Non preveggenza ma scienza.

11 03 2009

di PATRIZIA PENNELLA

Mettete sotto chiave tutti i libri di Patricia Cornwell e dimenticate anche le costruzioni mentali di Lincoln Rhyme. Se siete appassionati di thriller, questo non è l’uomo che fa per voi. Per lui, il confronto con il crimine è una scienza, che viaggia sui numeri. Marco Strano è psicologo e criminologo ed è uno dei criminal profiler più apprezzati al mondo. E’ presidente della prestigiosa associazione internazionale I.C.A.A., International Crime Analysis Association. In Abruzzo è stato ospite dell’edizione 2008 dell’Ict Security Day, un convegnoconfronto multidisciplinare tra tecnici, scienziati, uomini delle forze dell’ordine su “Il rischio del Terzo Millennio. Sure informations and data protection”, che si è svolto a Lanciano. E in Abruzzo tornerà spesso come docente nel master sulla sicurezza informatica, che il prossimo anno prenderà il via all’Università di Teramo. E’ un investigatore puro, oltre che uno studioso, ma non vi consegnerà mai il colpevole. “Attraverso il profiling – spiega Marco Strano, che in Italia è docente di Psicologia investigativa all’Università di Palermo e di Psichiatria aziendale all’Università Cattolica del Sacro Cuore – una volta avvenuto un crimine è possibile ridurre la rosa dei sospetti. Ma si tratta di una tecnica che non si può applicare sempre. Attenzione, non indica mai un colpevole, ma indirizza l’attenzione degli investigatori su alcuni elementi”. Soprattutto, nella sua applicazione criminologica, il profiling non è arte di preveggenza. “Nasce storicamente negli Usa – spiega ancora Marco Strano – e viene sviluppato prevalentemente dall’Fbi, dopo aver mosso però i suoi primi passi tra le forze di Polizia. Continua a leggere





Sconfinando…

11 03 2009

di MARCO DE ROSSI

Stefano Bollani ha l’approccio del bambino preso con le mani nella marmellata. Aspetta sempre che qualcuno gli chieda perché – praticando un genere musicale che si è sempre retto in faticoso equilibrio fra improvvisazione e rigore stilistico, oltre che comportamentale – lui abbia generosamente sconfinato dal territorio delimitato nei secoli (uno solo, poi). E si aspetta, ovviamente, che uno gli chieda il perchè dell’ultimo sconfinamento, rappresentato dal suo nuovo album, intitolato “Carioca”, un progetto che è stato realizzato nell’ottobre 2006, quando l’artista fiorentino è entrato in sala d’incisione a Rio con alcuni dei migliori strumentisti brasiliani per dar vita, in pochi giorni, ad una para-rilettura di alcuni classici samba e choro, come “Samba e amor” di Chico Barque e “segua ele” del maestro Pixinguinha. L’album, pubblicato l’estate scorsa, è stato poi ristampato a Natale. L’altra domanda, che viene per inerzia, è perchè spesso i musicisti jazz prendano una cotta brasileira, e non per le donne (o, almeno, non solo per quelle). Partiamo da qui, dall’ascoltatore che cerca di decifrare il tratto comune fra la musica brasiliana ed il jazz, cosa non facile. Continua a leggere





Retour à Zanzibar

11 03 2009

di PATRIZIA CORVINO

Retour à Zanzibar è un romanzo che possiede una tale potenza narrativa che ti coinvolge dall’inizio alla fine tenendoti in continua tensione. Subito dopo averne terminato la lettura avverti la necessità di rileggerlo da capo, temendo che qualcosa possa esserti sfuggito, così tante sono le situazioni e gli argomenti. Ma, può essere anche solo il piacere di gustarne ancora che induce a ricominciarne la lettura dell’opera. Un’opera alchemica, dove forma e contenuto sono nello stesso crogiolo, in un’unica fusione; la sua forma scomposta negli elementi costitutivi, sempre alla ricerca di una nuova strutturazione che non si accontenta, è la storia stessa del suo protagonista, Applemayer. Un po’ greco, un po’ africano, un po’ francese, un po’ italiano. Ma chi è veramente? A quale secolo appartiene? Cerca una schiava, la sua schiava in fuga. Il racconto del loro gioco sadomaso ci chiarisce che si tratta di una metonimia; la schiava è solo una parte del tutto. Cercare la schiava è dunque cercare la parte erotica della sua Noname. In perenne ricerca il nostro eroe, personaggio quasi dongiovannesco, con spostamenti rapidi, a volte frenetici, ma sempre in grado di coglierne l’essenza, va da un Paese all’altro, da una parte all’altra del mondo: Corno d’Africa, Italia, Francia, Grecia. Incontra donne, o sarebbe meglio dire femmine. Spesso sono solo rapide occhiate, ma essenzialmente erotiche, rapporti amorosi nell’avvicendarsi dei suoi continui spostamenti. Protagonista affascinante Applemayer, in pochi attimi riesce a cogliere l’essenziale dei luoghi e delle persone, siano donne o uomini; in pochi attimi sa farsi amare. Spesso l’autore si avvale, come altri romanzieri – penso a Cervantes – di quell’espediente narrativo che consiste nell’inserire altri racconti all’interno della narrazione principale. Continua a leggere





Il topo più famoso del mondo

11 03 2009

di MARCO TRAVAGLINI

Lo scorso 18 novembre si è celebrato un importante anniversario nel mondo dello spettacolo e dell’intrattenimento: gli ottant’anni di Mickey Mouse. La nascita del topo più famoso del mondo, vera e propria icona del ‘900, si fa infatti convenzionalmente risalire al 18 novembre 1928, giorno della proiezione, al Colony Theater di Broadway, di “Steamboat Willie”, primo cortometraggio d’animazione sonoro della storia del cinema. Pur essendo, in realtà, il terzo film prodotto da Walt Disney con protagonista Topolino, “Steamboat Willie” segna il reale esordio del personaggio sul grande schermo, in quanto i due precedenti corti (“Plane Crazy” e “Gallopin’ Gaucho”, entrambi del 1927) erano stati momentaneamente accantonati dal produttore dopo la prima distribuzione. Questo perché, proprio in quei mesi, Hollywood stava affrontando la più importante rivoluzione della sua storia: nel 1927 era uscito “Il Cantante di Jazz” (The Jazz Singer, Alan Crosland, Warner Bros.), primo film sonoro della storia della settima arte. E Walt Disney non voleva lasciarsi scappare l’occasione di introdurre in grande stile, con un cortometraggio animato sonoro, il suo nuovo personaggio (i primi due, inizialmente muti, verranno ridistribuiti solo in seguito, una volta sonorizzati). Secondo la leggenda, smentita dalla famiglia di Ub Iwerks (socio e collaboratore di Disney a più riprese nonché, secondo alcuni, vero creatore del character), Walt Disney tratteggia per la prima volta la figura di Mickey Mouse su una carrozza ferroviaria, di ritorno da New York dove lo stesso Disney si era visti sfuggire di mano i diritti legali di una sua precedente creazione, Oswald the Lucky Rabbit, già protagonista di ben ventisei cartoon muti prodotti dal primo, rudimentale studio del futuro tycoon di Hollywood. Sempre secondo la stessa leggenda (mai confermata né smentita dallo stesso Disney) è la moglie di Walt, Lillian Bounds, a suggerire il nome Mickey Mouse, in luogo del più austero Mortimer scelto inizialmente dal marito. Continua a leggere





Quando un uomo muore brucia un’intera biblioteca.

11 03 2009

di PIERLUIGI BIONDI

Non ha fatto in tempo ad invecchiare, Fabrizio De André. E questo, se umanamente può essere considerato un inconveniente non da poco, artisticamente potrebbe finanche risultare vantaggioso. Sarà cinico sottolinearlo, ma immaginate cosa ne sarebbe stato di Elvis Presley se il suo cuore non avesse ceduto e avesse continuato ad ingrassare: oggi, forse, sarebbe un ciccione ipocondriaco con un ridicolo ciuffo. Pensate a James Dean o a Roger Nimier senza i loro bolidi mandati a pieni cavalli e a tutto gas contro il destino. O a Brasillach e Drieu La Rochelle privati dell’epos tragico che ne ha accompagnato la fine. O ancora a David Foster Wallace e Kurt Cobain senza la loro follia estrema e autodistruttiva. Nella morte prematura c’è sempre un sovrappiù di gloria che si sconta postuma. Le migliori occasioni per spendere porzioni di questa specie di bonus gratuito sono rappresentate dagli anniversari. Non si scappa agli anniversari. Non vi è sfuggito Fabrizio De André, nel decennale della sua morte, per il quale si sono sprecate commemorazioni e ricordi, mostre e specialitv. Quasi una legge del contrappasso, per un tipo così schivo e così poco incline alle luci della ribalta. Ivano Fossati ha sostenuto – a ragione – la seguente tesi: “La memoria di Fabrizio ha diritto oggi a qualcosa di diverso, ne sono più che convinto. Merita più delle agiografie, delle biografie, delle scontate raccolte di canzoni rimasterizzate e reimpacchettate. Merita soprattutto di sfuggire all’aneddotica prêt à porter cui vengono fatalmente adattate le figure dei grandi artisti quando non sono più in grado di confutare o di precisare. Quando gli amici, i compagni di strada, quelli che sanno, che hanno visto, quelli che c’erano, si moltiplicano a dismisura”. È stato sufficiente guardare la trasmissione Chetempochefa, interamente dedicata a De André, per verificare come la raccomandazione fosse stata disattesa. Due attenti osservatori di costume televisivo, Annalena Benini e Aldo Grasso, l’hanno detto con parole crude, ma condivisibili. Continua a leggere





Te me piasi perché te mai fai rider.

11 03 2009

di ANTONIA DALPIAZL’Adige 10 novembre 2008

Trent’anni di matrimonio.Volersi bene e dirselo, non in un ristorante al lume di candela, ma su un palcoscenico, davanti a duecentocinquanta spettatori. Non è da tutte le coppie, ma Nicoletta e Andrea Castelli lo hanno fatto a Lavis sabato scorso, con il nuovo testo scritto ad hoc e intitolato “Parole incrociate”. In scena, loro due, seduti ad un tavolino di bar sulla spiaggia di una zona balneare del Sud, si godono il tramonto e soprattutto la reciproca compagnia. Fissano la platea, come fosse un mare, respirano virtualmente a pieni polmoni l’aria salmastra ed attendono l’ora di cena. Parlano, restano silenziosi, ricordano. Se non fosse per la luce dei fari ed il sipario che fa da cornice, si direbbe che Andrea e Nicoletta stiano effettivamente facendo una vacanza insieme, tanta è la naturalezza dei gesti e la spontaneità delle parole che usano. I loro discorsi sono quelli che abitualmente si fanno quando si è insieme, mescolando vita quotidiana a ri flessioni su quanto sta succedendo nel mondo. Alcuni volutamente caricati di stereotipi, di modi di dire che sono di uso comune. Ed ecco tornare la caricatura ormai tipica del trentino musone, che non parla mai e si fa riconoscere. Andrea, trentino, invece parla molto, moltissimo, si interroga, sogna, si confronta continuamente su tutto, esibisce una ironica saccenteria, collegata al suo lavoro di professore di italiano. Un alieno? No. Un uomo che si sente ascoltato, capito da una moglie che ha “incrociato la vita con la sua”, come le parole che di tanto in tanto i due provano ad indovinare, riempiendo le caselle di un giornale enigmistico. E si lascia andare, Andrea, con la sua confermata bravura, davanti ad un metaforico mare di pensieri, parlando ed analizzando la realtà che ci circonda, affettuosamente solidale con i giovani, severo con un mondo adulto spesso assente, non risparmiando critiche a nessuno. Continua a leggere





Le mie foto, le mie renne.

11 03 2009

Testo e foto di ENZO TESTA

Cosa posso raccontarvi della Svezia e in particolare del mio viaggio in Svezia? Sono giorni che ci giro intorno e non riesco a trovare un punto di inizio. In principio volevo farmi trascinare dalle suggestioni che le mie stesse fotografie mi suggerivano…e nascevano storie di cacciatori di renne che, in realtà, erano pescatori riadattatisi in un momento di crisi peschereccia. Questi venivano indotti dalla strega del paese a compiere un rito magico, quello di catturare tre renne decapitarle e portarle alla strega, infreddoliti e scalzi perché gli elfi della foresta gli avevano rubato le scarpe…mah! Poi mi sono messo a viaggiare su internet, dai siti turistici a Wikipedia: la Svezia confina a nord con cicciobello e a sud con non so chi, gli svedesi vivono di caccia e vattelappesca, mangiano alberi a colazione e ghiande per merenda, hanno avuto un unico grande imperatore – il magnifico Ingmar Bergman – che, spodestato dai sudditi, si ritirò su un isoletta del sud della Svezia a girare filmini con la sua super8 e a proiettarli in piccoli cineforum in giro per l’Europa. Sono circondati da alberi, muschi e licheni e non parlano una parola di italiano, in compenso parlano molto bene lo svedese…c’è decisamente della confusione nelle notizie che sono riuscito a reperire. Comunque, con i miei prodi amici abbiamo cercato di esplorare questo sconfinato paese in un freddo e uggioso agosto estivo. Ci siamo lasciati guidare dall’istinto (e da una Volvo ovviamente): un po’ ne è venuta fuori la meraviglia di trovarci in posti e situazioni che ricordavano film del calibro de “Il signore degli anelli” e un po’ situazioni di desolazione assoluta o meglio solitudine. Continua a leggere





Trent’anni per il pubblico.

11 03 2009


di GIADA CENTOFANTI – Foto Marco D’Antonio

Il pubblico è l’elemento costitutivo, la ragione stessa del momento teatrale. Pubblico che non deve essere un fruitore passivo della rappresentazione: deve essere attivo, partecipe, consapevole. Allo spettatore, quindi, vanno forniti tutti gli strumenti che gli permettano di comprendere a fondo lo spettacolo e di diventare parte integrante di esso. Da questa concezione comune prende vita il sodalizio lavorativo di Maria Cristina Giambruno, Antonio Centofanti e Antonio Massena, attori cresciuti nelle fila del Teatro Accademico dell’Università dell’Aquila. Il T.A.D.U.A., che si appoggiava al Teatro Stabile dell’Aquila e alla Scuola di Cultura Drammatica, nacque nel 1966 e fu fortemente voluto da quello che era allora il nucleo socioculturale cittadino al fine di creare un anello di congiunzione con la comunità giovanile. Dalla convinzione che l’approccio con bambini e ragazzi fosse fondamentale per perseguire l’intento della “costruzione” di un pubblico cosciente del proprio ruolo nasce L’Uovo Gran Compagnia di Attori Mimi Pupazzi e Burattini, che si costituisce in associazione il 19 agosto 1978. Il campo di sperimentazione scelto è il teatro di figura – ovvero quella peculiare arte teatrale che si esprime attraverso l’uso di burattini, marionette, pupazzi o altri oggetti – elaborato senza mai dimenticare il profondo lavoro sul corpo dell’attore, come insegna il mimo. Grazie alla sensibilità di alcuni insegnanti, in due scuole elementari aquilane viene dato il via a una serie di laboratori. Da questo momento in poi il raggio di azione dell’Uovo si allargherà, verranno coinvolti istituti di ogni ordine e grado su tutto il territorio regionale e l’associazione diventerà un riferimento stabile per l’istituzione scolastica. I luoghi di attività all’inizio sono molteplici, sfruttati e reinventati non solo per questioni di necessità. Poi l’esigenza di avere una sede si fa sempre più pressante e all’inizio degli anni Ottanta si concretizza il “progetto San Filippo”. La Chiesa di San Filippo, con annesso oratorio, era uno splendido edificio barocco, costruito tra il 1637 e il 1651 per conto dei Padri Filippini. Nel 1862 l’ordine fu soppresso e dopo qualche anno la chiesa fu sconsacrata e affidata al Comune. Adibito a magazzino di derrate alimentari prima e a deposito daziario poi, il complesso fu lasciato a se stesso e devastato dall’incuria. Nel 1986 L’Uovo, appoggiato dal Comune, mette a punto un vero e proprio progetto di ristrutturazione e riqualificazione dell’edificio per trasformarlo in sala teatrale, lasciando però inalterato l’apparato architettonico e decorativo originario. Continua a leggere





Monnezza!

11 03 2009

MONNEZZA!
con Raffaello Mastrorilli e Leonardo Cecchi
regia Maria Cristina Giambruno
scene Antonio Massena
costumi Chiara Defant
musiche originali Raffaello Angelini
immagini in video Enzo Testa
foto di scena Marco D’Antonio
La ballata della strada è di Maurizio Cerini

di MARIA CRISTINA GIAMBRUNO

Una delle disfunzioni più gravi che lo sviluppo socio-economico ha portato, in Italia e ovunque nel mondo, è certamente quella dei rifiuti solidi urbani. Lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani è sempre stato effettuato con l’ammassamento in discariche più o meno grandi poste nelle immediate vicinanze dei centri di cui erano a servizio; sopportate malvolentieri dagli abitanti vicini, ma strettamente necessarie in mancanza di un serio piano alternativo di smaltimento. Oggi riduzione, riutilizzo del materiale tal quale, riciclaggio della materia costituente il materiale raccolto e recupero sono i nuovi quattro imperativi che si impongono per affrontare correttamente il problema dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani. Tutti dovremmo essere consapevoli di una parte del complesso meccanismo che può aiutare l’ambiente e noi stessi a vivere meglio. Questa metodologia di impostazione è stata anche sinteticamente denominata come “La filosofia delle 4R” . Per sensibilizzare le giovani generazioni a tali problematiche, il contributo di uno spettacolo teatrale, attraverso i suoi mille linguaggi e i suoi infiniti strumenti espressivi, risulta strumento di valenza eccezionale ai fini della comprensione di temi complessi e fondamentali per lo sviluppo armonico del nostro futuro e della acquisizione di prassi quotidiane più intelligenti ed economicamente auspicabili. Continua a leggere





Una realtà che viva oltre noi.

11 03 2009

di ANGELO DE NICOLA

Dicono: “Bella l’intervista a Totò Centofanti nell’ultimo numero di Senzatitolo!”. E insistono: “Forse solo tu, con la tua ironia, potevi riuscire nell’operazione di far parlare il nostro”. Beh, grazie. Ma il merito non è mio. Il merito è tutto di Marcel Proust e del suo geniale “Questionario” che, tra il serio ed il faceto, da oltre cent’anni (Proust lo formulò e si rispose alle domande nel 1892, quando aveva vent’anni), spesso riesce nell’operazione di tirar fuori il meglio dalle persone. Dicono: “Allora, insistiamo!”.
Sono d’accordo: ecco a voi Antonio Massena, l’altro dei tre fondatori dell’Uovo che si gode questi primi, meravigliosi, trent’anni da quel 19 agosto del 1978: questa, almeno, la data dell’atto davanti a notar Ciancarelli.
Antonio Massena, quale è il tratto principale dell’Uovo?
La determinazione e la forza di volontà. Essere riusciti in oltre trent’anni di attività a costruire, pressoché dal nulla, quello che questo teatro oggi rappresenta sia a livello regionale che nel panorama nazionale.
La qualità che desideri del teatro.
La verità.
Quel che apprezzi di più in un attore.
La capacità di comunicare emozioni.
Il principale difetto dell’Uovo.
Non sempre riuscire a comunicare con la giusta efficacia l’enorme mole di attività che giorno dopo giorno viene sviluppata.
Il sogno di felicità dell’Uovo.
Che il nostro progetto continuasse a vivere oltre noi.
Quale sarebbe la più grande disgrazia per l’Uovo.
Che si esaurisse la fantasia di chi scrive (Maria Cristina Giambruno), la meticolosità e la perfezione di chi raccorda ogni tassello dell’attività (Totò Centofanti) e forse la voglia di lottare contro tutti e contro tutto per affermare giorno dopo giorno la propria esistenza (del sottoscritto).
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