di Alessia Di Giovacchino
Come su una diafana e perfetta porcellana scorre il tratto sfumato della pittura, così sulla pelle nuda prende forma il disegno della storia personale, della sfida personale, attraverso il tattoo. La sfida al dolore, al cambiamento, alla resistenza per rinascere nuovi. “Estesi nell’io”, come i teorici della modificazione amano raccontare il processo mentale e fisico che sottende alla volontaria trasformazione del corpo in qualunque pratica essa si concretizzi. Come il “poeta veggente” di Rimbaud doveva stravolgere fino alle estreme conseguenze la sua anima per raggiungere l’autentica lucidità, così il “primitivo moderno” sperimenta l’ignoto sul perimetro, stavolta fisico, di sè. Il tattoo, accomunato nel significato primario alle altre tecniche di mutamento esteriore, rappresenterebbe la volontà di rendersi unici; rappresenterebbe, ancora, una forma di rivolta verso le imposizioni massificanti, che ci rendono tutti omologati a standard artificiali. In completa antitesi con i teoremi cristiani – che recuperano la sacralità del corpo solo se questo è tempio dell’anima – i teorici del neotribalismo ritengono che bucare, incidere, marchiare la propria carne è abbastanza doloroso, e la decisione di passare attraverso uno stadio di dolore fisico, comporta una rivalutazione della propria personalità mettendosi in gioco, sottoponendosi a una prova fisica e a un rituale di iniziazione dal quale si esce vincitori, trasformati nel corpo e nello spirito, pieni di ritrovata coscienza, energia e coraggio per affrontare la vita di tutti i giorni. “Oggi – racconta Sasha Prosperi, giovane e passionale tatuatrice – manca il contatto con il dolore che, vissuto, determina il confine del sé. Sottoporsi a una tecnica di mutamento corporeo significa testarsi, capire quanto si è pronti ad affrontare le avversità della vita. Significa, ancora, compiere un rito di passaggio verso il vero e consapevole possesso di sé, corpo e mente, e del proprio destino”. Sasha ha trent’anni, ma già dai tempi della scuola ha individuato nel disegno il suo talento, accettando fin da subito il confronto con la pelle come tela, come porcellana. Il tattoo è definitivo come poche altre cose: lascia il segno di una metamorfosi, sottolinea eventi della vita, più o meno luttuosi, sbandiera fede, manifesta amori e conquiste. E’, insomma, una nuova e visibile impressione del sé. Anche quando, spiega ancora Sasha, le richieste di un’adolescente per un segno risolutivo si condensano sul volto plastico di Costantino Vitaliano, il “tronista” storico della trasmissione di Maria de Filippi, Uomini e Donne; o su Fabrizio Corona, fotografo assurto agli onori delle cronache per essere stato iscritto nel registro degli indagati nell’ambito dell’inchiesta/scandalo Vallettopoli. “Scegliere nella pelle il luogo di espressione della propria arte comporta una mediazione continua. La mia abilità, infatti, non deve consistere esclusivamente nella riuscita complessiva del decoro. Devo, piuttosto, lasciando un degno spazio al mio estro, incontrare il gusto di chi lo porta. Quello che mi piace del mio lavoro è offrire, a chiunque attraversi la porta del mio studio, la possibilità di dotarsi di un carattere distintivo al di là dei dettagli modaioli”. Anche il tattoo soffre il trendy. C’è stato un periodo di grande boom per il tribale, per l’orientale, per gli ideogrammi cinesi e per gli angeli. Adesso è il tempo del ritorno dell’old style: il tatuaggio che negli anni Venti e Trenta era dei marinai, dei galeotti e dei devoti che portavano addosso pinup, rose, teschi, farfalle, galeoni e croci. Chissà che non si possa ricordare un giorno il tattoo abruzzese?! Sasha sgrana gli occhi e sorride compiaciuta: “A un certo punto ti accorgi che le immagini sono esaurite. Il mio compito è anche quello di consigliare, di ricercare soggetti inediti, di proporre nuove soluzioni per garantire l’unicità del pezzo. Perché se è vero che ci si può lasciare incantare da immagini ricorrenti per spirito di emulazione, è vero pure che il tattoo deve possedere una propria individualità: è un elemento che ti descrive, che racconta il tuo essere irripetibile”. Abruzzese è bello. E se in Sicilia si propone il triscele, la figura araldica con tre gambe intrecciate simbolo della Trinacria e in Lazio il Colosseo, perché da noi non “indossare” una presentosa? “Portava agli orecchi due grevi cerchi d’oro e sul petto la presentosa: una grande stella di filigrana con in mezzo due cuori”, scriveva Gabriele D’Annunzio nel 1894 ne “Il trionfo della morte”. Dal 2007 Sasha, dopo anni di ricerca e rielaborazione, la tatua, colorata e non, rivisitata o meno. Lei la porta sull’avambraccio: è il risultato di un’ispirazione avvenuta sulla scalinata dell’ex Convento di S.Maria dei Raccomandati all’Aquila. Lo scorso 20 dicembre, in occasione della terza edizione di Etnorami, mostra organizzata dall’Accademia di Belle Arti e dal Muspac (Museo Sperimentale d’Arte Contemporanea) dell’Aquila, Sasha, seduta su una coperta abruzzese intrecciata a un lenzuolo ricamato a tombolo, si è auto-tatuata il gioiello sulla pelle. Pochi, per la verità, i temerari che si lasciano coinvolgere nella sperimentazione sull’iconografia della terra d’Abruzzo. “Al nostro passato appartengono immagini splendide. Ho voluto tornare alle origini, cercare nella storia l’ispirazione. E allora ho concentrato la mia attenzione sui rosoni di Collemaggio, che opportunamente riadattato ho tatuato su una schiena, ma anche sul fioraccio delle ceramiche di Castelli, un’esplosione di colore”. Chi fa i tatuaggi è anche un po’ psicologo: “Quando fai un mestiere come il mio cerchi di capire chi hai di fronte. Chi affronta il primo tattoo è incuriosito e, al tempo stesso, impaurito. Non sa che effetto gli farà. Allora tende a ricercare un compromesso poco invasivo nel soggetto che sceglie e nella collocazione corporea. Poi, diventa difficile fermarsi: il tattoo scatena un’energia solare. Dopo due mesi lo dimentichi per tornare alla ricerca dell’esperienza positiva, per continuare a narrare la tua storia”. Tattoo, come linguaggio amplificato del corpo, filosofia di vita e arte, forma di marketing territoriale: non c’è un confine esatto del significato. In ogni momento storico le esigenze che hanno spinto a connotarsi seguendo il percorso del tattoo sono state tutte catalogate diversamente e al limite del politically correct. Ma è pur vero che, come osserva il misterioso quanto eclettico scrittore Kay Khusrae: “Il tatuaggio intorno alle labbra delle ragazze Ainu dice che sono diventate adulte, quelli sul viso dei Maori sono paragonabili a certificati di nascita e di livello sociale, l’orecchino all’ombelico presso gli antichi egizi era una prerogativa reale”. Sasha racconta, racconta attraverso i suoi disegni antichi, contaminati dall’incalzante odierno, l’orgoglio dell’appartenenza a una terra impregnata di storia, tradizione, simboli e mistero. Sarà un caso, ma il suo studio, aperto cinque anni fa all’Aquila, porta scritto sulla targa: “Ju Tattoo” in dialetto aquilano doc. Anche questo un ritorno alle origini? Un segno, comunque, abruzzese o meno: “Non basterà certo da solo ad aprirvi la testa o a favorire chissà che cosa – sottolinea Kay Khusrae – conosco persone che mai e poi mai se ne faranno uno, che però ne hanno ben chiara la valenza. Al contrario, gente ben segnata esternamente, è rimasta, ahimè, dentro di scarse vedute. (…) Ricordatevi di aprire delle brecce nella vostra mente, oltre che sulla vostra pelle, altrimenti l’avrete fatto solo per emulazione modaiola, buona per una stagione e così sia!”.
Il sito dello studio JU’ Tattoo www.myspace.com/sashatattoo


