


di ERRICO CENTOFANTI
La vita è sogno, come per Calderón? E, noi siamo fatti veramente della stessa sostanza dei sogni, come Shakespeare fa dire da Prospero? Intendendo “sogno” nel senso di “immaginazione”? Cioè dell’aprire gli occhi sulla realtà possibile, mescolando tracce di passato e presentimenti di futuro? In “Sogno d’una notte di mezza estate” (atto V, scena I), Teseo dice che «il matto, l’innamorato e il poeta, sono tutti fatti d’immaginazione». Ma, “siamo tutti” fatti d’immaginazione, se Cartesio non sbaglia, quando sostiene che ogni uomo, nel sognare, non è diverso dai matti, i quali, poi, sarebbero i veri saggi, come il Fool del “Re Lear” c’insegna. Siamo o non siamo della stessa sostanza dei sogni e la vita sia o non sia nient’altro che sogno, sta di fatto che il disperante montare di ruvidezza del nostro tempo induce sempre piú il nostro lavorio psichico a confortarci col sognare, anche quando non stiamo dormendo. Tanto meglio se a proiettarci in un sogno, quale che esso sia, provvede il suadente armamentario di una serata di spettacolo. Sognare: forse, è lo spettacolo agito all’aperto che ce ne offre la piú desiderabile delle opportunità, grazie all’impareggiabile dialogo che le magie prorompenti dai palcoscenici riescono a intessere con le emozioni serpeggianti tra gli spettatori adunati sotto le stelle e il chiaro di luna. Quelli deputati allo spettacolo sono luoghi speciali: àmbiti spaziali determinati non solo materialmente ma anche idealmente. Non sono solo spazi euclidei, cioè quelli fatti per gli oggetti della realtà, dotati di dimensioni e individuati da una specifica posizione, ma anche spazi metafisici, dove si sviluppano processi mentali complessi, indotti dalla fattualità che vi si rappresenta e, nel contempo, dal substrato emozionale che vi si è sedimentato fin dal loro costituirsi e che quotidianamente s’arricchisce. Lo spettacolo “en plein air” è tutt’altra cosa rispetto a quello dei luoghi canonici, cioè dei teatri dove tutto – scena e spettatori – sta al riparo di un solido tetto: i luoghi teatrali dell’estate dispongono di una specificità aggiuntiva, sempre che non si tratti di strutture anonime e temporanee, prive d’una loro stratificazione di vissuto e d’una ben definita personalità ambientale e/o architettonica. Ad apprestare la specificità aggiuntiva provvede la cornice, fatta della volta celeste e dell’insieme dell’ambiente circostante, il che anima quel quid specialissimo in virtú del quale la tavolozza per la fabbricazione dei sogni acquisisce una gamma di potenzialità d’inarrivabile entità. Ciò, ovviamente, ha un prezzo in termini di qualità artistica, la quale, per una molteplicità di ragioni, quand’anche sia d’alto profilo, non può comunque competere con i risultati raggiungibili al chiuso. Ma, d’estate, qualche sacrificio sul piano delle raffinatezze interpretative val bene la posta: la suggestione delle ambientazioni e le atmosfere create dal pubblico consentono d’integrare gli spettacoli proposti sulla scena con ulteriori e non trascurabili fattori emozionali. È cosí che a teatro, sopra tutto d’estate, si finisce col ritrovarsi sempre dentro un sogno. Ecco dunque la cronaca d’una manciata di notti di mezz’estate e dei differenti modi di sognare che ne sono scaturiti. Il primo sogno ha per scena un tappeto magico, ormeggiato nell’aria densa che sostiene la stelle sfavillanti e un pallido quarto di luna sopra i tetti di Bari vecchia, tra le cuspidi abbaglianti della Cattedrale di San Sabino, il solenne cassero di San Nicola, che pare pronto a lasciarsi andare all’abbraccio con le onde dell’Adriatico, gli aloni dei riflettori che vestono di luce cortine e bastioni del Castello Svevo. I vapori della vita che brulica giú, nel profondo di vicoli e slarghi, spingono in alto gli echi dell’orchestra in prova nella frescura ovattata del ventre del Piccinni e i sussulti di bronzo dei campanili che marcano il confine tra spazi dell’anima e signoria della carne. Il tappeto magico è l’imprevedibile giardino dei sogni allestito da una meravigliata e meravigliante sapienza teatrale in cima a Santa Teresa dei Maschi. Sotto, ci son tre piani di solida pietra, pensati in forma di casa religiosa e poi aggiustati col lavoro stratificatosi nell’arco di mezzo millennio. Nelle labirintiche concatenazioni di sale e salette di quei tre piani, abitano a decine di migliaia i ben accuditi pargoli della Biblioteca Provinciale: sogni radicati nella carta e nelle pergamene, che tengono in piedi l’edificio morale di una gran macchina della conoscenza. Ogni tanto, i sogni che stanno dentro quei libri vaporizzano e guadagnano la vetta della loro casa, mettendosi a raccontare se stessi sul palcoscenico che aduna dinanzi a sé sognatori d’ogni specie e d’ogni età, ordinatamente spalmati sulla cavea. M’avevano chiamato lí per imprimere una forma non cerimoniosa al debutto di uno degli ultimi condensati di sogni approdati in Biblioteca: “La sesta corda”, cioè il libro che Nicola Giuliani ha costruito, con elegante spiegamento di meticolosità indagatrice e creatività narrativa, intorno alla figura del suo antenato Mauro, celebrato virtuoso della chitarra e raffinato compositore, che di sé innamorò in primo luogo i viennesi e poi Haydn, Rossini e larga parte dell’Europa a cavallo tra Settecento e Ottocento e che, con le sue composizioni, seguita a manifestarsi brillantemente un po’ ovunque nel mondo (ma con piú scarsa fortuna nella distratta Italia d’oggi). Ho ordito l’evento interpolando nella modalità di un piccolo cammeo teatrale gli ingredienti preziosi e stimolanti che avevo a disposizione: la lettura di brani del libro, dispiegata dalla voce ammaliante di Paola Gassman, l’animazione dell’epistolario del compositore, densamente sviluppata da Fabio Sartor, l’esecuzione di musiche (ovviamente di Mauro Giuliani), condotta dall’affascinante chitarra di Massimo Scattolin e dagli archi di quattro valorosi giovani pugliesi, la conclusiva ricucitura delle tessere del viaggio compiuto intorno al musicista e al suo tempo, svolta dal musicologo Nicola Sbisà. Il pubblico s’è lasciato prendere nel carezzevole vortice del viaggio, ben volentieri acconciandosi a sognare i volti, i dolori, le gioie, le scenografie e i costumi di quel che la musica e le parole gli andavano raccontando, a cominciare dall’evocazione dell’orchestra che a Vienna, l’8 dicembre del 1813, eseguiva per la prima volta la Sinfonia n. 7, con gli occhi di Beethoven intenti a carezzare compiaciuti l’ineccepibile andirivieni delle mani di Mauro Giuliani sul violoncello affidatogli per quella storica serata. A un sogno tutto giocato sull’andirivieni tra passato e presente se n’avvicenda uno piú complesso, propiziato da quel frammento della Londra elisabettiana che, nel verde di Villa Borghese, è stato reinventato secondo un’intuizione di Gigi Proietti e per iniziativa della Fondazione Silvano Toti: il Globe Theatre. Questa è una copia della ricostruzione moderna del Globe, inaugurata a Londra nel 1997, in prossimità del luogo dove la compagnia di Shakespeare aveva edificato il suo Globe, distrutto da un incendio nel 1613, poi subito ricostruito e infine demolito nel 1644. Come era accaduto per il nuovo edificio londinese, la copia romana riproduce, con qualche inevitabile approssimazione architettonica e innovazione tecnologica, le caratteristiche dell’originale: pianta circolare, struttura in legno massiccio, palcoscenico e i tre ordini sovrapposti di posti a sedere al coperto, platea a cielo aperto, nella quale gli spettatori anticamente stavano in piedi e adesso s’accucciano come possono su cuscini e coperte o sulla nuda pietra. Fa un gran caldo, lí dentro, e le panche delle balconate non sono l’empireo della comodità, ma l’atmosfera è ineccepibilmente da sogno. In scena c’è il Re Lear, con Ugo Pagliai nel ruolo del titolo e una trentina d’attori che gli fanno corona. Ma recitiamo tutti, anche il migliaio e passa di noi spettatori, intrigati dal sognare d’essere il medesimo pubblico che in un pomeriggio d’inizio Seicento stava quasi a contatto di gomito con il quarantenne Shakespeare, indaffarato col debutto di quel suo ennesimo capolavoro. Del resto, sulla bandiera del Globe antico non c’era forse scritto «Totus mundus agit histrionem» (Tutto il mondo recita)? Nel Lear, ambita “prova regina”, come Amleto, del valore d’ogni grande attore, campeggia quel sempiterno conflitto tra potere e sentimenti che è di Antigone, di Homburg, di Wallenstein. Pagliai lo affronta con sobria e potente autorevolezza. Disegna con lucida sapienza tecnica e magistrali ombreggiature espressive il progressivo spogliarsi di Lear dalle false sicurezze del potere e il suo pervenire, nel travagliato finale di vita, a un desolato ripiegamento nel cruccio per l’ormai irrimediabile incomprensione troppo a lungo opposta a quella disposizione all’amore privo d’orpelli che, nel fugace panorama della condizione umana, offre in realtà l’unica sostanza salvifica. Nella conchiglia del Globe romano, che urge verso l’emozionalità del sogno d’identificazione collettiva con epoche trapassate, Pagliai, astenendosi dalle semplificazioni da “spettacolo estivo”, cesella con perentoria lucidità la traiettoria esistenziale del suo personaggio, agisce magnificamente per indurre ciascuno a traslare il sogno verso la comparazione critica tra la propria interiorità e quella metafora scenica atemporale che ne è Lear. La recitazione, qui, rendendosi testimonianza esemplare del proprio primario dovere di complanarità tra significante e significato, trasporta ognuno verso il sogno del fare i conti con se stessi. Altre volte, v’è bisogno di sogni consolatori, rassicuranti, capaci di riannodarci alla convinzione che l’umanità non abbia del tutto smarrita l’attitudine a saper spegnere il buio delle proprie aberrazioni. Niente di meglio, allora, del lasciarsi andare a sognare dentro l’Arena di Verona, magari con l’Aida, che ne è lo spettacolo-simbolo. Súbito accantonata l’edizione dell’anno scorso, firmata da Zeffirelli, a causa degli iperbolici costi che avevano sparpagliato un effervescente strascico polemico, l’Arena è prudentemente tornata a riproporre il suo primo allestimento, quello del 1913. Spettacolarità assai meno vistosa, pur se comunque confacente al gigantismo del contenitore, e dignitosa prova di masse e solisti, il cui unico esito poco felice sta nel parossistico kitsch della coreografia. Ma, l’Arena è l’Arena: ci si va sopra tutto per immergersi nell’ineguagliabile spettacolo espresso dall’animazione dei suoi piú di diecimila posti a sedere. Lei sta lí da duemila anni, con la sua imponente e incrollabile struttura: 123 metri al diametro minore e 152 per quello maggiore. Tramontata l’epoca imperiale dei giochi gladiatorii, tra il Medioevo e il Settecento ospitò giostre e tornei. Nell’Ottocento fu la volta degli spettacoli di prosa. Poi, nel 1913, con la messinscena dell’Aida realizzata in occasione del centenario della nascita di Verdi arrivò il momento di quella svolta che ne ha fatto il primo vero e piú importante teatro lirico all’aperto del mondo. Anche qui, lo svolgimento dei fatti sul palcoscenico è innescato dalla collisione tra ragion-di-stato e aspirazioni personali. L’amore tra Aida, schiava etiope, e Radamès, condottiero delle armate egizie, ne viene travolto e, dopo il gran profluvio di flabelli e cavalcature in carne e ossa, di marce trionfali e faraoniche spettacolarizzazioni, Verdi riconduce tutto alla desolata contemplazione dell’inanità dei singoli di fronte a quello spietato rullo compressore che è il potere non generato dalla sovranità popolare. A un certo punto, il sogno, qui, deraglia dai binari tracciati dallo spettacolo e indugia sui volti di quel mare di persone che, gomito a gomito sugli spalti, raccontano provenienze da tutti i continenti, non si trasformano in una foresta di diversità confliggenti, sanno mantenersi tranquille e serene e nelle espressioni plaudenti s’abbandonano alla felicità di una incondizionata condivisione. Il sogno, allora, procede con il desiderare un repentino subentrare di un finale alternativo, di una conclusione che finalmente proponga una realtà reinventata a misura d’uomo, liberata da autocrati e schiavizzati, da guerre e contrasti etnici. Poi, sulla scena arriva il finale vero e il sogno s’infrange sugli scogli del richiamo alla realtà. Lo spettacolo è finito: via, verso una nuova opportunità, verso un nuovo sogno. C’è un fil rouge tra l’immaginazione che scomponeva e ricomponeva l’Aida dell’Arena e questa serata incastonata in uno dei borghi federatisi a metà del Duecento per fondare la città dell’Aquila. Di Palazzo Palitti a Poggio di Roio e degli alberi e dei prati che gli stanno d’intorno, Claudio Di Scanno ha fatto la scenografia per una sua densa trasposizione scenica dei Giganti della Montagna. Pirandello costruisce questa sua “opera aperta” facendo perno su quello che nell’Aida è il tema conclusivo. Lo rende piú esplicito e piú incisivo, però, dilatandone la prospettiva da soggettiva a collettiva e assestandolo su una tonalità ben piú profonda e drammatica. Dall’alto della loro inaccessibile separatezza e della loro smisurata potenza economico-tecnologica, i Giganti incombono sul fragile universo della comunità degli Scalognati e della compagnia teatrale della Contessa, l’una e l’altra miscugli di matti, innamorati e poeti, cioè metafore di tutti i senzapotere. Ma, gli Scalognati sono lucidamente consapevoli d’essere perdenti, di non avere scampo a petto dell’inflessibile incedere dei Giganti, laddove, invece, tutti gli altri senza-potere, a cominciare dagli attori della Contessa e ivi compresi gli spettatori, si cullano nell’illusione di poter contrastare o, quanto meno, di poter trovare accomodamenti con i Giganti. Il congiunto impegno di due tra i migliori soggetti produttivi abruzzesi, Drammateatro e Florian, assicura allo spettacolo la magnetica e struggente Contessa di Susanna Costaglione, il demiurgico Cotrone di Emanuele Vezzoli, l’apporto di un invidiabile lotto d’altri attori e il sostegno d’una efficientissima squadra tecnica. L’elaborazione drammaturgica e la regia di Claudio Di Scanno danno intensa e sfavillante sostanza scenica al dettato pirandelliano, sfumandolo e integrandolo con avveduta misura, laddove opportuno o necessario, e infine fissando sul palato il sapore di un’acutezza interpretativa e di una felicità creativa che ne fanno, a prescindere dalla sproporzione tra risorse umane e materiali rispettivamente disponibili, un esempio capace di sostenere senz’ombra di soggezione il confronto con il memorabile allestimento firmato da Giorgio Strehler. Allorché La Sgricia deve lanciare alla Contessa quella sua battuta proverbiale («Tu forse ti credi ancora viva?»), una squillante manipolazione della partitura pirandelliana chiama il personaggio a rivolgersi a tutti, e in primo luogo agli spettatori, con un inquietante «Voi forse vi credete ancora vivi?». È in qualche modo lo stesso dubbio che pervade Demetrio nel “Sogno” shakespeariano (atto IV, scena I): «Ma siete sicuri che siamo svegli? A me pare che ancora stiamo dormendo e sognando». Un sogno amaro, come la condizione umana. E, tuttavia, non disperato. Perché la lucida (e perciò, inevitabilmente, amara) consapevolezza dello stato reale delle cose è la forza che ci salva: spinge a non lasciarsi sedurre dalle illusioni, evita di farsi schiacciare dal disincanto, salvaguarda l’integrità della voglia di concorrere a ingrandire, passo dopo passo, quella farmacia delle coscienze con cui i matti, gl’innamorati e i poeti seguitano, da secoli, a scongiurare il prevalere definitivo dei Giganti d’ogni epoca e latitudine. È la forza dell’immaginazione che ci rende liberi. Chi non ci crede, s’accontenti di rifugiarsi nella rassicurazione offertagli da Puck (“Sogno”, atto V, scena II): «Se noi ombre vi abbiamo irritato, perdonateci e immaginate d’esservi assopiti mentre apparivano quelle visioni della fantasia […] Nient’altro che un sogno vi abbiamo offerto».