Appunti di VIAGGIO. La Yugoslavia prima della guerra civile.

25 11 2008








Testo e foto
di ANTONIO MASSENA

Estate 1975: tarda mattinata, il traghetto salpa dal porto di Pescara in direzione di Spalato. In sei, giovani studenti con sacchi a pelo, tende, l’occorrente per un mese e forse più stipato all’inverosimile negli zaini e con l’equivalente di centomila lire in dinari, partiamo con l’intenzione di girare buona parte della Yugoslavia in l’autostop. Per risparmiare, il viaggio lo facciamo sul ponte del traghetto. Io trovo una sistemazione decente nei pressi della porta della cucina. Fa caldo, però complice la brezza del mare, ma soprattutto l’inizio dell’avventura ce lo dimentichiamo ben presto. Da una tasca dello zaino tiro fuori un bel po’ di perline colorate, fili di cuoio e di rame, comincio a realizzare qualche collana e qualche braccialetto: chissà forse riesco a tirar su qualche lira. Il tempo passa velocemente e siamo quasi arrivati all’isola di Sant’Andrea, situata a metà strada fra Pescara e Spalato nel bel mezzo dell’Adriatico, che sentiamo rumori strani provenire dalla pancia della nave. Dal ponte si percepiscono meglio. Chiediamo ad un marinaio di passaggio: uno dei due motori è fuori uso per cui si dovrà procedere con un’andatura notevolmente ridotta. L’arrivo era previsto per le 19. Non ci pensiamo più di tanto. Nel frattempo il mio commercio procede. Speravo di recuperare un po’ di soldi e invece alla fine della serata mi sembra di aver fatto la spesa: un bel pezzo di parmigiano, una bottiglia di Johnny Walker black label, una stecca di Marlboro, due salami e qualcos’altro che non ricordo. Insomma, avevo barattato collanine e braccialetti con generi alimentari e di conforto! Sarebbero stati utilissimi nel resto del viaggio. Sono quasi le 20.30 ma di Spalato nemmeno l’ombra. Cominciamo ad essere stanchi, il caldo e l’umidità si fanno sentire. Alle 22.30 arriviamo. Disbrigo pratiche doganali, controllo passaporti e ci ritroviamo sul molo del porto di Spalato. Impensabile raggiungere il campeggio a quell’ora per cui decidiamo per un alberghetto lì nei pressi. Una sistemazione davvero sui generis, ma allora chi ci faceva caso? L’indomani mattina, cartina alla mano, controlliamo l’itinerario che avevamo deciso di percorrere – almeno fino a un certo punto – poiché l’idea era quella di raggiungere alcune località come Korcula, Dubrovnik, Mostar, Sarajevo. Il seguito del viaggio sarebbe nato successivamente. Raggiungemmo per prima l’isola di Korcula e trovammo sistemazione in un campeggio. Non avevamo mai visto un mare così limpido e pulito, eppure era sempre l’Adriatico. Un po’ di giorni a goderci il mare sulle isolette prospicienti Korcula e a mangiare pesce per pochi dinari. E poi via, di nuovo sul traghetto. Appena giunti a terra decidiamo di raggiungere Dubrovnik con l’autostop: non avevamo capito che lì questo modo di viaggiare non funzionava ed era estremamente pericoloso. Dopo circa quattro ore di tentativi infruttuosi, decidiamo di muoverci con l’unico mezzo pubblico disponibile, l’autobus. Diamo un’occhiata agli itinerari e ci accorgiamo che possiamo raggiungere tutte le località che avevamo ipotizzato di visitare. Un profumo intenso e speziato ci accompagnerà per tutto il nostro viaggio: quello di raznici (spiedini di carne, cipolle e peperoni) e cevapcici (polpettine di carne) alla griglia – che venivano cotti e venduti ovunque. Ci mettiamo in fila per acquistare i biglietti e alla fine saliamo su un automezzo abbastanza decente. Dalla tasca di ogni sedile vediamo spuntare sacchetti di plastica nera, all’inizio non capiamo ma basterà poco per comprenderne l’utilizzo: strade strette, una serie interminabile di curve e gli autisti che hanno una guida a dir poco disinvolta. Raggiungiamo Dubrovnik stremati, cerchiamo un posto dove piazzare le tende e poco dopo cominciamo a girare per il centro storico: prima tappa le mura. Sono un po’ stanco, e mentre gli altri proseguono, mi stendo su una panchina a riposarmi. Passano pochi minuti e un poliziotto, sbucato chissà da dove, interrompe il mio sonnellino e mi intima di alzarmi: mi fa capire che non ci si può stendere, le panchine servono per sedersi. Mi rialzo e raggiungo gli altri. La parte storica è davvero meravigliosa, le mura possenti che si affacciano sul mare lunghe oltre 2 km, le piazze pavimentate in marmo, le case dall’inconfondibile stile veneziano, i pozzi, le ripide vie acciottolate. Giriamo ancora un po’ e poi raggiungiamo la stazione degli autobus per cercare gli orari per Mostar. L’autobus parte alle 21.30. Forse ce la facciamo. Raggiungiamo di corsa le tende, le smontiamo e velocemente prepariamo gli zaini. Sempre di corsa verso la stazione per metterci in fila per acquistare i biglietti. Arriva il nostro turno e l’impiegato di là dal vetro mi dice che i posti sono finiti. Gli dico che siamo disposti a viaggiare in piedi. Niente da fare. Bisogna aspettare il prossimo autobus che partirà l’indomani alle 6. Decidiamo di aspettare lì. Verso le 23 tiriamo fuori i sacchi a pelo e ci stendiamo, uno di fianco all’altro, nei pressi della biglietteria. Ci addormentiamo ma dopo poco sentiamo Marco urlare. Poliziotti con lunghi manganelli avevano preso a bastonarlo e stavano passando al successivo o alla successiva, non ricordo chi fosse sdraiato dopo Marco. Ci sfiliamo velocemente dai sacchi a pelo e ci alziamo. Non si può bivaccare lì. Se vogliamo, dobbiamo aspettare l’autobus in piedi. Non era forse meglio dircelo senza manganellarci? La notte è lunga ma alla fine acquistiamo i biglietti e saliamo sull’autobus. Arriviamo a Mostar: una veloce visita, ci soffermiamo sul Ponte Vecchio. E’ davvero meraviglioso. Chi mai avrebbe immaginato che nel 1993 (dopo 427 anni dalla sua costruzione) sarebbe stato bombardato e distrutto… La Torre di Tara, la Torre dell’Orologio,… Prendiamo al volo un altro autobus che ci porta a Sarajevo. Lì avevamo deciso di rimanere un po’ di giorni. Non dimenticherò mai il centro di Sarajevo, il quartiere musulmano, con i suoi suoni, i sapori, le moschee. Vogliamo visitare la moschea principale. Entriamo nel cortile, ci togliamo le scarpe e ci laviamo i piedi. Appena varcato l’enorme portone d’ingresso: “italiani fascisti e figli di p….” Le parole provengono dalla bocca di chi riteniamo essere il custode. Dopo un po’ ci spiega che durante l’ultimo conflitto mondiale di lì era passato l’esercito italiano e aveva fatto man bassa di tappeti e non solo, distruggendo tutto ciò che incontrava. Gli spieghiamo che sono passati molti anni, che non solo noi non c’entriamo nulla, ma che anzi siamo contrari a tutto quello che è successo trent’anni fa. Si calma un po’, riusciamo a dare un’occhiata veloce alla moschea e usciamo tuffandoci nel dedalo di vicoli e stradine di quel quartiere che ha conservato i sapori del passato. Lasciamo Sarajevo e passando per Banja Luka raggiungiamo Zagabria. Città industriale, con una periferia cresciuta in fretta e soffocante. Un giorno di riposo e decidiamo di scendere verso la costa per raggiungere il Parco Nazionale di Plitvice. Verde, laghi, aria, colori intensi e profumi familiari. Un po’ di giorni lì ci faranno bene. Il luogo è meraviglioso anche se la nostra permanenza è martellata da una pioggia incessante che penetra ovunque: tende, sacchi a pelo, vestiti. Ultima tappa, prima di rientrare in Italia, Rijeka (Fiume). Una giornata in una camera in affitto e l’indomani arriviamo a Trieste. Lì ci dividiamo, i miei amici fanno ritorno a Pescara io decido di andare a Trento a trovare i miei nonni. Un po’ di ore di viaggio in treno e arrivo a Trento. Chissà come saranno contenti, è un po’ di tempo che non li vedo. Arrivo sotto casa loro e davanti al portone incontro tutti: i miei genitori, i miei zii, i miei cugini. Tornavano dal funerale di mio nonno.





Il caso di Adelchi Serena. Come trasformare un burocrate in un criminale contro l’umanità.

25 11 2008

di WALTER CAVALIERI
e FRANCESCO MARRELLA

Torniamo volentieri sulla figura di Adelchi Serena in relazione ad uno degli argomenti messi sul tappeto in occasione delle schermaglie pseudo-storiche relative alla intitolazione della piscina comunale dell’Aquila. Si tratta, è vero, di una polemica di bassa lega, vecchia e forse superata, che tuttavia è rimasta scritta, come un nauseante sedimento, su decine di siti Internet italiani e stranieri dove ancora oggi si può leggere – provare per credere – che Serena fu un criminale di guerra, un persecutore di ebrei, uno spietato comandante di un campo di concentramento. Ancora un anno fa, sulle pagine del quotidiano “Il Centro” una esponente della Sinistra democratica aquilana dichiarava con grande sicurezza che Serena “ha condiviso in pieno la svolta razzista ed ha tutte le responsabilità della razzia nel ghetto di Roma.” Ora, a parte il fatto che nell’ottobre 1943 Serena era appena rientrato in Italia dalla Croazia dove era stato inviato per punizione dalle cricche affaristiche e filo-naziste del regime, ed era nascosto a Roma dove i tedeschi lo braccavano non intendendo egli aderire alla Repubblica Sociale, ci sarebbe molto da dire su chi condivise in pieno la svolta razzista del 1938. Se la gentile signora si fosse preso appena l’incomodo di scorrere i nomi delle 360 personalità che firmarono il cervellotico “Manifesto della Razza” che aprì la strada alla legislazione razziale, non vi avrebbe trovato quello di Adelchi Serena e sarebbe stata indotta ad una maggiore prudenza. Per sua informazione e forse con sua sorpresa, avrebbe trovato invece i nomi di Giorgio Bocca, di Amintore Fanfani, di Agostino Gemelli, di Walter Molino, di Ardengo Soffici e di tanti altri “insospettabili”. La circostanza che Serena non abbia mai aderito interiormente alle leggi antisemite (che definiva in privato “delle pagliacciate”), è comprovato dal fatto, testimoniato e documentato, che lui stesso intervenne in favore di cittadini ebrei, chiedendo nei loro confronti un allentamento delle restrizioni; e non è secondario che frequentasse di nascosto il suo dentista (un ebreo di nome Piperno), che fosse amico di un suo condomino polacco ebreo, poi suicidatosi (di nome Link) e che il figlio primogenito, Giuseppe (assieme al figlio di Ciano), frequentasse coetanei ebrei. Questo caso illustra in maniera esemplare il modo in cui spesso la storia viene piegata alle necessità contigenti della politica, sfruttando l’ignoranza della gente e la scarsa eticità dell’informazione. Ma quando la storia viene manipolata dagli storici, cioè da coloro che avrebbero il compito di studiarla a fondo e di farla conoscere, il fatto è molto più grave e preoccupante. E per questo riteniamo doveroso darne conto ai lettori di “Senzatitolo”. Alcuni anni fa, sempre nell’ambito delle polemiche di cui sopra, un nostro anziano ed autorevole collega sostenne il teorema di un Serena “criminale nei confronti dell’umanità” basandosi sul fatto che egli avrebbe diretto il campo di concentramento di Campagna (Salerno) e avrebbe sollecitato per iscritto misure tese a comprimere le libertà degli internati. In proposito vanno chiariti pochi punti sufficienti a vedere la questione in modo un tantino diverso: 1) con lo scoppio della II Guerra Mondiale, tutti i paesi partecipanti al conflitto adottarono misure d’internamento a carico di cittadini considerati a vario titolo potenzialmente pericolosi per la sicurezza nazionale (cittadini stranieri, avversari politici, sospetti di spionaggio, ebrei, zingari, etc.); 2) il governo fascista, che già prima della guerra aveva fatto largo uso del confino di polizia come mezzo di prevenzione contro gli avversari politici, istituì in Italia una quarantina di “campi di concentramento per persone ostili al regime e pericolosi nelle contingenze belliche”, localizzati per ragioni di sicurezza soprattutto nelle zone interne dell’Italia centro-meridionale e in alcune piccole isole: 3) questi “campi” erano in realtà dislocati all’interno o nelle vicinanze dei centri abitati o ospitati in case private, vecchie scuole, capannoni, ville, conventi ed edifici dismessi. Essi dunque, a parte il nome, non avevano assolutamente nulla in comune con i famigerati lager nazisti ed anzi offrivano, almeno fino al 1943, discrete condizioni di vita. Nei limiti del regolamento era consentito uscire, passeggiare in paese, avere contatti con la popolazione locale, mangiare in trattoria, andare al cinema, partecipare a cori, prendere libri in prestito. Agli ebrei, persone generalmente colte e distinte, veniva spesso riservato un trattamento migliore che non agli zingari o agli slavi; 4) a differenza di quanto avveniva nelle zone di occupazione, dove i campi d’internamento dipendevano dall’autorità militare, l’internamento in patria era affidato al ministero dell’Interno e dunque ciascun campo era diretto da un funzionario di polizia o da un podestà e ogni provincia destinata ad accogliere “internati civili di guerra” era divisa in zone giurisdizionali, ciascuna presieduta da un ispettore di pubblica sicurezza che compiva visite periodiche di controllo, riferendo alle autorità superiori. 5) in alcuni “campi” abruzzesi come quello di Città Sant’Angelo, il direttore ridusse la libertà di uscita per timore che gli internati potessero diffondere idee antifasciste. In altri casi, come alla Badia di Corropoli, il direttore intervenne per bloccare il commercio speculativo di pacchi della Croce Rossa internazionale tra internati e persone del luogo. Ma talvolta (come a Civitella del Tronto e Corropoli) furono le stesse popolazioni locali a chiedere che venisse ridotta la libertà di movimento degli internati; 6) nell’ottobre 1941, su segnalazione di alcuni ispettori, il segretario del PNF Serena denunciò al capo della Polizia Carmine Senise l’eccessiva libertà di cui godevano i circa 160 internati politici, in gran parte ebrei maschi di varie nazionalità, nel campo di concentramento di Campagna (nell’entroterra salernitano, tra i primi in ordine di grandezza dopo quello calabrese di Ferramonti), diretto dal commissario Eugenio De Paoli. In quel “campo” (in realtà due vecchie caserme riadattate alla bisogna) si era messo in moto un circolo di contatti, amicizie, rapporti, che coinvolgevano anche il podestà e le autorità fasciste, le quali chiudevano sistematicamente gli occhi sulle norme che limitavano gli spostamenti degli internati ed i loro contatti con gli abitanti. Nel corso dei tre anni di funzionamento del campo, un circuito di protezione e aiuto coinvolse l’intera cittadina : nel campo esisteva una piccola biblioteca, una squadra di calcio che giocava periodicamente con squadre esterne, un bollettino degli internati ciclostilato in tedesco. Alcuni internati avevano affittato camere presso famiglie e impartivano lezioni di lingue straniere agli studenti del luogo. Funzionava anche una piccola sinagoga, e accadeva di vedere il vescovo e il podestà partecipare alle feste ebraiche accanto al rabbino. Un ruolo essenziale nel determinare questa situazione ebbe il vescovo di Campagna Giuseppe Maria Palatucci, su invito del quale un pianista internato suonava l’organo in Chiesa durante la messa domenicale. Tuttavia vi erano state rimostranza perché alcuni internati uscivano anche di notte, ubriacandosi e recando fastidio alla popolazione. Dunque, alla luce di quanto si è detto, in nessun caso Adelchi Serena avrebbe potuto ricoprire il ruolo di comandante di un campo di concentramento e la sua iniziativa nei confronti del Capo della Polizia non ebbe nulla di straordinario, dal momento che era prassi politicoburocratica che, stante anche la contingenza bellica, da parte delle autorità si richiamasse ad un maggior rigore verso internati e confinati politici. Se poi qualcuno vorrà insistere nella tesi di Serena “criminale contro l’umanità”, non farà che confermare il vecchio aforisma di Samuel Butler secondo il quale “Dio non può cambiare il passato, ma gli storici sì.” Ciò chiarito (fino a prova di smentita) riguardo alle responsabilità personali di Adelchi Serena, ci sembra doveroso aggiungere che, proprio perché in nessun modo paragonabili con quelli italiani, i terribili lager nazisti hanno prodotto sempre l’effetto di minimizzare le responsabilità del fascismo e di riabilitare Mussolini come un dittatore benevolo, fino al punto che un Presidente del Consiglio notoriamente bizzarro e verbalmente sconsiderato si permise qualche anno fa di dichiarare al giornale inglese Spectator che “Mussolini non ha mai ammazzato nessuno e mandava gli antifascisti in vacanza al confino”. Per questo motivo, dopo aver dato a ciascuno il suo, vogliamo riaffermare anche in questa sede che l’esistenza di campi di internamento in Italia, per quanto non accostabile al modello tedesco, rappresentò comunque una dura offesa alla dignità di migliaia di uomini privati della loro libertà. “Nessuno veniva affamato, torturato,ucciso o maltrattato – ha scritto un ebreo apolide internato a Tortoreto – ma, pur tuttavia, eravamo privati della libertà… L’incertezza e l’inutilità della nostra situazione, la totale mancanza di qualsiasi prospettiva, la noia di quell’esistenza, s’insinuavano giorno dopo giorno tra le pieghe dell’animo. Eravamo come sospesi nel nulla.” Pertanto, senza voler considerare le violenze e le deportazioni successivamente perpetrate dal brutale fascismo di Salò (al quale, come detto, Adelchi Serena è totalmente estraneo), il giudizio sull’internamento perpetrato dal 1940 al 1943 non può dunque che essere negativo e senza attenuanti.





Notizie dal Gran Teatro del Mondo/6. Sogni di notti di mezza estate.

25 11 2008








di ERRICO CENTOFANTI

La vita è sogno, come per Calderón? E, noi siamo fatti veramente della stessa sostanza dei sogni, come Shakespeare fa dire da Prospero? Intendendo “sogno” nel senso di “immaginazione”? Cioè dell’aprire gli occhi sulla realtà possibile, mescolando tracce di passato e presentimenti di futuro? In “Sogno d’una notte di mezza estate” (atto V, scena I), Teseo dice che «il matto, l’innamorato e il poeta, sono tutti fatti d’immaginazione». Ma, “siamo tutti” fatti d’immaginazione, se Cartesio non sbaglia, quando sostiene che ogni uomo, nel sognare, non è diverso dai matti, i quali, poi, sarebbero i veri saggi, come il Fool del “Re Lear” c’insegna. Siamo o non siamo della stessa sostanza dei sogni e la vita sia o non sia nient’altro che sogno, sta di fatto che il disperante montare di ruvidezza del nostro tempo induce sempre piú il nostro lavorio psichico a confortarci col sognare, anche quando non stiamo dormendo. Tanto meglio se a proiettarci in un sogno, quale che esso sia, provvede il suadente armamentario di una serata di spettacolo. Sognare: forse, è lo spettacolo agito all’aperto che ce ne offre la piú desiderabile delle opportunità, grazie all’impareggiabile dialogo che le magie prorompenti dai palcoscenici riescono a intessere con le emozioni serpeggianti tra gli spettatori adunati sotto le stelle e il chiaro di luna. Quelli deputati allo spettacolo sono luoghi speciali: àmbiti spaziali determinati non solo materialmente ma anche idealmente. Non sono solo spazi euclidei, cioè quelli fatti per gli oggetti della realtà, dotati di dimensioni e individuati da una specifica posizione, ma anche spazi metafisici, dove si sviluppano processi mentali complessi, indotti dalla fattualità che vi si rappresenta e, nel contempo, dal substrato emozionale che vi si è sedimentato fin dal loro costituirsi e che quotidianamente s’arricchisce. Lo spettacolo “en plein air” è tutt’altra cosa rispetto a quello dei luoghi canonici, cioè dei teatri dove tutto – scena e spettatori – sta al riparo di un solido tetto: i luoghi teatrali dell’estate dispongono di una specificità aggiuntiva, sempre che non si tratti di strutture anonime e temporanee, prive d’una loro stratificazione di vissuto e d’una ben definita personalità ambientale e/o architettonica. Ad apprestare la specificità aggiuntiva provvede la cornice, fatta della volta celeste e dell’insieme dell’ambiente circostante, il che anima quel quid specialissimo in virtú del quale la tavolozza per la fabbricazione dei sogni acquisisce una gamma di potenzialità d’inarrivabile entità. Ciò, ovviamente, ha un prezzo in termini di qualità artistica, la quale, per una molteplicità di ragioni, quand’anche sia d’alto profilo, non può comunque competere con i risultati raggiungibili al chiuso. Ma, d’estate, qualche sacrificio sul piano delle raffinatezze interpretative val bene la posta: la suggestione delle ambientazioni e le atmosfere create dal pubblico consentono d’integrare gli spettacoli proposti sulla scena con ulteriori e non trascurabili fattori emozionali. È cosí che a teatro, sopra tutto d’estate, si finisce col ritrovarsi sempre dentro un sogno. Ecco dunque la cronaca d’una manciata di notti di mezz’estate e dei differenti modi di sognare che ne sono scaturiti. Il primo sogno ha per scena un tappeto magico, ormeggiato nell’aria densa che sostiene la stelle sfavillanti e un pallido quarto di luna sopra i tetti di Bari vecchia, tra le cuspidi abbaglianti della Cattedrale di San Sabino, il solenne cassero di San Nicola, che pare pronto a lasciarsi andare all’abbraccio con le onde dell’Adriatico, gli aloni dei riflettori che vestono di luce cortine e bastioni del Castello Svevo. I vapori della vita che brulica giú, nel profondo di vicoli e slarghi, spingono in alto gli echi dell’orchestra in prova nella frescura ovattata del ventre del Piccinni e i sussulti di bronzo dei campanili che marcano il confine tra spazi dell’anima e signoria della carne. Il tappeto magico è l’imprevedibile giardino dei sogni allestito da una meravigliata e meravigliante sapienza teatrale in cima a Santa Teresa dei Maschi. Sotto, ci son tre piani di solida pietra, pensati in forma di casa religiosa e poi aggiustati col lavoro stratificatosi nell’arco di mezzo millennio. Nelle labirintiche concatenazioni di sale e salette di quei tre piani, abitano a decine di migliaia i ben accuditi pargoli della Biblioteca Provinciale: sogni radicati nella carta e nelle pergamene, che tengono in piedi l’edificio morale di una gran macchina della conoscenza. Ogni tanto, i sogni che stanno dentro quei libri vaporizzano e guadagnano la vetta della loro casa, mettendosi a raccontare se stessi sul palcoscenico che aduna dinanzi a sé sognatori d’ogni specie e d’ogni età, ordinatamente spalmati sulla cavea. M’avevano chiamato lí per imprimere una forma non cerimoniosa al debutto di uno degli ultimi condensati di sogni approdati in Biblioteca: “La sesta corda”, cioè il libro che Nicola Giuliani ha costruito, con elegante spiegamento di meticolosità indagatrice e creatività narrativa, intorno alla figura del suo antenato Mauro, celebrato virtuoso della chitarra e raffinato compositore, che di sé innamorò in primo luogo i viennesi e poi Haydn, Rossini e larga parte dell’Europa a cavallo tra Settecento e Ottocento e che, con le sue composizioni, seguita a manifestarsi brillantemente un po’ ovunque nel mondo (ma con piú scarsa fortuna nella distratta Italia d’oggi). Ho ordito l’evento interpolando nella modalità di un piccolo cammeo teatrale gli ingredienti preziosi e stimolanti che avevo a disposizione: la lettura di brani del libro, dispiegata dalla voce ammaliante di Paola Gassman, l’animazione dell’epistolario del compositore, densamente sviluppata da Fabio Sartor, l’esecuzione di musiche (ovviamente di Mauro Giuliani), condotta dall’affascinante chitarra di Massimo Scattolin e dagli archi di quattro valorosi giovani pugliesi, la conclusiva ricucitura delle tessere del viaggio compiuto intorno al musicista e al suo tempo, svolta dal musicologo Nicola Sbisà. Il pubblico s’è lasciato prendere nel carezzevole vortice del viaggio, ben volentieri acconciandosi a sognare i volti, i dolori, le gioie, le scenografie e i costumi di quel che la musica e le parole gli andavano raccontando, a cominciare dall’evocazione dell’orchestra che a Vienna, l’8 dicembre del 1813, eseguiva per la prima volta la Sinfonia n. 7, con gli occhi di Beethoven intenti a carezzare compiaciuti l’ineccepibile andirivieni delle mani di Mauro Giuliani sul violoncello affidatogli per quella storica serata. A un sogno tutto giocato sull’andirivieni tra passato e presente se n’avvicenda uno piú complesso, propiziato da quel frammento della Londra elisabettiana che, nel verde di Villa Borghese, è stato reinventato secondo un’intuizione di Gigi Proietti e per iniziativa della Fondazione Silvano Toti: il Globe Theatre. Questa è una copia della ricostruzione moderna del Globe, inaugurata a Londra nel 1997, in prossimità del luogo dove la compagnia di Shakespeare aveva edificato il suo Globe, distrutto da un incendio nel 1613, poi subito ricostruito e infine demolito nel 1644. Come era accaduto per il nuovo edificio londinese, la copia romana riproduce, con qualche inevitabile approssimazione architettonica e innovazione tecnologica, le caratteristiche dell’originale: pianta circolare, struttura in legno massiccio, palcoscenico e i tre ordini sovrapposti di posti a sedere al coperto, platea a cielo aperto, nella quale gli spettatori anticamente stavano in piedi e adesso s’accucciano come possono su cuscini e coperte o sulla nuda pietra. Fa un gran caldo, lí dentro, e le panche delle balconate non sono l’empireo della comodità, ma l’atmosfera è ineccepibilmente da sogno. In scena c’è il Re Lear, con Ugo Pagliai nel ruolo del titolo e una trentina d’attori che gli fanno corona. Ma recitiamo tutti, anche il migliaio e passa di noi spettatori, intrigati dal sognare d’essere il medesimo pubblico che in un pomeriggio d’inizio Seicento stava quasi a contatto di gomito con il quarantenne Shakespeare, indaffarato col debutto di quel suo ennesimo capolavoro. Del resto, sulla bandiera del Globe antico non c’era forse scritto «Totus mundus agit histrionem» (Tutto il mondo recita)? Nel Lear, ambita “prova regina”, come Amleto, del valore d’ogni grande attore, campeggia quel sempiterno conflitto tra potere e sentimenti che è di Antigone, di Homburg, di Wallenstein. Pagliai lo affronta con sobria e potente autorevolezza. Disegna con lucida sapienza tecnica e magistrali ombreggiature espressive il progressivo spogliarsi di Lear dalle false sicurezze del potere e il suo pervenire, nel travagliato finale di vita, a un desolato ripiegamento nel cruccio per l’ormai irrimediabile incomprensione troppo a lungo opposta a quella disposizione all’amore privo d’orpelli che, nel fugace panorama della condizione umana, offre in realtà l’unica sostanza salvifica. Nella conchiglia del Globe romano, che urge verso l’emozionalità del sogno d’identificazione collettiva con epoche trapassate, Pagliai, astenendosi dalle semplificazioni da “spettacolo estivo”, cesella con perentoria lucidità la traiettoria esistenziale del suo personaggio, agisce magnificamente per indurre ciascuno a traslare il sogno verso la comparazione critica tra la propria interiorità e quella metafora scenica atemporale che ne è Lear. La recitazione, qui, rendendosi testimonianza esemplare del proprio primario dovere di complanarità tra significante e significato, trasporta ognuno verso il sogno del fare i conti con se stessi. Altre volte, v’è bisogno di sogni consolatori, rassicuranti, capaci di riannodarci alla convinzione che l’umanità non abbia del tutto smarrita l’attitudine a saper spegnere il buio delle proprie aberrazioni. Niente di meglio, allora, del lasciarsi andare a sognare dentro l’Arena di Verona, magari con l’Aida, che ne è lo spettacolo-simbolo. Súbito accantonata l’edizione dell’anno scorso, firmata da Zeffirelli, a causa degli iperbolici costi che avevano sparpagliato un effervescente strascico polemico, l’Arena è prudentemente tornata a riproporre il suo primo allestimento, quello del 1913. Spettacolarità assai meno vistosa, pur se comunque confacente al gigantismo del contenitore, e dignitosa prova di masse e solisti, il cui unico esito poco felice sta nel parossistico kitsch della coreografia. Ma, l’Arena è l’Arena: ci si va sopra tutto per immergersi nell’ineguagliabile spettacolo espresso dall’animazione dei suoi piú di diecimila posti a sedere. Lei sta lí da duemila anni, con la sua imponente e incrollabile struttura: 123 metri al diametro minore e 152 per quello maggiore. Tramontata l’epoca imperiale dei giochi gladiatorii, tra il Medioevo e il Settecento ospitò giostre e tornei. Nell’Ottocento fu la volta degli spettacoli di prosa. Poi, nel 1913, con la messinscena dell’Aida realizzata in occasione del centenario della nascita di Verdi arrivò il momento di quella svolta che ne ha fatto il primo vero e piú importante teatro lirico all’aperto del mondo. Anche qui, lo svolgimento dei fatti sul palcoscenico è innescato dalla collisione tra ragion-di-stato e aspirazioni personali. L’amore tra Aida, schiava etiope, e Radamès, condottiero delle armate egizie, ne viene travolto e, dopo il gran profluvio di flabelli e cavalcature in carne e ossa, di marce trionfali e faraoniche spettacolarizzazioni, Verdi riconduce tutto alla desolata contemplazione dell’inanità dei singoli di fronte a quello spietato rullo compressore che è il potere non generato dalla sovranità popolare. A un certo punto, il sogno, qui, deraglia dai binari tracciati dallo spettacolo e indugia sui volti di quel mare di persone che, gomito a gomito sugli spalti, raccontano provenienze da tutti i continenti, non si trasformano in una foresta di diversità confliggenti, sanno mantenersi tranquille e serene e nelle espressioni plaudenti s’abbandonano alla felicità di una incondizionata condivisione. Il sogno, allora, procede con il desiderare un repentino subentrare di un finale alternativo, di una conclusione che finalmente proponga una realtà reinventata a misura d’uomo, liberata da autocrati e schiavizzati, da guerre e contrasti etnici. Poi, sulla scena arriva il finale vero e il sogno s’infrange sugli scogli del richiamo alla realtà. Lo spettacolo è finito: via, verso una nuova opportunità, verso un nuovo sogno. C’è un fil rouge tra l’immaginazione che scomponeva e ricomponeva l’Aida dell’Arena e questa serata incastonata in uno dei borghi federatisi a metà del Duecento per fondare la città dell’Aquila. Di Palazzo Palitti a Poggio di Roio e degli alberi e dei prati che gli stanno d’intorno, Claudio Di Scanno ha fatto la scenografia per una sua densa trasposizione scenica dei Giganti della Montagna. Pirandello costruisce questa sua “opera aperta” facendo perno su quello che nell’Aida è il tema conclusivo. Lo rende piú esplicito e piú incisivo, però, dilatandone la prospettiva da soggettiva a collettiva e assestandolo su una tonalità ben piú profonda e drammatica. Dall’alto della loro inaccessibile separatezza e della loro smisurata potenza economico-tecnologica, i Giganti incombono sul fragile universo della comunità degli Scalognati e della compagnia teatrale della Contessa, l’una e l’altra miscugli di matti, innamorati e poeti, cioè metafore di tutti i senzapotere. Ma, gli Scalognati sono lucidamente consapevoli d’essere perdenti, di non avere scampo a petto dell’inflessibile incedere dei Giganti, laddove, invece, tutti gli altri senza-potere, a cominciare dagli attori della Contessa e ivi compresi gli spettatori, si cullano nell’illusione di poter contrastare o, quanto meno, di poter trovare accomodamenti con i Giganti. Il congiunto impegno di due tra i migliori soggetti produttivi abruzzesi, Drammateatro e Florian, assicura allo spettacolo la magnetica e struggente Contessa di Susanna Costaglione, il demiurgico Cotrone di Emanuele Vezzoli, l’apporto di un invidiabile lotto d’altri attori e il sostegno d’una efficientissima squadra tecnica. L’elaborazione drammaturgica e la regia di Claudio Di Scanno danno intensa e sfavillante sostanza scenica al dettato pirandelliano, sfumandolo e integrandolo con avveduta misura, laddove opportuno o necessario, e infine fissando sul palato il sapore di un’acutezza interpretativa e di una felicità creativa che ne fanno, a prescindere dalla sproporzione tra risorse umane e materiali rispettivamente disponibili, un esempio capace di sostenere senz’ombra di soggezione il confronto con il memorabile allestimento firmato da Giorgio Strehler. Allorché La Sgricia deve lanciare alla Contessa quella sua battuta proverbiale («Tu forse ti credi ancora viva?»), una squillante manipolazione della partitura pirandelliana chiama il personaggio a rivolgersi a tutti, e in primo luogo agli spettatori, con un inquietante «Voi forse vi credete ancora vivi?». È in qualche modo lo stesso dubbio che pervade Demetrio nel “Sogno” shakespeariano (atto IV, scena I): «Ma siete sicuri che siamo svegli? A me pare che ancora stiamo dormendo e sognando». Un sogno amaro, come la condizione umana. E, tuttavia, non disperato. Perché la lucida (e perciò, inevitabilmente, amara) consapevolezza dello stato reale delle cose è la forza che ci salva: spinge a non lasciarsi sedurre dalle illusioni, evita di farsi schiacciare dal disincanto, salvaguarda l’integrità della voglia di concorrere a ingrandire, passo dopo passo, quella farmacia delle coscienze con cui i matti, gl’innamorati e i poeti seguitano, da secoli, a scongiurare il prevalere definitivo dei Giganti d’ogni epoca e latitudine. È la forza dell’immaginazione che ci rende liberi. Chi non ci crede, s’accontenti di rifugiarsi nella rassicurazione offertagli da Puck (“Sogno”, atto V, scena II): «Se noi ombre vi abbiamo irritato, perdonateci e immaginate d’esservi assopiti mentre apparivano quelle visioni della fantasia […] Nient’altro che un sogno vi abbiamo offerto».





Editoriale

25 11 2008

di ANTONIO MASSENA

“L’Aquila città della cultura”: oggi, ha ancora senso parlarne? È in grado la città di continuare ad essere punto di riferimento culturale non solo per la regione ma, in alcuni ambiti, anche per l’intera nazione? Esiste tuttora quella indispensabile coscienza civile per comprendere che la cultura e lo spettacolo possono aiutare la crescita economica di una intera comunità? È questo il territorio capace di progettare, cercando di invertire la rotta, il proprio futuro sostenendo quegli organismi che tanto hanno dato e costruito per lo sviluppo di una comunità e l’evoluzione di un sistema città? Quante volte gli operatori dello spettacolo in questi anni hanno patito le lacune e le distrazioni di un sistema politico inadeguato? Chi è riuscito a realizzare una rete territoriale dello spettacolo con una diffusione delle varie proposte capace di soddisfare le esigenze dei cittadini? È pur vero che la nascita e la conseguente stabilizzazione di alcune delle strutture più importanti della nostra città hanno determinato la possibilità per altre e nuove esperienze teatrali, musicali e cinematografiche di potersi formare, crescere e dar luogo a quella diffusione necessaria a valorizzare le singole proposte di spettacolo. In virtù di ciò i soggetti, autonomamente, sono stati in grado di relazionarsi in tutte quelle dinamiche proprie del fare: produrre, programmare e promuovere teatro, musica e cinema con modalità in grado di favorire il ricambio generazionale e creativo del pubblico, ma, detto questo, la politica non può stare a guardare. Il ruolo della politica deve tornare ad essere propositivo e propulsivo per cambiare le cose che non vanno. In un momento di grave crisi economica, con la carenza sempre maggiore di risorse da destinarsi alle attività culturali (le prime a patire la mannaia dei tagli sia a livello centrale che locale), è indispensabile ripensare il sistema cultura. E anche le istituzioni culturali e i propri operatori devono fare la propria parte, magari ancor più di quanto fatto fino ad oggi, ma con la consapevolezza che l’amministrazione comunale diverrà partner di questa sfida e non antagonista del sistema cultura. Che significato ha riprogettare un intero comparto in funzione dello sviluppo dell’intera comunità cittadina? Innanzitutto, occorre procedere lungo un percorso, certamente non facile, insieme e concordemente per giungere – attraverso due fasi successive – alla realizzazione di un unico obiettivo: l’accrescimento, lo sviluppo e il consolidamento del sistema cultura integrato nel tessuto della città. La prima fase deve prendere l’avvio attraverso: – un sistema integrato dell’offerta dello spettacolo. L’Aquila possiede una serie di spazi destinati alla fruizione degli spettacoli che vanno messi in rete attraverso la programmazione di un unico cartellone dei teatri in grado di offrire al pubblico proposte di musica, teatro e danza (nelle varie espressioni: classico, contemporaneo, ricerca e sperimentazione) destinate alle differenti tipologie di utenza; – una proposta di spettacolo che sappia coniugare le altre peculiarità della città: le ricchezze architettoniche e storiche, i beni ambientali, le potenzialità (nella maggior parte dei casi ancora totalmente inespresse) turistiche, l’artigianato, la gastronomia, ecc; – un progetto di comunicazione e di marketing culturale in grado di veicolare al di fuori della città, verso i grandi bacini di utenza come l’area geografica costiera della nostra regione e le grandi città quali Roma e Napoli, le offerte integrate di spettacolo, cultura, turismo e gastronomia di un territorio ancora poco conosciuto; – una integrazione fra le proposte di enti e istituzioni con scopi e finalità apparentemente dissimili (università, istituzioni culturali, parchi naturalistici, soggetti che si occupano della promozione turistica, istituzioni demandate alla tutela e alla promozione delle varie peculiarità territoriali, ecc); – nuovi spazi di aggregazione giovanile per dar modo alle nuove generazioni di ideare, di progettare e di produrre cultura in modo autonomo per creare quel ricambio generazionale necessario ad infondere nuove idee alla scena; – raccordo fra la le istituzioni che si occupano di formazione artistica (Accademia di Belle Arti, Conservatorio , ecc) e le istituzioni che producono spettacolo in modo di far si che queste ultime svolgano un ruolo di tutor per i giovani laureati e diplomati nelle specifiche discipline, avviandoli così alla fase lavorativa. La seconda fase, pur prevedendo tempi leggermente più lunghi, dovrebbe prevedere la creazione di un nuovo modo di gestione delle istituzioni culturali cittadine. Un nuovo progetto, un modello che punti alla creazione, nel rispetto delle peculiarità e delle autonomie dei singoli, di nuove entità nel campo della musica, del teatro e del cinema. Perché non prevedere, ad esempio, la nascita di un unico ente teatrale che, grazie alle migliori eccellenze dell’esistente, sia in grado di inventare, produrre, promuovere e distribuire l’offerta – nei diversi ambiti di pertinenza – con un unico indirizzo programmatico evitando sovrapposizioni, dispersioni di economie, confusioni gestionali, e simili. al fine di giungere ad una razionalizzazione capace di sfruttare al meglio le sempre minori risorse disponibili. Un unico ente, un unico presidente, un unico consiglio di amministrazione che sappia progettare autonomamente nelle singole specificità artistiche. E lo stesso potrebbe esser fatto per la musica e il cinema (e questo settore si è già avviato in tale direzione con la creazione di un unico polo multimediale che ha però bisogno di una ulteriore razionalizzazione). Sicuramente bisognerà avere l’accortezza di evitare (ancor oggi succede e a volte tali meccanismi sono innescati scientemente) di equiparare le attività professionali del teatro, della musica, del cinema e della danza con altri soggetti non professionisti che hanno una funzione di supporto sociale e di aggregazione culturale da non confondere assolutamente con il lavoro dei professionisti. Ruoli e funzioni diversi che possono coesistere, dialogare e collaborare esclusivamente con la consapevolezza che ciascuno occupa spazi artistici, economici e organizzativi non sovrapponibili e non interscambiabili.





La notte delle streghe. Ru rite de re sette sporte.

25 11 2008









di PAOLA MORELLI

Sarà per una voglia di recuperare un’antica tradizione, sarà perché qualcuno ci crede ancora, sarà per una sorta di scaramanzia. Al di là del vero motivo, il suggestivo borgo di Castel del Monte, in provincia dell’Aquila, ha deciso, da tredici anni, di rivivere e di far rivivere “La notte delle streghe” nelle ore più buie del 17 agosto. Una credenza popolare, infatti, è diventata con il tempo un evento atteso da grandi e piccoli che ogni anno aspettano con trepidazione di assistere ad un momento tanto inquietante quanto affascinante. E lo scenario incantato di questo antico borgo del comprensorio aquilano offre la migliore scenografia per la rappresentazione teatrale itinerante di una storia che, per anni, è stata conosciuta soltanto verbalmente attraverso i racconti delle nonne. Si racconta che una volta, senza andare troppo indietro nel tempo, ci fosse una credenza abbastanza diffusa sulla presenza delle streghe in questo borgo medievale. Una presenza particolarmente temuta, soprattutto quando si ammalava un bambino e nemmeno il medico era in grado di individuare la causa del malessere. Era in quei momenti che la fantasia, tale forse fino ad un certo punto, viaggiava nella mente degli abitanti del paese, in particolare delle donne che attribuivano la colpa della malattia a queste creature che, di nero vestite, “succhiavano” i piccoli infermi durante la notte. E così, mentre gli uomini di casa, alquanto scettici sugli accadimenti e sulle relative reazioni femminili, partivano alla volta della Puglia per la transumanza, le donne si riunivano per decidere il da farsi. Ed è proprio da qui che iniziava tutto il rito per “scacciare” le streghe. Prima si vegliava il bambino per otto o dieci notti e se i miglioramenti non arrivavano la comare di battesimo prendeva la decisione di andare oltre e “giocarsi” l’ultima carta. Non appena era oltrepassata la mezzanotte, si toglievano i vestiti al bambino e si andava in processione attraversando il paese senza rivolgere la parola a nessuno e passando sotto i 7 “sporti”, tipici archi presenti nel centro storico di Castel del Monte. Il tutto terminava ad un crocevia di due strade dove si ponevano per terra i panni, si batteva sugli stessi con forza utilizzando i bastoni e poi si bruciavano mentre tutte insieme recitavano una preghiera. Qualche volta capitava anche che la creatura guarisse, così cresceva e si rafforzava la credenza… Credenza di cui si hanno testimonianze risalenti persino a 45 anni fa. Questo è “Ru rite de re sette sporte” che l’associazione culturale “La notte delle streghe” ripropone da 13 anni ai tanti curiosi che, annualmente, crescono al punto che hanno consentito di superare le tremila presenze. Particolarmente utili si sono rivelati gli scritti lasciati da FrancescoGiuliani, originario di Castel del Monte e morto nel 1975. Come uno degli ultimi poeti pastori della tradizione abruzzese, Giuliani non ha mai inventato nulla, ma ha sempre riportato fatti veri, realmente accaduti come, appunto, quello relativo alla presenza delle streghe in questo angolo immerso tra le montagne abruzzesi. E quello che viene proposto la notte del 17 agosto è una versione teatrale di questo pezzo di storia che, evidentemente, non appartiene ad un passato tanto lontano. Con il coinvolgimento di tutto il paese, lungo il centro storico si allestiscono tante scene, di cui 8 recitate, attraverso le quali i visitatori possono immedesimarsi nell’atmosfera tipica dell’epoca. Ed il coinvolgimento diretto della gente è una delle tipicità che rendono unico questo evento che richiama, a ragione, appassionati e non di credenze popolari. In un’ora e mezza, accompagnati da un esperto che spiega quanto è rappresentato in dialetto da una quarantina di residenti “improvvisati” attori, si ha la possibilità di rivivere un qualcosa di magico. L’itinerario scelto non solo consente a tutti di assaporare, nella magica atmosfera che solo le luci della notte sanno regalare, i piccoli scorci del paese, ma allo stesso tempo dà la possibilità di vivere le emozioni suscitate dalle scene, passo dopo passo. Naturalmente la manifestazione “La notte delle streghe” prende il via sin dalle ore mattutine con un mercatino, spettacoli musicali, giochi per bambini, artisti di strada, stand gastronomici, dove si possono gustare i prodotti tipici locali, che animano l’intero paese. Un modo divertente per aspettare, tutti insieme in allegria, il momento clou che arriva non appena la notte ha il sopravvento sulle luci del giorno. Dalle ore 20,30 circa iniziano i turni, ogni 10 minuti, organizzati con i biglietti, del costo di 5 euro (gratis per i bambini fino ai 12 anni), dove sono riportati gli orari assegnati ad ogni gruppo di circa 100 persone. Un modo per evitare lunghe code ed attese inutili e per consentire agli spettatori di avere una perfetta visuale delle scene che andranno a vedere. Diventa, così, un vero e proprio appuntamento con tanto di orario da rispettare, ma l’attesa è tutt’altro che noiosa con il ricco menù previsto dalla festa. Sono solo le prime luci dell’alba a far scendere il sipario su una magia in cui le streghe, loro malgrado, saranno sempre le protagoniste prima evocate e poi cacciate.





L’Occhio di VOLTAIRE

25 11 2008

La parola libero esisteva ancora in Neolingua, ma poteva essere usata solo in frasi come “Questo cane è libero da pulci” ovvero “Questo campo è libero da erbacce”. Ma non poteva essere usata nell’antico significato di “politicamente libero” o intellettualmente libero” dal momento che libertà politica e intellettuale non esisteva più, nemmeno come concetto, ed era quindi, di necessità, priva di una parola per esprimerla.
Da 1984 (Appendice – I principi della Neolingua), di George Orwell, Londra 1948

Vecchi vizi, nessuna virtù

Mentre l’economia regionale imbocca la strada del declino irreversibile che la trascina nuovamente nel profondo sud (vedi i dati della recente ricerca Ires Abruzzo – Cgil), i politici locali rispolverano il vecchio, intramontabile campanilismo e si mettono a litigare sull’apertura di una nuova sede della Regione a Pescara. Da una parte i leaders aquilani di ogni partito lanciano strali infuocati contro il reato di lesa maestà istituzionale a danno del capoluogo regionale, dall’altra gli esponenti pescaresi giurano di non voler danneggiare nessuno e invocano a loro discolpa la possibilità di un risparmio finanziario che deriverebbe dal riunificare i molti e costosi uffici regionali, sparsi in diversi edifici della città adriatica. Nell’aspra tenzone sono volate parole grosse e qualcuno ha addirittura evocato lontane memorie di sommossa popolare. Insomma il tono della polemica si è impennato anche se la materia del contendere non è sembrata davvero decisiva per i destini regionali. Certo, nel momento in cui la credibilità del ceto politico è al minimo storico, si poteva evitare l’ennesima inaugurazione in pompa magna ma forse gli abruzzesi avrebbero sperato che passioni tanto trascinanti si potessero accendere per ben altre questioni. Per recuperare posti di lavoro, per non far morire la sanità pubblica, per combattere gli inquinamenti della terra, dell’acqua e dell’aria, insomma per trovare finalmente qualche medicina capace di guarire i malanni trascinati negli anni. E magari per inventare una nuova identità politica, economica e culturale per l’Abruzzo del futuro.

Revisionismo fai-da-te

Eccellentissimo Ministro Ignazio La Russa, anche Lei si è lasciato affascinare dalla moda imperante dell’uso pubblico della storia, ovvero della manipolazione mediatica del passato prossimo e remoto degli italiani. Da parecchio tempo, ormai, la riflessione storiografica non è più affidata agli studiosi che lavorano sulle sudate carte, ma viene improvvisata secondo le esigenze del momento da politici e cantanti, opinionisti e comici che si esibiscono prevalentemente nei vari salotti televisivi. Si realizza così un revisionismo all’italiana che pretende di riscrivere sbrigativamente e strumentalmente pagine decisive della nostra storia come il Risorgimento o il fascismo. E Lei, illustrissimo Ministro, si è lasciato contagiare da tale vezzo storiografico e nel bel mezzo di una manifestazione pubblica ha sentenziato che bisogna rispettare i combattenti di Salò perché “anche loro pensavano in buona fede di difendere la patria”. Intuizione brillante che in quattro parole parifica tutto e tutti, fascisti e antifascisti, repubblichini e partigiani in nome del superiore sentimento patriottico. Ma forse, pregiatissimo Ministro, la memoria per un momento l’ha tradita oscurando il ricordo di certe letture che hanno alimentato le passioni politiche dei giovani missini, quale Lei è stato. Mi permetto, perciò, di ricordarle una illuminante pagina del Duce, scritta proprio un mese prima della definitiva disfatta: “bisogna chiamare a raccolta tutte le sane energie della nazione per spingerle di nuovo accanto ai camerati germanici sulla linea del fuoco, dove solo si può riscattare l’onore del popolo italiano” (Benito Mussolini, Opera omnia, Firenze 1951-’63). Parole che non lasciavano spazio a quella speranza di libertà, democrazia, giustizia sociale rinata con la lotta resistenziale. Così è andata la nostra storia, chiarissimo Ministro, se ne faccia una ragione e non pretenda di cucire sulle camicie rosse e nere la stessa etichetta patriottarda.





Giobbe Covatta/“In Africa quando calpesti la terra tu non lo sai ma i piedi mettono radici”

25 11 2008

A Avezzano, al Teatro dei Marsi, il Consiglio regionale dell’Abruzzo ha voluto augurare “buon anno scolastico” agli studenti degli Istituti superiori della Marsica, presentando il progetto didattico: “I giovani e l’identità regionale: la Marsica un territorio ad alto sviluppo”. A sostenere il progetto e a dare contenuto artistico a questa giornata di festa e riflessione c’era l’attore Giobbe Covatta. In un dialogo carico di umanità, ironia e quel tanto di follia, propria delle personalità creative, sollecitato dalle domande di Antonio Massena, direttore del Teatro Stabile di Innovazione L’Uovo, Covatta ha posto l’accento sui problemi del Terzo mondo, che in una società globalizzata, sono problemi di tutti. “Questo progetto – ha sottolineato il Vice Presidente del Consiglio regionale, Nicola Disegna Orlando – ha lo scopo di avvicinare il territorio, ma soprattutto i giovani, alla massima Istituzione regionale. In questo primo percorso di ricerca delle proprie radici identitarie da parte dei giovani, è stata scelta la Marsica per la sua eccezionale capacità di trasformazione che ha dimostrato in centoventi anni. Attraverso la conoscenza del passato – ha detto ancora Pisegna – i giovani potranno avere maggiore consapevolezza del presente e del loro futuro”. Giobbe Covatta è stato accolto dagli student marsicani come una rock star, ma è stato anche ascoltato con attenzione e convinta partecipazione. Antonio Massena lo ha portato a parlare del suo impegno umanitario in Africa e del fatto che è l’endorsement dell’AMREF (Fondazione Africana per la Medicina e la Ricerca). La sua testimonianza – sempre improntata all’ironia e al sorriso – è stata preziosissima per i ragazzi che, a parte l’ambito scolastico, hanno pochi momenti per riflettere sulle grandi questioni della società. Insomma, non ci poteva essere modo migliore per augurare una “buona conoscenza” agli studenti marsicani, che farli coinvolgere dal “racconto” di Covatta.





Il Teatro do Oprimido ovvero il teatro popolare

25 11 2008

di PATRIZIA CORVINO

Il Teatro dell’Oppresso è un teatro popolare ideato dal brasiliano Augusto Boal negli anni Sessanta e giunto in Europa alla fine degli anni Settanta. Un metodo teatrale nato nel Sud del mondo per liberare i suoi popoli dalle oppressioni di dittature crudeli, e sempre più utilizzato anche dall’emancipato Nord come strumento di liberazione da oppressioni personali, ma anche e soprattutto come strumento di democratizzazione e formazione di una cittadinanza attiva, che partecipi, cioè, in prima persona alla vita politica del proprio Paese. Nella cultura borghese gli artisti sono sempre stati al centro della loro relazione con gli spettatori, per Boal, al contrario, il popolo ha bisogno di essere il centro del fenomeno estetico. Il vero artista di teatro popolare è quello che, oltre a saper produrre arte, deve saper insegnare al popolo a produrla; ciò che deve essere “popolarizzato” dunque, per l’artista brasiliano, non è tanto il prodotto finito, ma i mezzi di produzione. Il TdO, infatti, a differenza di altri metodi teatrali, che possono risultare troppo complicati per essere utilizzati dalla gente comune, usa delle tecniche molto semplici, da poter essere facilmente padroneggiate da chiunque ne voglia fare esperienza. Questo metodo non parte da un’idea a priori, si tratta anzi di una struttura vuota, ma ricca di potenzialità, infatti al suo interno può essere messa qualunque cultura, anzi ha bisogno, per attuarsi, di un substrato culturale di cui servirsi e al quale opporsi. Come il teatro brechtiano, il TdO vuole essere uno strumento di coscientizzazione, di trasformazione e di cambiamento. Una delle prime fasi in uno stage di TdO è il lavoro di de-meccanizzazione, cioè lo scioglimento della maschera sociale dei partecipanti; a questo scopo si usano quelli che Boal chiama i giochesercizi che aiutano ad analizzarsi e trasformarsi anzitutto a livello fisico. E se per Grotowski, Barba e Brook il corpo (anche per loro il corpo rivestiva un’importanza fondamentale) è una meta in sé, per Boal è uno strumento d’azione. L’immagine creata dal corpo serve a rivelare le oppressioni, perché più delle parole riesce a descrivere una situazione. Il corpo, col metodo boaliano, diventa uno strumento di conoscenza e la sua liberazione è importante solo in subordine alla liberazione sociale; liberare il corpo non vuol dire liberare l’uomo; liberare l’uomo dalle sue oppressioni sociali, invece, vuol dire liberare anche il suo corpo. La parola “oppresso” per noi occidentali assume spesso una connotazione negativa, con un significato molto vicino a quello della parola “depresso”. In Sud America, invece, la parola “oprimido” contiene in sé la necessità di cambiamento e quindi di una trasformazione da uno stato di oppressione a uno di liberazione dall’oppressione. Boal si accorge che i Flic, i poliziotti delle dittature che in Sud America sono così ben identificabili, in Europa esistono ugualmente, ma sono nascosti nella testa degli individui con la stessa funzione: bloccare il nostro agire. L’autore brasiliano sostiene che – ogni oppresso è un sovversivo sottomesso – e la sua sottomissione è il suo Flic dans la tête (poliziotto nella testa). Il compito del TdO è dinamizzare l’elemento sovversivo facendo scomparire la sotto missione. Il TdO è alla ricerca di un cambiamento già sulla scena: in Sud America Boal chiama i suoi spettacoli “prove”, nel senso di preparazione sulla scena prima di affrontare una situazione nella vita pratica. Per esempio prima di una discussione col sindacato gli operai possono improvvisare un’assemblea, durante la quale alcuni operaiattori si scambiano le parti interpretando ora il ruolo del padrone, ora quello del sindacalista. L’improvvisazione serve così a conoscere meglio l’avversario e a padroneggiare gli argomenti. Secondo Boal uno spettatore non può essere considerato un essere umano nella sua interezza, per esserlo deve essere anche attore; nella tecnica principale del TdO, il Teatro Forum, tecnica molto utilizzata anche dagli operatori italiani, lo spettatore diventa spett-attore e, dopo una prima rappresentazione con gli attori, viene invitato dal conduttore, chiamato jolly, ad intervenire direttamente sulla scena al posto del protagonista – oppresso per tentare di modificare la situazione oppressiva che è stata rappresentata tentando di migliorarla. L’antagonista, l’attore che ha il ruolo dell’oppressore, con l’intervento dello spett-attore, mantiene il suo ruolo finché il cambiamento apportato non glielo consenta più e agisce modificandosi come farebbe nella vita reale. Il TdO è utilizzato dai cittadini svedesi per il recupero di ex detenuti (in caso di piccoli reati si può addirittura scegliere se andare in prigione o partecipare a uno stage di TdO), tossicodipendenti, alcolisti, o anche studenti che hanno abbandonato gli studi. In Svezia inoltre il TdO è da tempo utilizzato, attraverso l’ultima tecnica ideata da Boal il Teatro Legislativo, come dialogo tra autorità e cittadini; i cittadini mettono in scena, davanti alle autorità, ciò che dell’amministrazione li opprime e, attraverso varie tecniche, può scaturire un dialogo creativo-costruttivo per una gestione democratica. In altre parole i cittadini svedesi usano il TdO per uno scambio continuo con le autorità. In Francia Rui Frati utilizza questo metodo con la sua tecnica più arcaica, il Teatro Invisibile. Gli operatori di TdO francesi lavorano nelle piazze, si mescolano alla gente comune, senza far capire che sono attori, e poi due di loro cominciano a discutere ad alta voce di qualche tema “scottante”, ad esempio la presenza degli immigrati. Altri due iniziano a discutere prendendo spunto dai primi, e così via, finché tutto il gruppo, 12/15 persone, è impegnato a dibattere e la piazza di turno si riempie di gente incuriosita, che, naturalmente, si coinvolge e partecipa alla discussione collettiva. A quel punto arrivano due videoperatori che riprendono la scena, ma non lo fanno di nascosto, chi non vuole può non essere ripreso. Ma – come afferma Rui Frati in un’intervista su Ristretti – …“di solito, davanti alla telecamera, chi stava protestando rincara anche la dose”. Obiettivo principale di questo tipo di teatro è rendere attivo il pubblico e i cittadini di una comunità; serve ai gruppi di spett-attori per esplorare, mettere in scena, analizzare e trasformare la realtà che essi stessi vivono. Il teatro, con questo metodo, diventa uno strumento che può essere utilizzato da chiunque, non è necessario appartenere ad un gruppo sociale più elevato culturalmente o economicamente per utilizzarlo. Il teatro, dunque, per Augusto Boal può essere praticato da qualsiasi persona; tutti possono essere artisti, così come, tutti possono partecipare alla gestione del Paese cui appartengono, così come tutti possono prendere parte alle scelte politiche dell’intero pianeta.





Vino stellato figlio della TERRA

25 11 2008

di MAURIZIO ZENI
Presidente Coordinamento Teatrale Trentino

Durante questa estate palazzi storici e castelli di alcuni centri del Trentino sono stati cornice per la messa in scena dello spettacolo “Le stanze del vino”, prodotto dal Teatro Stabile di Innovazione L’Uovo in collaborazione con il Coordinamento Teatrale Trentino, Il Centro Servizi Culturali S.Chiara e la Camera di Commercio di Trento. Più che di spettacolo teatrale dovremo in realtà parlare di un itinerario guidato, realizzato attraverso lo strumento espressivo del teatro, alla scoperta del valore simbolico del consumodel vino. Il lavoro di ricerca e la sensibilità artistica di Maria Cristina Giambruno hanno dato vita ad un testo attraverso il quale lo spettatore si costruisce suggestive immagini su ciò che, diacronicamente, nella storia della nostra civiltà, ha significato e significa consegnarsi al leggero rapimento dello “stellato figlio della terra”. L’occasione della messa in scena de “Le stanze del vino” è stata anche un’occasione per legare il mondo dello spettacolo dal vivo con la promozione della produzione eno-gastronomica trentina. La collaborazione con la Camera di Commercio di Trento ha consentito di far seguire al momento teatrale una degustazione della miglior produzione enologica ed alimentare del territorio. In questo senso, il teatro si conferma luogo di socialità alta e strumento di raffinamento del gusto, intendendo questo termine nel suo significato più esteso. Un’ulteriore tipicità di questa felice esperienza è stata quella di valorizzare gli elementi architettonici di alcuni tra i più interessanti siti storici della Provincia di Trento, primo fra tutti l’ancor troppo poco conosciuto, ma interessantissimo Castello di Caldes.Uno degli elementi caratteristici dello spettacolo, l’essere un percorso teatrale anche in senso letterale (gli spettatori si spostano di stanza in stanza, accompagnati dagli attori), consente al pubblico di condividere oltre che la parola anche lo spazio, attraversando ambienti di straordinaria eleganza. Un sapiente studio dell’uso delleluci ha contribuito a valorizzare gli elementi architettonici dei palazzi e dei castelli e a creare suggestioni d’ambiente, che contribuiscono a consegnare allo spettatore la parola recitata al suo massimo valore di comunicazione.A chiudere il momento di spettacolo un felice inserimento che potremo definire circense, quasi a suggellare il fatto che il vino ha la straordinaria capacità di farci levitare in un etere che dà spazio al pensiero più libero e leggero. Qualcuno potrà affermare che lo spettacolo rischia di essere un mero prodotto di promozione della produzione enologica. L’autrice del testo però è pronta a smentire questa facile semplificazione, avendo inserito qua e là alcuni passaggi che ci fanno comprendere la sottile, ma chiara soglia che separa l’inebriamento dal consumo smodato. Lo spettacolo ha, quindi, anche un suo valore educativo, ammonendoci sul fatto che il gusto, illuministicamente inteso, è di per sé, anche coscienza del limite e che il gusto si educa anche nella percezione di questo limite, oltrepassato il quale si perde la possibilità di unire emozione e ragione e ci si consegna al mondo della bestia. Uno spettacolo poliedrico, suggestivo, creato per tutti coloro che credono che quello teatrale sia uno dei pochi linguaggi che sa ancora parlare.





L’Uovo si racconta attraverso i suoi creatori/2. La loro utopia: “costruirsi” un pubblico.

25 11 2008

di ANGELO DE NICOLA

Trent’anni. Non sono una svolta simbolica come i 25 o 40. Eppure rappresentano, in qualche modo, un passaggio importante. A ben rifletterci, i trent’anni, ancor più dei 25, danno la stura a riflessioni più profonde (chi sono? chi siamo? dove andiamo? ce l’abbiamo fatta? ce la faremo?) a cui, però, proprio perché non sono 40 nè 50, non sappiamo dare delle risposte compiute: balbettiamo. Perciò, con Totò Centofanti, uno dei tre fondatori dell’Uovo con Maria Cristina Giambruno e Antonio Massena in quel 19 agosto del 1978 (questa, almeno, è la data dell’atto davanti a notar Ciancarelli), ho deliberatamente evitato l’intervista canonica, istituzionale, convenzionale. L’ho provocato. Ricorrendo a Marcel Proust e ad una libera interpretazione del suo noto “Questionario”. Ne è venuta fuori una sorta di seduta psicoanalitica in cui i ruoli si sono spesso confusi, invertiti, fusi. E Totò è sembrato a suo agio sia nella parte del “paziente” che in quella dell’“analista”, sia col taccuino in mano che disteso sul lettino. Avremmo potuto anche metterlo in scena, il colloquio, intitolandolo, magari, “T(r)entenni”. Ecco cosa ne è venuto fuori. Con una preghiera: rifacciamola per il quarantennale.
Quale è il tratto principale dell’Uovo…
L’utopia. Che è poi quella che l’ha fatto nascere trent’anni fa. Siccome non ci piaceva la dimensione dell’andare a teatro, ci dicemmo: perchè non ce lo costruiamo noi, un pubblico? Di qui la scelta, strategica ma inevitabile, di puntare sui giovani, sull’innovazione, sulla ricerca.
La qualità che desideri del teatro…
L’autenticità. Il teatro è finzione, certo. Ma se l’attore non riesce a trasmettere emozioni autentiche allo spettatore, la magia non si compie. Nel suo training, l’attore deve essere autentico.
Quel che apprezzi di più in un attore…
Appunto il transfert delle emozioni allo spettatore. Certo, l’attore è uno e gli spettatori sono tanti. Ecco, se l’attore non è capace di far questo, è meglio che se ne stia a casa.
Il principale difetto dell’Uovo…
Di sicuro questa istanza di autonomia e indipendenza. Sarebbe molto più facile “corteggiare” la politica.
Il sogno di felicità dell’Uovo…
La continuità. Che cioè questa utopia vada avanti anche dopo di noi riuscendo sempre a trovare le attenzioni necessarie per darsi continuità.
Quale sarebbe la più grande disgrazia per l’Uovo…
Appunto che chiuda, che finisca l’utopia. E questo non lo dico per me o per altri “padri” e “figli” di questa idea, ma perchè il venir meno significherebbe la fine di una filosofia di vita che non è soltanto la nostra.
Quale vorrebbe essere la realtà dell’Uovo…
Vorrebbe essere una realtà in una realtà diversa. L’Uovo vive due realtà. Quella prettamente aquilana e quella, chiamiamola così, esterna alla città. Abbiamo scalato i vertici e la nomina di Antonio Massena a presidente nazionale dell’Antac (Associazione nazionale teatri d’arte contemporanea) lo testimonia. Abbiamo anche raggiunto una certa stabilità (tranne che il Comune dell’Aquila non voglia rinnovarci l’ormai “storica” convenzione per il San Filippo). Ma auspichiamo una maggiore chiarezza nell’essere e nel fare cultura in questa città, in questa regione, in questo Paese.
Lo spettacolo che preferisci…
L’ho già detto: il nostro “Facciamo che Pinocchio era un burattino”. In quello spettacolo abbiamo fatto gli attori, i tecnici, i facchini. E in quella dimensione pionieristica, abbiamo lasciato un segno, la traccia, di quello che l’Uovo sarebbe stato. Usammo, ad esempio, in maniera innovativa le immagini sul palcoscenico: oggi lo fanno tutti.
Lo spettacolo che ami…
Due: il Faust e il Don Giovanni. Che poi sono stati il terreno di cultura del mio maestro, Nicola Ciarletta.
L’autore preferito…
Eduardo, über alles.
Poeti preferiti…
Lorca, Quasimodo, Neruda.
Il tuo eroe nella finzione…
Faust e Don Giovanni: il primo per il suo patto col diavolo, l’altro non certo come donnaiolo ma come rivoluzionario.
Le eroine nella finzione…
Le donne di Shakespeare. I compositori preferiti…Mozart e Beethoven.
I pittori preferiti…
Direi il Rinascimento italiano, tutto.
Il tuo eroe nella vita reale…
Non credo negli eroi. “Povero quel paese che ha bisogno di eroi” ha detto Brecht.
Il tuo nome preferito…
Giada (ndr: è il nome della figlia). Allora era fuori dagli schemi. Qualcosa di molto, molto prezioso, come volle Cristina (ndr: Maria Cristina Giambruno, sua moglie).
Quel che detesti più di tutto nel teatro…
L’approssimazione ed il volgare scopiazzamento.
Il personaggio storico più disprezzato…
Hitler, senza dubbio.
Il dono di natura che vorresti avere…
La sfacciataggine.
Come vorresti morire
Sereno.
Stato d’animo attuale…
Alla ricerca dell’utopia.
Le colpe che ti ispirano maggiore indulgenza…
Tendenzialmente sono molto indulgente: ritengo che chiunque debba avere una seconda possibilità. Comunque, sono indulgente verso chi soffre e chi fa qualcosa per reagire ad un’ingiustizia.
Il tuo motto…
Portare sempre il cuore oltre l’ostacolo.
Grazie!
Grazie a te!