J. Hobsbawm. A ben guardare, Maria Cristina Giambruno, con la sua ormai riconosciuta capacità maieutica, idealmente, forse per il suo ancestrale di dentro, è tornata nelle popolate piazze del barone Bonanni. Visto che “Le stanze del vino” le ha dedicate, con levità, alla promozione del patrimonio ambientale, artistico, culturale e perchè no, gastronomico, di due terre, all’apparenza l’una difforme dall’altra, quella del trentino e quella abruzzese. Forse luogo inusuale L’Aquila ed usuale Trento, ma con potenzialità analoghe per le quali fra loro il dialogo è possibile e doveroso ai fini di stabilire la più alta identità comunitaria. E non è un caso che lo spettacolo abbia avuto come numi tutelari le Camere di Commercio dei due capoluoghi. Ma anche i luoghi fisici per la rappresentazione teatrale sono stati non soliti: all’Aquila il costituendo museo archeologico di Santa Maria dei Raccomandati (ex sede municipale), a Trento il palazzo Roccabruna, splendida dimora cinquecentesca, di proprietà della Camera di Commercio. Entro cui attori e spettatori (non più di 30 per ogni rappresentazione) da subito, in simbiosi armonica, hanno animato lo spettacolo – che si è avvalso dei suoni e delle musiche originali di Raffaello Angelini – concluso con coreografici voli su un’altalena, eseguiti dall’attore Leonardo Cecchi, scanditi sulle note del “…beviam, beviam!” della Traviata di Giuseppe Verdi. La conclusione dell’itinerario poetico-musicale-umano, è stata guidata anche dagli altri interpreti: Eugenia Scotti, Alessandro Rognone e Raffaella Rubini. Il successo? E’ stato straordinario all’Aquila non meno che a Trento, dove la prossima estate torneranno “Le stanze del vino”, dato l’interesse suscitato fra gli spettatori di quella splendida regione.