L’Uovo si racconta attraverso i suoi creatori/1. Il teatro vuole l’attore vivo.

2 07 2008

“Il Teatro vuole l’attore vivo, e che parla e che agisce scaldandosi al fiato del pubblico; vuole lo spettacolo senza la quarta parete, che ogni volta rinasce, rivive o rimuore fortificato dal consenso, o combattuto dalla ostilità, degli uditori partecipi, e in qualche modo collaboratori.”
Silvio D’Amico Storia del teatro

Giambruno

di ALESSIA DI GIOVACCHINO

Quando la maestra dava l’ok, il più discolo si alzava di scatto in piedi lasciando fragorosamente gracchiare la sedia sul pavimento e si precipitava a spalancare la porta dell’aula. In fila per due, ordinati – incoraggiati alla disciplina – si andava in aula magna. Quello era un giorno speciale. Lo aspettavo con eccitazione. Era il giorno in cui si studiava un po’ di meno e il giorno in cui, anche i meno attenti erano più attenti. Era il giorno della magia della favola che veniva a trovarci. Io me la ricordo così: una pennellata di colori, un vociare allegro ed emozionato lungo i corridoi. E mi ricordo l’attesa, seduti, le risa invano placate, l’incanto della scenografia dinanzi e quel silenzio improvviso, in un istante, quando tutto comincia… “Dunque, dunque, tatadunquenque’!” Oggi, a distanza di più di vent’anni, sola, seduta in platea al Teatro San Filippo dell’Aquila, ho di fronte il mago di quelle atmosfere d’infanzia che quando racconta ti lascia vedere e quando tace è solo per riprendere fiato. Perché la magia è nelle sue parole, negli occhi intensi, nella sua corporeità dirompente. E’ la totale espressione di sé, dal gingillare una collana turchese tra le mani, al colore della voce, al muoversi gioioso…liberamente avvolge e incanta. Così ho ritrovato, dopo vent’anni dall’aula magna della scuola elementare al proscenio del San Filippo, Maria Cristina Giambruno. Senza tradire l’immagine che ho conservato di lei, perché Maria Cristina non ha mai tradito i suoi spettatori: “Dovevano crescere con me, esprimere il loro consenso o scagliarmi contro le sedie se non avessero gradito. Li ho scelti perché sono veri”. Le rivisitazioni, le produzioni di Maria Cristina Giambruno sono sempre très amusantes, ma mai puro divertissement. Sicuramente comprensibili, ma intrise di contenuti filosofici, costruite su più strati semantici, sospinte da splendide musiche e aperte a una miriade di letture. Un dono multicolore che uno spettatore (piccino o adulto che sia) può scartare insieme per rimanerne stupiti; un dono, ancora, che restituisce significati diversi. “Io – dice Maria Cristina – costruisco uno spettacolo. Ognuno, poi, è libero di farne ciò che vuole, di prendere quello che ritiene per sé. Quando scrivo mi chiedo sempre cosa il pubblico vorrebbe, cosa si aspetta. Questo è il mio principale cruccio, il mio primo sentire. Se penso che temi e sceneggiature non siano nelle corde dello spettatore non li prendo neanche in considerazione. Mi limito a dare informazioni attraverso emozioni. Come dice David Lynch: se volessi mandare un messaggio andrei alle Poste”. Emozioni. Violente, aggiunge Giambruno. “Ciò che resta è la sensazione, lo stimolo alla riflessione, a lasciar correre la fantasia e la curiosità”. Vale a dire che il teatro non è un optional. E’ un bene di prima necessità, è comunicazione, è un’ulteriore lettura della vita sia che si giochi il ruolo da spettatore sia che lo si giochi da attore. Il teatro accompagna le esistenze di ognuno di noi come strumento di conoscenza e di crescita non necessariamente in forma di mestiere o arte sublime. Non un esercizio di stile, non impartito dall’alto, ma pura interattività, scambio di idee, evoluzione di gruppo e individuale. Non un’alternativa ai mass-media o ai videogames, ma esplorazione della coscienza ed esortazione all’approccio critico di ogni umana ventura. Ha preso corpo così il progetto di formazione per i giovani. Giovani che oggi sono in giro per il mondo a seguire la loro personale ispirazione. I “figli” di Maria Cristina Giambruno che nella vita hanno scelto di educare la loro sensibilità, di diventare adulti anche accanto a lei. “Io sono uno dei motivi per cui tu sei grande”: Maria Cristina incrocia le mani sul petto e sospira, occhi al soffitto, quasi in estasi al ricordo delle parole che proprio un ragazzo qualche tempo fa le ha dedicato. Ed è forse per tutti questi motivi che uno dei momenti più caratterizzanti della sua vita professionale ruota intorno alla trilogia di Radio Billi (1, 2 e 3,28). “Sentivo di poter condividere di più – spiega ancora la Giambruno – e allora ho messo in scena le curiosità, le domande dei ragazzi che frequentavano i corsi. Ecco, finalmente lo spettacolo nasceva dal pubblico per rispondere al pubblico. Il teatro è rappresentazione della vita, un bagno di folla, il momento in cui dalla scena qualcuno ti dice che non sei solo. Così è necessario che chi siede in platea ci si riconosca. E’ uno specchio in cui ognuno di noi rivede se stesso”. Il teatro per Maria Cristina Giambruno è finzione e riproduzione della realtà. “Agli attori chiedo di essere spontanei pur mantenendo la base tecnica. Chiedo loro di tornare fanciulli; chiedo, ancora, l’artificio della naturalità e la naturalità dell’artificio. Chiedo di capire il progetto, sopra ogni cosa, di metabolizzarlo e comunicarlo. Attorno a loro, come un sarto, cucio la stoffa della comunicazione”. Così si torna un po’ indietro, a Maria Cristina attrice, prima ancora che regista e sceneggiatrice. “Quando recitavo mi facevo riprendere e poi mi guardavo per carpire errori e spunti per migliorare. Il periodo del teatro universitario è stato magico. Così come il viaggio a Milano nel 1972 con il TADUA (Teatro Accademico dell’Università dell’Aquila) al Teatro Uomo. Eravamo un gruppo di amici appassionati. Portammo “La linea di condotta” di Bertolt Brecht. Sublime pur avendo io difficoltà a sposare completamente il testo. Ma la genesi decisionale che mi ha in definitiva indirizzata al teatro risale a quando avevo 16anni: ero appena arrivata all’Aquila da Ascoli Piceno ed ebbi l’opportunità di recitare in “Domanda di Matrimonio”, atto unico di Anton Cechov”. Tutti i momenti della vita professionale di Maria Cristina sono stati essenziali; ogni spettacolo è stata una conferma e un’affermazione. Nonostante le intuibili difficoltà da imputare alla evidente condizione di genere: “Non li chiamerei pregiudizi. E’ stato complicato costruirmi come regista. Le donne sono solitamente considerate poco impositive. Io lo sono, però. E anche molto – chiosa grintosa – Non ho mai accettato compromessi e se credo che una cosa può arrivare non mi ferma nessuno. Il pubblico, d’altro canto, ha sempre dimostrato consenso. Anche quando ho virato per nuove avventure. La maternità mi ha condotto a una scelta. Mia figlia viene prima di ogni cosa. Così ho preferito la regia rientrando in scena solo quando occorre. Poi ho iniziato a rielaborare, a scrivere mettendoci del mio nel pieno rispetto dell’autore, cercando di capire se dove osavo io, lui si sarebbe trovato a suo agio”. La sperimentazione, la ricerca sono tratti essenziali delle produzioni targate L’Uovo: “Chi cammina sulle orme degli altri non lascia tracce dietro di sé. Bisogna fare i fatti, i fatti, i fatti – esorta Maria Cristina – bisogna invitare a riflettere innovando i media. Per questo ho cercato sempre nuove strade e nuovi linguaggi, come nell’esperienza ripetuta all’interno delle carceri con i detenuti protagonisti/attori. Io vado oltre. C’è un’altra chance. C’è un passato giocoso che può essere raccontato. I reclusi mi hanno portato le loro storie, le positività della loro vita, i momenti felici che non erano stati intaccati dall’esperienza nell’area penale. D’altronde il teatro è di tutti”. E possiede la fiamma della forza morale. Quella stessa fiamma che vent’anni fa guidò L’Uovo anche alla ricerca di una “casa”. “Il Teatro è il luogo del Teatro – precisa Giambruno – ti consente la tecnica per passare le emozioni: una luce che interviene a pennellare le figure, per esempio. Rafforza il sentire, crea la magia acustica. Insomma, recuperare il San Filippo ci ha permesso di dare il massimo”. Quella stessa fiamma che trent’anni fa accese la mente di Maria Cristina Giambruno: “All’origine era un cubo, contenitore di meraviglie. Poi, smussati gli angoli, è diventato L’Uovo, simbolo di principio di vita”.


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