Profondità temperamento. Mariantonietta Sulcanese.

2 07 2008

sulcanese1 sulcanese2 Mariantonietta Sulcanese

di ANTONELLA MUZI

Incontro Mariantonietta Sulcanese sulla costa adriatica, in un’assolata mattina di una primavera che ha già il sapore dell’estate incipiente. Lei sa poco, praticamente nulla di me. Io invece so già molto della sua ricerca espressiva. A dire il vero seguo le sue peregrinazioni artistiche di ascendenza informale già da un po’. Ma è stata la mostra dei suoi lavori più recenti, presso la sede della Banca di Teramo BCC, a rivelarmela completamente. Sono dipinti di medio e grande formato, vibranti di materia e colore, così pulsanti di vita che non possono lasciare indifferente neanche lo spettatore più distratto. Ogni cosa in queste sue opere parla di energia, di una forza incandescente che governa l’uomo e l’universo. Chissà come sarà quest’artista che, in un’epoca in cui imperversano performance, video, installazioni, si esprime attraverso tele e colori. Decido così di incontrarla. E scopro una donna solare, colta, che ha già un’importante carriera alle spalle e un’autentica passione per Picasso. Dal nostro colloquio l’idea che mi sono fatta osservando i lavori in mostra ne esce rafforzata: è un’urgenza, un’in-tima urgenza interiore che sostiene e orienta la vicenda espressiva di Mariantonietta Sulcanese. L’artista abruzzese si fa carico, nel suo percorso di ricerca, di interrogativi insieme individuali e universali, inscindibilmente connessi alla natura stessa dell’uomo. Sostenuta da un solido bagaglio formativo e professionale, ha frequentato l’Accademia di Belle Arti dell’Aquila e compiuto una lunga esperienza nel settore televisivo, l’artista pescarese conduce la sua riflessione utilizzando la pittura, medium tanto caro alla tradizione. Un lavoro umile e paziente sulla materia e sul colore, gestito con tecnica sapiente, l’ha guidata verso un’astrazione che contiene densi frammenti simbolici. La mostra teramana, poi a Roma dal 26 maggio nella prestigiosa sede della Fondazione Venanzo Crocetti, testimonia una felicissima fase evolutiva. Il suo percorso subisce una semplificazione, una depurazione per così dire, e si dirige più indietro, alla ricerca dell’essenza vitale prima ancora che si cristallizzi nel simbolo. E’ con questo slancio, con questa tensione energica che nascono i “versi”, i “ricordi”, le sue “memorie” di luce. Dittici o polittici nei quali una pittura ricchissima di concrezioni materiche dialoga con slavature di colore che si compenetrano, si celano e si manifestano in continue melodie. Temo di entrare troppo nell’alveo dei segreti custoditi gelosamente da ogni artista, ma sono curiosa, così le chiedo cosa utilizza per ottenere il valore quasi corporeo dei quadri. La ricchezza materica è realizzata a partire dalla mescolanza di consistenze diverse, mi dice. Aseguito di lunghe sperimentazioni, l’unione di sostanze quali il legno, la pomice e molte altre ancora, si arriva ad ottenere una qualità preziosa e raffinata della superficie. Quasi da accarezzare. La preziosità luministica è ottenuta attraverso l’impiego di colori cangianti e riflettenti non in commercio in Italia, che arricchiscono la tavolozza di bagliori verdi, rosa, arancio. La realtà fisica della materia, pienamente esposta allo sguardo, e la realtà spirituale del colore si riunificano percettivamente in una totalità necessaria, che non ha più bisogno di simboli. L’artista dunque, insegue l’essenza della luce, di quel principio vitale che dà forma e sostanza a tutte le cose, che nasce e diviene, sempre se stesso e mai uguale. «Ecco l’efflusso dell’anima,/L’efflusso dell’anima arriva dall’intimo, attraverso porte velate di ombra, e ognora propone domande,/Questi aneliti perché mai sono? questi pensieri nel buio perché sono mai?». I versi con cui Walt Whitman ha glorificato la vita attraverso la poesia in Leaves of grass sembrano ricostruire liricamente l’essenza dell’arte di Sulcanese, per la quale l’astrazione non è riflessione impietosa sull’ineluttabilità del divenire, anzi. Si tratta invece, di una celebrazione sacra della vita stessa, lungo le vie di nuove intensità espressive. Con coerenza appassionata la sua ricerca non si nutre di violenza gestuale istintiva ma, alimentata dall’ “imperativo categorico della necessità interiore” di kandinskyiana memoria, è frutto di un lavoro paziente e meditato. Ecco allora che l’indagine condotta sulla e nella luce, vuole essere ricerca dell’essenza, del principio creatore del visibile e dell’invisibile. La materia, il colore, il gesto possiedono un intimo e pulsante anelito alla vita: i suoi dipinti sono un canto elevato verso ciò che misteriosamente e innegabilmente lega l’io all’universo. La nostra lunga conversazione tocca più volte il tema dell’onestà intellettuale di chi fa arte oggi. Lei è un’artista leale, coerente che, dopo aver lavorato molto per la televisione, conosce bene i meccanismi dello sguardo e della percezione. Animata da un’energica autocoscienza che la accompagna in ogni direzione di ricerca, Sulcanese ha esposto all’interno di spazi privati e pubblici sia in Italia che all’estero. Di assoluto rilievo le sue presenze, a partire dal 1995, in varie località dell’Abruzzo e poi a Roma, Padova, Bruxelles, Wolfsburg, Toronto, Basilea, Ginevra. Le sue opere, ospitate in diversi musei e collezioni private, hanno ottenuto premi e riconoscimenti nel panorama artistico internazionale. E l’artista attraversa queste vicende della sua carriera con un’autenticità priva di contraddizioni, dettata dall’esigenza di aderire alla propria coscienza. I dialoghi di materia, segni e colori che innervano le superfici delle tele, generano uno spazio insieme pittorico e contemplativo. In un presente frammentato per il moltiplicarsi dei canali di comunicazione, crollate le grandi narrazioni, distrutti «i concetti classici di continuità» per dirla con l’Umberto Eco di Opera Aperta, c’è sempre meno spazio per la consapevolezza del sé individuale e sociale. Le opere dell’artista abruzzese catturano, rapiscono sensi e mente e diventano occasioni meditative: una sorta di oasi silenziosa ma vitalissima in cui tornare a esercitare l’abitudine al pensiero e alla riflessione che il mondo post-moderno ci ruba. Serbo un pizzico di sarcasmo per la fine del nostro colloquio e provocatoriamente chiedo all’artista che senso ha fare arte oggi. Con profondità concettuale e temperamento energico, proprio come i suoi dipinti, mi spiega che un continuo desiderio di esplorare la vita la lega intimamente all’arte. Nel momento in cui questa tensione finirà non avrà più senso occuparsi di arte. Non c’è dubbio che la sua carriera conoscerà ancora sviluppi e aperture di grande valore: merita quindi di essere seguita con attenzione. Sono spalancate al futuro le tante possibili declinazioni di una ricerca artistica così viva e pura, qual è quella di Mariantonietta Sulcanese.


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